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La strage di via d’Amelio, dopo vent’anni decidono ancora i pentiti

marzo 8, 2012 Chiara Rizzo

Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza hanno riaperto le indagini sulla strage in cui morì Paolo Borsellino. Ma perché in tutti questi anni i magistrati non hanno cercato riscontri che non fossero le voci dei pentiti? È possibile una ricostruzione che vada oltre le adesioni di fede ai collaboratori di giustizia?

Nelle nostre menti vedevamo ancora fumante il buco nell’asfalto di Capaci, dov’era stato ucciso Giovanni Falcone, quando il 19 luglio 1992 i Tg trasmisero la notizia che anche Paolo Borsellino era stato fatto saltare in aria. Era una domenica pomeriggio a Palermo quando la Fiat 126 imbottita di tritolo saltò: saltarono anche i nervi di tutti noi siciliani, che conserviamo vivido il ricordo di quei giorni, un nostro 11 settembre per cui chiediamo ancora giustizia. È proprio per il legame fortissimo con quei fatti, che l’attenzione dell’opinione pubblica sulle indagini per le stragi è rimasta sempre alta. Gioacchino Genchi, per fare un esempio, è diventato celebre tra tutte le procure d’Italia proprio per le inchieste condotte su via D’Amelio e il risalto a loro attribuito sui media. Per la strage sono stati celebrati ben tre processi (Borsellino I, bis e ter) tutti conclusi con sentenze definitive. Pensavamo di sapere la verità e di avere dei mafiosi condannati per ciò che hanno fatto. Invece, 20 anni dopo, è venuto fuori all’improvviso che era tutto sbagliato. Le piste investigative erano state inquinate.

Oggi, sono state eseguite dalla Dia, su mandato di cattura del Gip di Caltanissetta, 4 nuove ordinanze di custodia cautelare nell’ambito della nuova inchiesta sulla strage di via D’Amelio. Una nuova inchiesta che si è aperta con le dichiarazioni del 2008 del pentito Gaspare Spatuzza. Le ordinanze di oggi sono state spiccate a persone già in carcere per altro: il boss Salvatore Madonia, tra i presunti mandanti della strage, Vittorio Tutino e Salvatore Vitale, due dei presunti esecutori, e il pentito Calogero Pulci, accusato di falsa testimonianza. È proprio perché aspettiamo da 20 anni di avere i responsabili reali puniti che tutta la gestione giudiziaria della vicenda solleva a questo punto alcuni gravi interrogativi.

La versione passata e la revisione. A rileggerlo oggi è molto significativo l’incipit della sentenza con cui la Cassazione nel 2003 ha chiuso il processo “Borsellino ter”: “Nell’estate del 1996 – scrivevano i giudici della Suprema corte – le indagini sulla strage, mai cessate nonostante la celebrazione di due giudizi, subivano una svolta fondamentale a seguito della decisione di collaborare di alcuni mafiosi”. Destino vuole che oggi quelle stesse parole siano le stesse usate dalla procura di Caltanissetta per rimettere tutto in discussione. «La svolta fondamentale» stavolta è la collaborazione di Gaspare Spatuzza. Toccherà ai giudici in aula valutare se questa nuova versione è quella finalmente valida. Sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza è già stata chiesta dalla procura nissena la revisione dei precedenti processi agli esecutori. Per il momento è ancora tutto bloccato, perché c’è solo la parola di Spatuzza. Ma a questo punto è doveroso chiedersi: come sono stati svolti tre processi per tre gradi, se poi basta la nuova versione di un pentito per mettere tutto in discussione? Effettivamente si può dire che  – prima ancora che venga celebrata una revisione e solo perché la Procura di Caltanissetta ne ha fatto richiesta – quello che c’è stato prima è tutto da buttare?

I riscontri ai pentiti. Il pentito Salvatore Candura in passato si era autoaccusato di aver rubato la Fiat 126 poi imbottita di esplosivo. Solo quando nel 2008 (a processi già tutti chiusi definitivamente) è apparso all’orizzonte Gaspare Spatuzza, che si autoaccusava dello stesso furto, è stato cercato un riscontro “esterno” alle parole dei due pentiti. Ciascuno dei due è stato accompagnato, segretamente, nel posto in cui diceva di aver rubato l’auto. A quel punto, la Dia ha chiesto alla proprietaria derubata dell’auto di portarli nel posto dove l’aveva parcheggiata l’ultima volta. Pietrina Valenti li ha condotti allora in via Oreto, nell’identico punto indicato da Spatuzza. Valenti, ha sempre testimoniato in tutti i processi su via d’Amelio: eppure mai, in 20 anni, un magistrato aveva pensato di portarla sul posto per verificare le parole di Candura. Si cercano mai riscontri esterni alle parole dei pentiti? A parte l’esempio dell’auto, quali altri riscontri esterni sono stati trovati alle parole di Spatuzza? Perché, mentre con la ridda di interrogatori ai pentiti sono stati riempite pagine e libri (“Io accuso” è il titolo di quello di Spatuzza), non viene dato risalto sulla stampa anche alle prove investigative che sosterrebbero queste dichiarazioni? Secondo i magistrati la nuova versione di Spatuzza è stata provata anche dai riscontri nelle dichiarazioni di altri pentiti, tra cui Giovanni Brusca. Ma Brusca è tra i pentiti che ha avvallato la tesi su cui si basa la vecchia verità su via d’Amelio. Bastano le parole di un altro pentito a fare da “riscontro”, allora? Noi cittadini di verità ne vorremmo finalmente una solo provata, e vorremmo che non ci venga più propinata l’adesione fideistica alle parole del primo pentito che si affaccia all’uscio di un pm per dire la sua.

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