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La tragedia di una scuola che ha separato l’istruzione dall’educazione

settembre 8, 2017 Francesca Parodi

«Ciò che è veramente importante nell’educazione e per la vita non può essere spiegato dai libri, ma deve essere mostrato dalla testimonianza di chi lo vive». Intervista al professore Franco Nembrini

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Franco Nembrini, per decenni professore di italiano e fondatore della scuola media libera “La Traccia” di Calcinate (provincia di Bergamo), aveva lanciato l’idea di eliminare un anno scolastico anni prima della proposta del “liceo breve” del ministro Fedeli. «Per mia esperienza, vedo che gli studenti italiani all’estero fanno un’eccellente figura per il loro livello di preparazione. Il liceo italiano garantisce un’istruzione che gli altri paesi ci invidiano» dice Nembrini a tempi.it. Nembrini è un professore noto, non solo per i suoi libri (l’ultimo su Pinocchio), ma anche per molte sue apparizioni tv (seguitissime le sue lezioni su Dante Alighieri).
«Il problema – prosegue parlando con tempi.it – è che il nostro sistema scolastico è in caduta libera. Spesso dico, con un tono forse un po’ troppo fatalista, che stiamo perdendo una generazione per strada e non ce ne accorgiamo». La questione centrale dunque non è la lunghezza del percorso scolastico, ma la natura e la qualità degli insegnamenti. «La riduzione del liceo a quattro anni può sanare il gap che ci distanzia dal resto dell’Europa, ma questo deve indurci a riflettere sul nostro sistema educativo. Che tipo di ragazzi vogliamo formare? Con quali strumenti?».

SCUOLA SOFFOCANTE. Quello che manca alla scuola di oggi, sostiene Nembrini, «è l’amore verso la persona e verso la verità. Se non si ama la persona e la verità più delle proprie opinioni e di se stessi, l’educazione diventa quasi impossibile». Il professore ha avuto modo di constatare in prima persona gli effetti di questa degenerazione: «Quello che mi ha fatto più soffrire nella mia carriera di insegnante è stato vedere intelligenze e personalità brillanti soffocate da una scuola incapace di conquistare i propri studenti, di interessarli e motivarli. Lo dicono anche molti intellettuali del passato: ciò che è veramente importante nell’educazione e per la vita non può essere spiegato dai libri, ma deve essere mostrato dalla testimonianza di chi lo vive. È con questa testimonianza di interesse alla vita che l’alunno è conquistato e allora impara con facilità». Il disastro moderno, secondo Nembrini, è il disinteresse che la scuola suscita nei ragazzi, finendo per far odiare ciò che invece dovrebbe insegnare ad amare.

ISTRUZIONE ED EDUCAZIONE. «Per anni ci siamo raccontati la menzogna di un’istruzione separata dall’educazione» dice Nembrini. «È vero che la scuola non sostituisce la famiglia, ma rinunciare ad educare ha segnato la fine della scuola. Il disinteresse per l’educazione ha trascinato con sé il disinteresse per la conoscenza e le discipline». Per cambiare le cose è necessario che un’intera generazione di adulti si fermi a riflettere su questa questione. «Se per esempio le famiglie confondo il bene dei figli con il risparmiare loro la fatica, si cade in contraddizione quando la scuola richiede agli studenti di compiere uno sforzo. Le discussioni che ne conseguono portano solo confusione e chi ci rimette sono i ragazzi».

buona-squola-tempiLA TECNOLOGIA. I giovani di oggi, dice Nembrini, sono sottoposti ad una pressione sociale molto forte dovuta alla pubblicità e a nuovi modelli comportamentali, per questo il compito di guidarli verso l’età adulta spetta a «maestri più decisi e attrezzati di un tempo». Contrariamente alla vulgata comune però, Nembrini è scettico sulle speranze risposte nei nuovi strumenti tecnologici, secondo lui sopravvalutati, utilizzati a scuola nel tentativo di catturare l’attenzione degli alunni. «Non funzionerà perché la vita dei ragazzi è già piena di tecnologia. Il suo uso esasperato li ha confinati alla solitudine. La sfida dell’insegnante sta nel proporre un’esperienza reale e diretta, che li spinga a mettere volontariamente da parte i cellulari o tablet e li appassioni ad un’avventura conoscitiva».

L’USO DEL PENNINO. La tecnologia certamente può supportare l’insegnamento, concorda Nembrini, l’importante però è che questa non soffochi certe abilità che i ragazzi di oggi stanno perdendo, come la creatività. «Quando andavo alle elementari (si usava ancora l’inchiostro e il pennino), il maestro ci insegnava che se tenevamo il pennino con una certa inclinazione si otteneva un tratto finissimo, mentre se lo premevamo con più forza sulla carta aprendone la punta il tratto risultava più largo. Ci faceva così esercitare in calligrafia e alla fine, guardando il mio lavoro, avevo la percezione sicura che quella pagina era unica, era la mia, con la mia grafia. Io per esempio reintrodurrei questi esercizi di scrittura con il pennino nei primi anni delle elementari per insegnare ai bambini il gusto della creatività, oltre che per favorire il rafforzamento della personalità correlato alla scrittura». Nembrini è convinto che i metodi di insegnamento tradizionali non siano in contraddizione con le moderne tecnologie: «Le maestre elementari ridono e dicono che mentre loro vogliono la lavagna elettronica, io chiedo ancora l’uso del pennino. Ma la due cose possono benissimo convivere. La tecnologie offre grandi potenzialità, ma bisogna stare attenti perché questa non mortifichi né la creatività né la libertà».

MEMORIA ESTERNA. Il pieno accesso al sapere tramite Internet, osserva Nembrini, ha portato i ragazzi a memorizzare meno informazioni. «Chiedi a un ragazzo chi è stato il primo presidente italiano dopo la Seconda Guerra Mondiale e lui trova la risposta con un click. Ma se gli ripeti la domanda la sera stessa, se ne è già dimenticato». Il rischio di una “memoria esterna” è estremamente insidiosa e assolutamente da non sottovalutare: «La perdita della memoria è una tragedia incalcolabile perché senza di essa, senza la storia, non si è uomini. Si diventa burattini facilmente controllabili dall’esterno».

RIFORME? Riuscire a coniugare tecnologie, creatività e memoria «richiede competenze non da poco, bisogna formare insegnati in grado di farlo. Per un compito così stimolante, servono innanzitutto docenti motivati». Il problema vero, dice l’esperto che per quarant’anni si è occupato di riforme scolastiche, è però politico: «Queste non sono mai riforme della scuola, ma riforme per la gestione del personale scolastico. Gli studenti, le materie, i metodi didattici non trovano posto nei piani dei sindacati e dei ministri. Dopo tutte queste riforme sbandierate come epocali nelle campagne elettorali, quello che succede all’interno delle scuole è ancora lo stesso di quando ero io studente».

Per approfondire il dibattito, leggi il nuovo numero di Tempi “La buona squola”.

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