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La storia di Eugenio Monti e di un bullone arrugginito che valeva più dell’oro

gennaio 30, 2014 Emmanuele Michela

Verso Sochi 2014 – Il “Rosso Volante” fu il primo atleta a ricevere il premio De Coubertin per la sportività: alle Olimpiadi del 1964 regalò agli avversari inglesi il bullone che permise loro di batterlo

monti-eugenio-fair-play-italia-1Chissà se Eugenio Monti ci ha mai fatto caso. Tra i tanti metalli preziosi che hanno costellato la sua carriera, quello che gli consegnò il primato più speciale fu proprio il vecchio ferro arrugginito del bullone che, alle Olimpiadi del ’64, stava guastando la discesa dei bobbisti inglesi Tony Nash e Roby Dixon. Grazie a quell’episodio l’ampezzano ricevette, primo sportivo di sempre, la medaglia Pierre De Coubertin, il riconoscimento più nobile che un atleta possa ricevere: l’alloro è il premio che il Cio assegna ai gesti più sportivi e altruisti. Perché quando seppe che i due britannici rischiavano di dover rinunciare alla discesa per quel ferro mancante, fu Monti a cedergliene uno della dotazione italiana, e quando grazie proprio a quel gesto Nash e Dixon vinsero l’oro superando proprio gli italiani, lui non si pentì per l’omaggio fatto. Anzi, rispondeva ai giornalisti: «Nash non ha vinto perché gli ho dato il bullone. Ha vinto perché è andato più veloce».

PRIMA GLI SCI, POI IL BOB. La storia sportiva di Eugenio Monti è l’antologia della passione italiana per lo sport invernale, un insieme di emozioni e velocità, amore per la neve e impegno che oggi è difficile ritrovare. C’è un fatto singolare legato alla vita del Rosso Volante (questo il soprannome coniato da Gianni Brera per l’ampezzano in onore ai suoi fulvi capelli): i suoi esordi nelle gare di bob arrivarono tardi, a 24 anni; prima era stato una promessa dello sci azzurro, aveva anche battuto Zeno Colò in una gara di discesa libera, poi però un grave infortunio al ginocchio lo costrinse a scegliere uno sport più “comodo” e seduto, senza dover sacrificare il suo amore per la velocità. E la cosa funzionò: quando le Olimpiadi del ’56 lo misero in pista nella sua Cortina, lui ripagò il pubblico con due argenti, i primi metalli preziosi che l’Italia poteva ammirare in questa disciplina. Poi per 5 anni di fila fu campione del mondo, e quando nel ’64 i giochi di Innsbruck lo attendevano come grande favorito, accade l’episodio del bullone, e lui se ne torna a casa con due bronzi.

L’ORO A 40 ANNI. Eppure i budelli olimpici tolgono e restituiscono quando e come vogliono. E quando nel ’68 il Rosso Volante ha superato i 40 anni e si presenta alle Olimpiadi Grenoble, la discesa dell’Alpe d’Huez (già, quella “sacra” per  le bici del Tour de France) lo incorona dandogli finalmente quell’oro agognato, consegnandoli la medaglia più bella sia nel bob a due che in quello a quattro. È il commiato più bello di un grande sportivo: Monti si ritira così in Alto Adige, dove gestisce alcuni impianti di risalita. Il finale della sua vita purtroppo sarà burrascoso, e dietro alle curve delle discese di bob troverà tanti dolori: prima il divorzio con la moglie, poi la morte del figlio per overdose, e ancora l’indagine per i danni all’ambiente che avrebbe provocato con lo sviluppo dei suoi impianti. Infine, la curva più stretta: il morbo di Parkinson. Si fa vedere poco Eugenio, ma sembra che lo slittino della sua vita riesca a mantenere i pattini in pista. La sbandata invece arriva un giorno di fine novembre del 2003. Con un colpo di rivoltella alla testa.

VERSO SOCHI. Gli altri articoli:

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