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La Terra Santa, il posto più amato da Dio

agosto 9, 2017 Rodolfo Casadei

Il custode di Terra Santa racconta la pacifica battaglia per tenere viva la memoria del cristianesimo. Intervista

gerusalemme ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Padre Francesco Patton, frate minore trentino, è Custode di Terra Santa dal maggio 2016. È succeduto a padre Pierbattista Pizzaballa, che aveva ricoperto quella posizione per dodici anni e oggi è amministratore apostolico di Gerusalemme. Patton parlerà al Meeting di Rimini domenica 20 agosto. Da Gerusalemme ha risposto alle nostre domande.

Padre Patton, lei è Custode di Terra Santa da poco più di un anno, ma ha già potuto celebrare la conclusione dei lavori di restauro dell’edicola del Santo Sepolcro, i primi da due secoli a questa parte. Che significati dobbiamo vedere in questo avvenimento?
Ho potuto seguire i lavori sin dall’inizio, perché sono arrivato ai primi di giugno del 2016, e proprio in quel periodo sono cominciati i lavori, che sono terminati il 22 marzo scorso. Quel giorno abbiamo potuto celebrare il completamento del restauro alla presenza dei patriarchi greco ortodosso e armeno ortodosso di Gerusalemme, del patriarca ecumenico Bartolomeo e di rappresentanti di tutte le comunità cristiane presenti nella città santa. L’evento ha avuto un significato molto importante per il fatto stesso del restauro, il primo da secoli, ma ancora di più dal punto di vista delle relazioni ecumeniche, perché la collaborazione per il buon andamento dei lavori ci ha costretti a trovarci spesso per concordare le soluzioni quando c’erano problemi da affrontare. Ciò ha creato un clima molto bello e fraterno di fiducia reciproca, che mi ha facilitato nell’inserirmi in una realtà così complessa. Anche adesso quando incontro, e accade abbastanza spesso, il patriarca Teofilo e il patriarca Manougian, sono sempre incontri molto cordiali e fraterni.

PattonAl Meeting di Rimini lei interverrà su un tema che si collega direttamente al titolo del Meeting, che è una citazione da Goethe: «Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo». Lei parlerà della plurisecolare presenza dei francescani sotto il titolo “Un’eredità viva ora”. Cosa avete fatto per riguadagnarvi e rendere viva l’eredità dei francescani e in generale dei cristiani che vi hanno preceduto in Terra Santa?
Il titolo collega la memoria del passato con le realizzazioni del presente e con la prospettiva del futuro, e infatti negli otto secoli di presenza francescana in Terra Santa abbiamo cercato di tener fede al mandato che ci ha lasciato san Francesco, pellegrino in Terra Santa nel 1219, e al mandato che ci ha dato la Chiesa nel 1342 quando ci ha affidato la custodia dei luoghi santi. Il mandato di Francesco è di evangelizzare senza fare liti e dispute con nessuno, mettendoci al servizio di tutti per amore di Dio e confessando di essere cristiani. Ma anche annunciando il Vangelo e amministrando i sacramenti, e consapevoli che della nostra testimonianza fa parte anche il martirio. La Chiesa ci ha affidato poi il mandato specifico di stare nei luoghi santi per celebrare e per custodire. In questi ottocento anni abbiamo cercato di fare questo, di essere una presenza pacifica, dialogante, di servizio. Per questo sin dall’inizio sono sorte molte opere sociali a fianco della presenza pastorale nei santuari, che sono arrivate a caratterizzarci. Penso alle scuole, alle iniziative per dare una casa ai cristiani locali, alle opere in favore dei poveri, dei migranti e dei rifugiati. Poi l’azione pastorale legata alle comunità cristiane di rito latino che sono nate attorno alla presenza francescana nei santuari, che continuano a esistere, anche se sofferenti. Il titolo del Meeting di quest’anno è molto provocatorio, perché ci ricorda che nessuno può dormire sugli allori. Quello che hanno fatto le generazioni che ci hanno preceduto non può essere semplicemente una occasione di vanto, ma è anche una grande provocazione alla responsabilità e all’impegno oggi. Come ho detto noi abbiamo questo rapporto molto speciale coi santuari, nei quali siamo chiamati a stare continuamente per «celebrare le Messe e i divini uffici», per dar lode a Dio per quello che ha realizzato. Così diventiamo anche parte di quella memoria fondamentale che è la memoria della storicità dell’incarnazione, della redenzione, della nostra salvezza. Le pietre sono testimoni della concretezza con la quale Dio è entrato dentro la nostra storia per salvarci. Noi siamo chiamati a scoprire la Grazia di questi luoghi e poi cercare di renderla accessibile al maggior numero di persone possibile: fedeli locali, pellegrini e visitatori di ogni tipo.

Gerusalemme non è una città di pace: i recenti avvenimenti della Spianata del Tempio sono lì a confermarlo. Cosa significa per i francescani, che salutano dicendo “Pace e bene” e che hanno nella mansuetudine uno dei loro valori caratteristici, partecipare ai travagli della Città Santa?
Credo che significhi partecipare al sogno di Dio. La città di Gerusalemme come città di pace è il sogno di Dio, ci dicono le Scritture. Nei salmi leggiamo «chiedete pace per Gerusalemme», «sia pace a coloro che ti amano». Ci rendiamo conto che lungo la storia questo luogo, chiamato ad essere città di pace, è teatro di frizioni, di conflitti, di scontri. Dentro a questa realtà noi dobbiamo starci da francescani. San Francesco ci ha consegnato la metodologia missionaria a cui ho accennato prima: non fare liti o dispute. Siamo qui da otto secoli, e in otto secoli abbiamo visto cambiare tante cose e anche tanti poteri politici. Se siamo ancora qui è perché abbiamo evitato le liti e mostrato spirito di servizio. Abbiamo cercato di essere una presenza che esprime la fraternità, la pace e al tempo stesso, attraverso il servizio, il cuore del Vangelo, cioè la carità. Di conseguenza non siamo avvertiti come minacciosi o violenti o pericolosi. Possiamo dare un contributo alla pace proprio attraverso questo stile tipicamente francescano, cioè tipicamente evangelico. Gesù stesso ha detto che ci mandava come agnelli in mezzo ai lupi, e ci ha detto di dire «la pace sia con questa casa». La pace dono di Dio.

Anche quest’anno, in un clima teso per i recenti attacchi terroristici, avete celebrato la dedicazione del Santo Sepolcro, che fu ricostruito nel 1149 dai Crociati. Questo è un caso di eredità imbarazzante. Cosa significa in questi casi riguadagnarsi l’eredità dei padri per possederla?
Quando entriamo nel Santo Sepolcro, entriamo in assoluto nel luogo più importante per tutti i cristiani. Perché senza la resurrezione di Cristo, dice Paolo nella prima lettera ai Corinzi, la nostra fede è vana, ed è vana la nostra predicazione. Ora, la resurrezione è testimoniata da quella tomba vuota. Di generazione in generazione i cristiani hanno cercato di venire in Terra Santa soprattutto perché in Terra Santa, a Gerusalemme, c’è questa tomba vuota e lì, a poca distanza, c’è il Calvario dove Gesù ha dato la vita per noi. È per questo che noi siamo fedeli al mandato che ci è stato affidato da secoli. Ci sono stati tempi di tensione maggiore di quella attuale. Nel 1191, quando cadde il Regno latino di Gerusalemme, tutti noi fummo espulsi e allontanati dalla Terra Santa. Ma i francescani si rifugiarono a Cipro e facevano avanti e indietro dall’isola via mare per venire a celebrare al Santo Sepolcro e ringraziare Dio che ha cambiato la storia attraverso la resurrezione di Suo Figlio. In un’epoca come la nostra, nella quale pure i momenti di tensione non mancano, abbiamo celebrato la dedicazione del Santo Sepolcro il 15 luglio, subito dopo gli attentati sulla Spianata del Tempio e delle moschee, insieme a pochi fedeli, perché quello è il luogo che ci dice che comunque Cristo risorgendo ha vinto il male e la morte, e che di conseguenza tutti quelli che confidano nella violenza hanno già perso la loro battaglia. Siamo chiamati ad annunciare questo anche rimanendo nei luoghi quando essi diventano un po’ più pericolosi. Quando non possiamo parlare, quando non possiamo testimoniare in modo esplicito, ci rimane comunque questa forma di testimonianza che è anche andare a pregare in quel luogo, custodirlo, mantenere le sue porte aperte.

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Quest’anno la data della celebrazione della Pasqua ha coinciso presso tutte le Chiese d’Occidente e d’Oriente. Stando ai calendari attuali non succederà più prima del 2025. Si può fare qualcosa per anticipare la ricorrenza? Visto da Gerusalemme, a che punto è il dialogo per arrivare alla celebrazione contemporanea della Pasqua?
Nella basilica la contemporaneità della Pasqua crea difficoltà pratiche alle tre confessioni che vi celebrano. C’è più affollamento e ci sono sovrapposizioni. Ma nel resto della Terra Santa, in molte parrocchie si celebrano già le festività maggiori in un’unica data. Per esempio nella parrocchia di Cana, dove ci sono una comunità greco ortodossa, una latina e una greco cattolica, la celebrazione del Natale viene fatta seguendo il calendario gregoriano, quella della Pasqua seguendo il calendario giuliano. E così avviene in buona parte delle comunità qui in Terra Santa dove sono presenti fedeli sia di rito orientale ortodossi e cattolici, sia di rito latino. Dunque qui da noi certe cose sono già state concordate e anticipate. Al Santo Sepolcro c’è la disciplina dello status quo, per cui è un po’ più complicato cambiare, però quest’anno siamo riusciti a celebrare insieme. Non è un problema dal punto di vista dottrinale celebrare insieme: è una cosa complicata dal punto di vista pratico. Ma trovare soluzioni e accordi è più facile qui che in altre parti del mondo. Qui noi cristiani delle varie confessioni sommati assieme siamo una minoranza, e ciascuno di noi preso singolarmente è una minoranza della minoranza. Perciò siamo coscienti di quanto sia importante non essere disuniti e non essere dispersi, non solo per la Pasqua.

Fa parte dei territori della Custodia anche la Siria, dove i vostri confratelli francescani hanno continuato a servire le comunità locali in condizioni proibitive. Che notizie vi arrivano da loro, e che idea vi siete fatti di ciò che occorre per riportare la pace, senza dimenticare la giustizia, in Siria?
Per noi la presenza in Siria è storicamente importante, ed è durata in tutti questi anni di conflitto, sia in luoghi relativamente sicuri come Latakia, dove c’è una parrocchia, sia in luoghi con momenti di pericolo per l’incolumità fisica come Damasco, dove anche nel corso di quest’anno sono caduti razzi sulla chiesa della nostra parrocchia di San Francesco, sia in luoghi molto pericolosi come Aleppo, dove per alcuni aspetti abbiamo avuto la nostra presenza più eroica, perché lì la guerra ha portato distruzioni inimmaginabili, e in due villaggi nella regione di Idlib, nella valle dell’Oronte, che sono sotto il controllo di gruppi affiliati ad Al Qaeda. Anche lì la presenza richiede uno spirito oserei dire di martirio. Accanto alla dimensione pastorale abbiamo portato avanti una dimensione di aiuto materiale: la condivisione dell’acqua dei nostri pozzi ad Aleppo, la generazione di elettricità col diesel, le forniture di medicine, i pacchi alimentari, la riparazione delle case colpite dalle bombe. Nei villaggi abbiamo offerto un sostegno alle poche centinaia di cristiani rimasti in una zona che prima era completamente cristiana. Il grande sforzo ad Aleppo è stato quello di aiutare i cristiani a rimanere, ma i cristiani rimasti in città sono un decimo di quelli che c’erano prima della guerra: da 300 mila sono scesi a circa 30 mila. Cosa si deve fare ora? Prima di tutto pregare e invitare a pregare, perché non ci sarà la pace senza un cambiamento profondo nel cuore degli uomini, e questo cambiamento non lo fanno i trattati, è un’azione misteriosa dello Spirito di Dio. Abbiamo visto che pregare con fede dà risultati. Per questo abbiamo proposto l’iniziativa “Bambini in preghiera per la pace”. Quindi bisogna lavorare sul versante del dialogo per aiutare la gente a forme di riconciliazione e di perdono. Alcuni nostri frati sono inseriti in reti di dialogo in vista della riconciliazione. Infine bisogna chiedere alla comunità internazionale di fare pressione attraverso le vie diplomatiche per fare sedere allo stesso tavolo gli avversari per arrivare attraverso i negoziati a siglare forme di pace giusta che passino anche attraverso un percorso collettivo di perdono. Dopo la guerra, senza perdono ci sarà la vendetta. Bisognerà lavorare alla ricostruzione, aiutare a rimettere in piedi l’economia del paese, le scuole, le imprese, ecc. Bisognerà anche impegnarsi ad aiutare i cristiani che si sono rifugiati in paesi della regione (Libano, Turchia, Giordania, Cipro) a ritornare nelle loro comunità, mentre vedo molto più difficile che quelli partiti per l’Europa, per il Canada o per l’Australia tornino. Ma quelli rifugiati nella regione potrebbero tornare, se li aiutiamo.

Foto della mostra del Meeting “La terra più amata da Dio. La custodia della Terra Santa”

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