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La solitudine del (fu) Rottamatore

febbraio 5, 2017 Giuseppe Alberto Falci

Così a Palazzo il “Partito del non voto” sta isolando Matteo Renzi. L’sms del fedele Richetti: fermati, amico mio

E alla fine restò solo nel nuovo ufficio di Firenze in Borgo Pinti. Solo come non lo era mai stato in questi ultimi due anni. Solo assieme al suo iPhone, che guarda ripetutamente, e da cui invia sms a chiunque, dall’ultimo peones al primo ministro Gentiloni. E quest’ultima cosa la fa quando gli viene un’idea, un guizzo, uno spunto che poi sempre più spesso si traduce in un post nel nuovo blog. «Votiamo ad aprile, così a maggio posso guidare il G7», è stato il contenuto di un sms spedito nel cuore della notte a una prima fila dei senatori dem.

Non si dà pace Matteo Renzi da Rignano sull’Arno. Ogni giorno qualcuno si sfila dalla sua corte. Ogni giorno qualcuno abbandona il carro del fu vincitore del congresso del 2013. «Al signor Renzi gli stiamo preparando i funerali», confessa un sottosegretario di rito alfaniano in una pausa dei lavori del Senato. I più furiosi e furibondi con lui sono proprio i parlamentari di Area popolare, il gruppo centrista di deputati e senatori che ha assicurato la maggioranza al governo di Matteo Renzi, e oggi assicura i numeri a Paolo Gentiloni. La condizione che si pone in casa Ap è la seguente: «Abbiamo abbandonato il centrodestra e con lealtà sostenuto i vostri esecutivo. Ma adesso non ci potete chiedere di staccare la spina, non siamo pronti».

In Transatlantico, infatti, «Renzi è ormai il passato», «Renzi è game over», «Renzi avrebbe fatto bene a prendersi un anno sabbatico». Anche deputati vicini all’ex premier confidano con preoccupazione che «Matteo ha perso la lucidità». Per usare una espressione che piace tanto al cossighiano Paolo Naccarato, «il partito dell’orizzonte 2018 è più vivo che mai». L’incubo delle urne accompagna le lunghe giornate a Montecitorio. Dove l’orologio si è fermato in attesa di comprendere cosa succederà. Addirittura alcuni dem alla prima legislatura confidano che «se fosse per noi andremmo avanti fino 2038: Renzi è il passato, Gentiloni è il presente».

Tutto è in movimento ma in direzione contraria al decisionismo di Matteo Renzi. Mercoledì Giorgio Napolitano, cui il segretario Pd deve la scalata al governo nel febbraio del 2014, è stato molto chiaro: «In Italia c’è stato un abuso del ricorso alle elezioni anticipate. Bisognerebbe andare a votare o alla scadenza naturale della legislatura o quando mancano le condizioni per continuare ad andare avanti». Parole nette che hanno spiazzato e infuriato l’ex premier Renzi. Che di primo acchito avrebbe subito chiamato ai suoi: «Ma Napolitano non stava con noi?».

Venerdì, invece, è stato il turno del ministro Carlo Calenda, voluto fortemente da Renzi al governo. Dalle colonne del Corriere della Sera Calenda esprime quello che tanti suoi colleghi del governo confidano quando si chiudono i taccuini: «Penso esista un percorso alternativo rispetto alle elezioni subito. Non privo di rischi, ma certamente più sicuro di quello che si va profilando. Usiamo i mesi da qui all’estate per mettere in sicurezza i dossier più difficile».

Sotto traccia si muove Andrea Orlando, ministro della Giustizia, diversamente renziano, e uomo cerniera fra la galassia dei fedelissimi dell’ex premier e il mondo degli ex Ds. Dario Franceschini, altro peso da novanta del Pd, ha al seguito un centinaio di parlamentari ed è fra chi avrebbe consigliato a Renzi di rimandare il voto perché «consegnerebbe il Paese ai cinquestelle». Ma, mormorano, Renzi è «una scheggia impazzita: un giorno li ascolta, l’altro no». Anche un fedelissimo, come Matteo Richetti, renziano della prima ora, prova a inviargli un sms: «Te lo dico da amico, fermati, l’Italia è a rischio». Nell’attesa Matteo è sempre più solo.

Foto Ansa

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