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La Spagna in crisi viene accoltellata dai “paesi della tripla A”

settembre 29, 2012 Rodolfo Casadei

Germania, Olanda, Finlandia, Austria si rimangiano l’impegno: non permetteranno al Meccanismo di stabilità europeo di finanziare le banche spagnole. E intanto Catalogna e Paesi Baschi spingono per staccarsi.

Solidarietà europea? Ma quando mai? La Spagna sprofonda in una crisi a base di recessione, deficit indomabile, debito sovrano che cresce anziché diminuire nonostante misure d’austerità draconiane, proteste di piazza e annunci indipendentisti in Catalogna e nei Paesi Baschi, e i partner europei cosa fanno? Si rimangiano la dichiarazione dei paesi dell’Eurozona del 29 giugno, quella con cui ci si era accordati per la creazione di un meccanismo di supervisione bancaria a livello europeo, ma non solo. In essa compariva anche un paragrafo voluto dalla Spagna e appoggiato dall’Italia che prevedeva la possibilità di finanziamenti diretti del fondo di intervento europeo alle banche nazionali in crisi, a determinate condizioni: «Una volta stabilito un unico efficiente meccanismo di supervisione con la partecipazione della Bce per le banche dell’area dell’euro, il Meccanismo di stabilità europeo potrebbe, a seguito di una regolare decisione, avere la possibilità di ricapitalizzare alcune banche direttamente». Tre mesi dopo, i “paesi della tripla A” hanno deciso di rimangiarsi quanto firmato quel giorno: Germania, Olanda, Finlandia e infine Austria hanno fatto sapere che non permetteranno che il Mse finanzi direttamente banche private anche dopo che il supervisore unico europeo sia stato creato.

60 MILIARDI. Una vera coltellata alle spalle per la Spagna, che per salvare le sue banche dovrà trovare da sé altri 60 miliardi di euro sui mercati finanziari, pagando tassi di interesse attualmente superiori al 6 per cento, oppure chiedere un vero e proprio salvataggio, cioè il soccorso del Mse. Che significa consegnare la sovranità politica ed economica della Spagna ai burocrati di Francoforte e di Bruxelles e ai paesi forti dell’Unione, Germania in testa, ma anche a quelli piccoli e tignosi come la Finlandia e l’Austria. Come è già successo a Irlanda, Grecia e Portogallo.

E IL CONSENSO DI RAJOY È IN PICCHIATA. Tutto questo accade nel momento di maggiore difficoltà del governo Rajoy, coi sondaggi del gradimento in picchiata: l’84 per cento dell’opinione pubblica non ha fiducia nell’operato dell’esecutivo. Il quale ha appena approvato una legge finanziaria che porta a 40 miliardi di euro la manovra complessiva, calcolando anche i provvedimenti presi a luglio. Nonostante i sacrifici già imposti ai cittadini e alle amministrazioni le previsioni di ripresa appaiono troppo ottimistiche: il governo è convinto che nel 2013 la recessione frenerà a -0,5 per cento del Pil, ma il Fondo monetario internazionale prevede un -1,2 per cento, e la Confindustria spagnola un -1,6. Rajoy ribadisce che la manovra economica permetterà a Madrid di rispettare i suoi impegni con l’Europa, cioè di centrare l’obiettivo di un deficit del 6,3 per cento quest’anno e del 4,5 per cento l’anno prossimo, ma tutto fa pensare che gli obiettivi saranno mancati: a causa dell’impennata dello spread l’anno prossimo la Spagna spenderà 9 miliardi di euro in più di quest’anno per pagare gli interessi sul suo debito, mentre le entrate fiscali, nonostante l’introduzione di nuove tasse e l’aumento delle aliquote di quelle già esistenti, è diminuito nei primi otto mesi dell’anno del 4,8 per cento.

INDIPENDENTISMO. Dopo la manifestazione indipendentista dell’11 settembre scorso a Barcellona, la maggiore nella storia della Spagna, il governatore autonomista Màs ha annunciato elezioni regionali anticipate per il 25 novembre con annesso referendum per chiedere ai catalani se vogliono l’indipendenza. Nei Paesi Baschi le elezioni del prossimo 21 ottobre probabilmente esprimeranno una maggioranza pro-indipendentista composta dal Pnv (Partito nazionale vasco) e da Bildu, formazione sospettata di legami con l’organizzazione terroristica dell’Eta. In questa bella congiuntura i virtuosi paesi nordici e germanofoni hanno scelto di lasciare il governo democratico della Spagna in balìa delle onde.

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