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La schiena di Parker,quella di Bob e spari sulla Rai

marzo 24, 1999 Tempi

Lettere

Caro direttore, non le scrivo certo per continuare questa tediosa contesa a proposito di “La vita è bella”, vorrei soltanto farle notare alcuni punti di cui si tace.

1 – il premio Oscar sta al film come Sanremo sta alla canzone italiana. I veri ambiti di giudizio della qualità del prodotto non sono certo in America o a Cannes, forse l’ultimo degno di nota è quello di Berlino. Los Angeles è per il cinema una vera e propria macchina industriale. Benigni ne uscirà comunque vincitore perché dall’altra parte dell’Oceano senza immagine, sondaggi e talk-show, non si vive, e non stupiamoci nemmeno delle cifre spese dalla Miramax, fa sempre parte del gioco. Noi siamo l’unico paese del mondo che non ha ancora capito che la cultura è un prodotto sul quale si può investire e su cui si può lautamente vivere.

L’Oscar è un grande business, non certo un giudizio poetico applicato alla più grande forma d’arte contemporanea.

2 – lei sostiene che “anche il comico non può prescindere dalla realtà”. Le chiedo: che cosa è il comico? che cosa è la realtà? Il problema forse è che la realtà non è solo l’immagine che vediamo o la cronaca di un fatto, la realtà è anche (non solo, ma anche) la percezione che ho di un fatto, in quanto io esisto. Il problema forse è la capacità di dare un giudizio, ed il comico, come il tragico, non rappresentando quello che appare come gelidamente evidente, ha un potere d’espressione notevolmente maggiore di un documentario: basta pensare alla vera rivoluzione industriale compiuta da Buster Keaton o Charlie Chaplin. E quella è arte.

Anche il suo Gesù aveva dei sentimenti (c’è scritto addirittura che si commuoveva) e sapeva anche giudicare.

Esorcizzare i sentimenti è un’azione antipopulista. Il punto è saper giudicare, e su questo anche gli ebrei scandalizzati dalla pellicola si trovano in difficoltà. La ragione, insomma, non ha il problema di censurare i sentimenti, ma quello di usarli ordinatamente.

3 – per gli ebrei la Shoa, la tragedia del loro popolo, è irrappresentabile, è indicibile, lo sa bene anche il reietto Kafka, che per questo usava lo scarafaggio Gregor Samsa o l’immagine di un ponte che crolla su se stesso. Credo che il vero scandalo sia l’ironia, un distacco buono, che Benigni usa, che è in fondo il desiderio di ebrei e tedeschi e di noi tutti, nelle pieghe del nostro quotidiano, di saper perdonare la storia. Cioè di saper accogliere con intelligenza (con giudizio), quello che lei chiama “Mistero che fa tutte le cose”. Non saper dimenticare, ma sapere perdonare, restituire o meglio ricevere, un significato che spiega la realtà, quindi anche il male. L’indicibile è stato detto. Quanti di coloro che si scandalizzarono del fatto che un uomo-Dio moriva su una croce, sono gli stessi che oggi hanno paura di toccare la tragedia?

4 – vada a vedere “Train de vie”, un film intelligentissimo, fatto da ebrei, un tuffo nel teatro Yiddish, una risata continua, una autoironia impietosa, una sceneggiatura tradotta per noi dal grandissimo Moni Ovadia… infine un sogno. Ripeto: un sogno, forse un modo ancora più dissacrante del nostro Benigni di rappresentare la loro tragedia? Evidentemente ha ragione chi dice che il carattere del popolo ebraico è genetico, prima che etico.

5 – per capire Benigni, bisogna essere (o essere un po’) toscani. Non c’è scampo. Ditelo a Ferrara e a Buttafuoco. Altro? Altro.

Barbara Marini, Perugia Cara Marini, ci conosciamo, le vogliamo bene, ma lei mena troppo il can per l’aia. Punto 1. Si metta d’accordo: l’Oscar è solo business, abbastanza Miramax, o un po’ Berlino? Punto 2. L’Olocausto “è gelidamente evidente”. Per i sentimenti di Gesù proviamo a raffigurarci quelli di un suo seguace, padre Massimiliano Kolbe: senza la fede in Gesù, mentre andava alla camera a gas in compagnia di sei milioni di ebrei, probabilmente non ce l’avrebbero fatta nemmeno i suoi sentimenti a dire che “la vita è bella”. Punto 3. Il male è un mistero, il perdono è più che un dovere per il cristiano (lei sa perché), e un miracolo per tutti gli uomini. Punto 4. Tempi è (anche) libera circolazione di idee. Sul “Treno della vita” si legga in questo numero l’ebreo Bruno Lauzi (che su Benigni ha già espresso, in queste pagine, opinioni diverse dalle nostre). Punto 5: stando alla sua logica per capire Auschwitz bisogna essere (o essere un po’) dei sopravvissuti ad Auschwitz. E allora si tenga questa osservazione della sopravvissuta Isabella Leitner: “Benigni non ha la più pallida idea di cosa sia l’amore ad Auschwitz. È il pezzo di pane secco che mia sorella mi regalò mentre giacevo tra le mie feci, infestata dal tifo e dai pidocchi e pesavamo entrambe 25 chili. ‘Mangialo tu – mentì – perché io non ho fame”. Altro.


Egregio Direttore, domenica 07/03/99, alle ore 20,30 circa, mentre facevo zapping, mi sono casualmente sintonizzato sulla trasmissione Blob, di Rai 3, dal titolo: “La Domenica andando alla Messa”. Incuriosito, ho fermato lo zapping: sul video hanno cominciato a scorrere immagini alternate di Santi e di spezzoni di spettacoli prevalentemente trasmessi su Rai 1. In molti di questi brani compariva tale mago Giucas Casella o Cascella o Caselli… non ricordo bene come si chiamava; ricordo bene però che il suddetto mago “ipnotizzava” (!!!) delle donne che … iniziavano a fare lo spogliarello. Gli spezzoni meno di cattivo gusto (sottolineo: sempre intervallati ad immagini sacre o comunque della Tradizione Cattolica) erano di una stupidità abissale. Una domanda mi sorge spontanea: perché questa Rai di Stato continua a farci pagare un canone per trasmissioni insulse e che troppo spesso ridicolizzano la religione?

Basta! Non se ne può veramente più!! Cortesi saluti.

Camillo Di Toro, Novellara (RE) P.S. Nell’articolo “I Ribaltisti” del n° 8 di Tempi del 4-10 marzo mi pare che manchi il nome di Gianguido Folloni, attuale ministro del Rapporto con il Parlamento: il mio vuol essere un piccolo contributo alla chiarezza della già tanto confusa situazione politica…. Grazie e ancora saluti.

Gentile signor Di Toro, dato che noi gradiremmo tanto che, come tutti i giornali, anche Tempi fosse annoverato nelle rassegne stampa della Rai, non le daremo il consiglio di disdettare il canone. Ma se proprio non può più, sappia che la migliore procedura per disdettare l’abbonamento è quella suggerita dalla stessa Rai. Deve solo dichiarare (per iscritto) che il televisore, già appartenente a tal abbonato (che so Buttiglione) è stato ceduto ad altro abbonato (che so Folloni) tramite donazione o per compravendita.

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