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La sfida dell’io al deserto che avanza

luglio 25, 2017 Riccardo Paradisi

Paradisi e il suo album di immagini che sono «molto più che ricordi. Sono la filigrana del nostro essere»

mercoledi-da-leoni

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Pubblichiamo uno stralcio da Un’estate invincibile. La giovinezza nella società degli eterni adolescenti di Riccardo Paradisi, edito da Bietti con un’introduzione di Stenio Solinas.

Giovinezza è la volontà di provare ogni giorno le proprie passioni contro la realtà, è la fede nello spirito e nelle idee. Un’attitudine che non ha niente a che fare con l’età anagrafica, quanto piuttosto con il fuoco che si porta dentro, con la fiamma dello spirito. André Malraux l’ha chiamata il demone dell’assoluto: qualcosa capace di trasformare la realtà in un campo di tensione, di portare il reale allo stato fluente dell’immaginazione, la capacità di vivere ogni giorno come l’occasione per fare qualcosa di degno, di essere all’altezza dell’idea che si ha di se stessi, di cogliere in quel che passa le costanti di ciò che rimane […] Come l’hidalgo, la giovinezza fa la realtà, la trasforma per dare a un’esistenza che da sola non ha alcun senso la prospettiva dell’avventura e della bellezza, «è il sognare un sogno impossibile per vincere un nemico invincibile», come Don Chisciotte della Mancia, il cavaliere dell’eterna gioventù della poesia di Nazim Hikmet […]

La gioventù come culto della bellezza e dell’onore: joy, lagueza, proeza, secondo gli eterni canoni della cavalleria provenzale, come tensione al superamento di sé: la fedeltà ai princìpi che ci si è dati, il gusto di rilanciare sempre, trasformando il quotidiano in un’avventura. Ancora una volta ha ragione Chateaubriand a dire che «nella vita misurata col suo corto metro e ripulita da tutti i suoi trucchi non esistono che due cose: la religione acquisita con l’intelligenza e l’onore conquistato con la giovinezza; ossia l’avvenire e il presente», mentre «tutto il resto non mette conto». La gioventù è la conquista di una vita maturata nella lotta contro la routine, il cinismo, il sonno della coscienza, è l’aver districato dal mondo – un mondo che da ogni parte sollecita e stringe, fino a schiacciare – la potenza isolatrice di uno stile, ciò che ci appartiene dalle origini e quindi per vocazione e destinazione, in un equilibrio costante tra strategia ed entusiasmo che è come il camminare sul filo del funambolo. È l’essere desti e attivi in una guerra permanente contro la vecchiaia e la morte spirituale, la volontà di riaffermarsi sempre oltre i lutti, gli scacchi e le secche della vita, portarsi oltre la consapevolezza della propria finitudine, scommettere su ciò che va oltre la propria vicenda personale.

A19_front_stampa_economicaSe la giovinezza biologica è un dono degli dèi, che presto se la riprendono, quella che s’inoltra oltre la linea d’ombra della maturità è la vittoria di una guerra per l’enucleazione del proprio io, come Ercole che, alla fine delle sue fatiche, ha in sposa Ebe, l’eterna giovinezza. È stata Cristina Campo a parlare di un’ascesi della giovinezza che si accompagna a quel particolare atteggiamento che è la sprezzatura, dono squisitamente giovanile che consiste in un «distratto eroismo che è il contrario della jattanza». Oscar Wilde aveva ragione: «Nulla vi è al mondo che valga la gioventù». A patto però d’intenderla non come il periodo effimero della vita d’un uomo, categoria biologica destinata a esaurirsi, e nemmeno come uno stato interiore – luogo notoriamente malfamato – ma alla stregua di categoria dello spirito.

Un terreno più autentico
È la giovinezza come forza spirituale attiva a costituire la sfida al deserto che avanza, al nichilismo di un Occidente che nella sua colossale rimozione della morte inscena con il giovanilismo e l’eterna adolescenza la sinistra parodia della gioventù vera, la quale, in ultima analisi, corrisponde al risveglio dell’individuo, a una visione del mondo che trasforma il campo della vita in un’avventura. A cui per dispiegarsi non servono i grandi scenari del passato, le esplorazioni, le guerre o le rivolte sociali. Avventura può essere il resistere con un proprio stile alla massificazione, restare fedeli alle amicizie (e alle inimicizie), agire secondo il proprio codice e il proprio stile, senza guardare ai frutti immediati dell’azione, né badare alla prospettiva del successo o dell’insuccesso; significa riaffermare la propria cifra oltre i liquami della postmodernità e gli specchi della società dello spettacolo, alla ricerca di un terreno più autentico dove vivere per se stessi e gli altri; significa inseguire per tutta la vita l’immagine unica e irripetibile di cui è formata la propria esistenza.

Se continuiamo a inseguire le immagini della giovinezza, verso le quali siamo sempre risospinti, è forse perché quelle immagini sono più che ricordi. Sono la filigrana di cui è tessuta l’anima, l’allusione a un destino, reminiscenze d’una realtà più profonda, un mosaico che cerca la sua composizione. È questo, in fondo, il senso delle parole di Camus: «Nella profondità dell’inverno ho imparato, alla fine, che dentro di me c’è un’estate invincibile».

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