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La trattativa è pura sensazione

marzo 8, 2012 Chiara Rizzo

Doveva smascherare un patto occulto dello Stato con la mafia. Ma il processo di Palermo ha scoperto solo ricordi fantasiosi e inaffidabili. Mentre riemerge una vecchia battaglia tra carabinieri e procura che parla più di mille papelli

C’è stata davvero una trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra per arrivare all’arresto del capo dei capi Totò Riina, una “pax” per mettere fine alle stragi in cambio di un decennio di libertà in più per il successore di Riina, Bernardo Provenzano? A Palermo, un pool di magistrati prova a dimostrare questa suggestiva tesi da oltre otto anni. Da quando, cioè, il generale Mario Mori, l’ex numero uno del Ros che nel ’93 coordinò le operazioni di cattura di Riina, è sotto processo. Una prima volta per non aver perquisito il covo di Riina subito dopo l’arresto: proprio questa mancanza avrebbe provato la trattativa, secondo i pm, smentiti poi da una sentenza assolutoria per Mori e i suoi uomini. Nel 2008, però, si è riaperto un secondo processo al generale, e di recente le imputazioni si sono estese anche a un suo collaboratore al Ros, il colonnello Giuseppe De Donno, che nel ’92 avrebbe avviato la trattativa al fianco del suo superiore e perciò oggi è indagato per «violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato». Secondo i pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, la trattativa ha attraversato diverse fasi, in un lungo arco di tempo e coinvolgerebbe servizi segreti deviati e politici. Dal ’92, lo Stato si sarebbe piegato alla mafia e nel ’93 Cosa Nostra avrebbe intrecciato patti sottobanco anche con il senatore Marcello Dell’Utri, vertice siciliano dell’allora nascente Forza Italia, guadagnando l’immunità per Provenzano almeno fino al ’95. Un piatto troppo ghiotto per i media. Impossibile non gettarvisi a capofitto. Infatti da mesi le voci dei testi chiave del processo sono amplificate da stampa e tv e riempiono gli scaffali delle librerie. Solo nel 2010 si contano già sette libri in sei mesi, tutti per rivelare clamorose svolte della solita superinchiesta.

Ma quali sono i fatti emersi in aula a sostegno dell’esistenza di questa fatidica trattativa? Il processo palermitano contro Mori nasce dalle accuse di un colonnello dei carabinieri, Michele Riccio, che sostiene di essere stato sul punto di catturare Provenzano nel 1995, ma di essere stato bloccato all’ultimo momento proprio da Mori. In più il mafioso Luigi Ilardo, morto prima di iniziare a collaborare ufficialmente con la giustizia, gli avrebbe fatto capire che Dell’Utri era in contatto con la mafia. Riccio, però, è stato smentito dall’attuale capo della procura di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, che nel ’95 coordinava l’operazione per la cattura di Provenzano: «Escludo categoricamente che Riccio mi abbia mai parlato di una possibilità concreta e immediata di catturare Provenzano», ha dichiarato in aula. Un’altra smentita è arrivata dai vertici della Direzione investigativa antimafia, la struttura per cui Riccio lavorava. L’ennesimo sbugiardamento è arrivato dal colonnello Antonio Damiano, al comando dei carabinieri che materialmente avrebbero dovuto catturare Provenzano, il giorno del “possibile” arresto Riccio si trovava in realtà a oltre 200 chilometri di distanza. Non va dimenticato che Riccio è già stato condannato, a Genova, per traffico di stupefacenti, e per la falsificazione di atti d’ufficio (ciononostante, per i reati imputati all’intero reparto guidato dal colonnello, oggi in carcere c’è un suo sottoposto).
Uscita dalla porta con l’inattendibile versione di Riccio, la tesi della trattativa è rientrata dalla finestra del palazzo di giustizia di Palermo con le parole di un nuovo testimone, Massimo Ciancimino, detto Junior, figlio di Don Vito, il sindaco mafioso del capoluogo siciliano. Quest’ultimo, grazie a Junior, si trova a essere dopo Ilardo il secondo “morto che parla” nel processo sulla trattativa. Secondo Junior, Mori e De Donno avrebbero chiesto aiuto a Don Vito per catturare Riina e Provenzano, ma a questi contatti si sarebbe opposto Paolo Borsellino: per questo il giudice sarebbe stato ucciso in via D’Amelio. La prova madre delle “verità” di Junior sarebbe la celebre fotocopia del cosiddetto papello, un elenco di richieste presentate ai carabinieri da Riina, in una prima fase della trattativa.

L’inchiesta insabbiata. Ad oggi, però, molte delle dichiarazioni di Junior sono state smentite, altre messe in dubbio perché contraddicono ciò che il padre disse in vita, così come alcune delle prove che ha consegnato ai pm sono state giudicate false. È il caso, per esempio, dei pizzini attribuiti a Provenzano che proverebbero i contatti con Dell’Utri: consegnati da Junior solo nel 2009, sono stati sottoposti a perizie, le quali, secondo indiscrezioni raccolte da Tempi, escluderebbero che i biglietti siano stati scritti con la macchina da scrivere usata da Provenzano e quindi porrebbero dubbi sulla loro autenticità. E nuove clamorose smentite sono oggi alle porte, novità che metterebbero in dubbio l’esistenza stessa di una trattativa. Perché se trattativa vi fosse stata, i carabinieri non avrebbero avuto il potere di garantire le riforme legislative o l’immunità che i mafiosi chiedevano. Avrebbero dovuto sondare se a livello istituzionale queste richieste avrebbero potuto essere accolte. Ma di che natura erano i contatti di Mori e De Donno con la politica? Il prossimo 30 giugno a Palermo testimonierà Liliana Ferraro, ex braccio destro di Giovanni Falcone agli Affari penali del ministero della Giustizia. Ferraro è già stata interrogata tre volte dai giudici palermitani e da quelli di Caltanissetta (che indagano sulla strage di via D’Amelio). E ogni volta ha raccontato cose diverse da quelle sostenute da Ciancimino. Per esempio, il 14 ottobre 2009, ha ricostruito davanti ai pm un incontro con l’allora capitano De Donno. Il carabiniere, dopo la morte di Falcone, le parlò di contrasti tra il Ros e la procura di Palermo. Di problemi sorti a seguito di un rapporto dei carabinieri sulle infiltrazioni mafiose nel sistema degli appalti in Sicilia. Secondo De Donno, l’unico a prendere sul serio il documento era stato Falcone. E in effetti, ha confermato Ferraro, il giudice prima di morire le aveva chiesto di esaminare il dossier personalmente. Inoltre, ha ricordato Ferraro, dopo la strage di Capaci lo stesso Borsellino s’informò sull’inchiesta mafia e appalti, poi curiosamente archiviata dalla procura di Palermo pochissimo tempo dopo la morte del magistrato. Il testimone dell’accusa Ferraro, con queste parole, di fatto conferma ciò che gli stessi imputati Mori e De Donno hanno finora raccontato.

Ma quale “copertura politica”?. Ferraro ha detto anche che nell’incontro del giugno ’92 «De Donno mi disse di aver preso contatti con Massimo Ciancimino e che pensava di poter agganciare o aveva agganciato, non ricordo bene, Vito Ciancimino. Mi chiese se fosse il caso di accennare la vicenda al ministro Claudio Martelli, poiché chiedeva anche un sostegno politico per l’iniziativa che stavano intraprendendo». Attenzione, spunta forse l’ipotesi di una richiesta di copertura politica per il negoziato? Macché: «Nei colloqui con Mori o De Donno – continua Ferraro – non si è mai discusso di eventuali riforme alla legislazione dei pentiti, né di eventuali analogie nel trattamento penitenziario dei mafiosi a quello dei brigatisti in caso di dissociazione». Nel corso dell’interrogatorio del 17 novembre scorso, e poi nel confronto davanti ai pm avuto con lo stesso Martelli (che al processo Mori ha smentito quanto egli stesso aveva sostenuto in studio ad Annozero, cioè di essere a conoscenza di una trattativa), la collaboratrice di Falcone ha ribadito: «De Donno mi riferì solo di una possibile collaborazione di Vito Ciancimino e mai mi parlò di una trattativa. Escludo alludesse a un rapporto di tipo informale». E ancora: la richiesta di informare Martelli «la intesi come il tentativo del Ros di non perdere la centralità delle indagini antimafia, in seguito all’istituzione della Direzione investigativa antimafia (Dia)». Insomma, secondo Ferraro i carabinieri intendevano solo accreditarsi come i primi della classe in fatto di indagini, altro che patto con la mafia. Ferraro ha riferito di aver parlato dell’incontro avuto con i carabinieri anche a Borsellino, e che lui «non ebbe alcuna reazione, mostrandosi per nulla sorpreso, quasi indifferente alla notizia». Piuttosto, Borsellino le aveva chiesto del rapporto del Ros mafia e appalti. Ferraro aggiunge solo: «Ricordo un colloquio telefonico con Borsellino, sabato 18 luglio 1992. Mi disse: “Poi dobbiamo parlare”». Ma il giudice morì il giorno dopo.
Il 30 giugno a Palermo parlerà anche Fernanda Contri, ex membro del Consiglio superiore della magistratura, giudice e presidente della Corte di Cassazione, nel ’92 segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri. Contri lo scorso 18 gennaio si è presentata alla procura di Caltanissetta. Ha ricordato tre incontri avuti con il generale Mori, a partire dal 22 luglio ’92, quando «Mori mi disse che stavano investigando tutto il possibile per far luce sia sulla morte di Borsellino che sulla morte di Falcone. Mi disse: “Sto incontrando Ciancimino, spero di avere una qualche notizia”. Ne parlò come di un’attività investigativa che stavano per incominciare». Per Contri «Mori non chiese coperture e non mi chiese neanche di parlarne con il presidente del Consiglio». E perché mai Mori avrebbe accennato agli incontri con Don Vito a Contri, allora? Spiega l’ex magistrato: «L’avevo presa come una cosa molto naturale: “Questa signora è stata al Csm, adesso è qua: se le andiamo a dire che stiamo cercando di fare qualcosa…”. Poi ho sentito in televisione che c’era un problema di conflitto di competenza, chiamiamolo così, tra Ros e Dia».

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