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La Scala allo specchio, tra beghe di potere e sindacati invincibili

gennaio 21, 2013 Laura Borselli

Abbiamo sbirciato dietro le quinte del nostro più grande teatro, mentre cala il sipario sull’era di Stéphane Lissner. Tra bilanci “virtuosi”, scelte artistiche contestate e dubbi sulla successione

 Milano, 30 novembre 2012. Al termine della presentazione della mostra Amore e Psiche, l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni annuncia l’acquisto, realizzato insieme da Eni e da Banca Intesa, delle prime pagine autografe del Falstaff di Verdi appartenute ad Arturo Toscanini. «Lo considero – dice Scaroni davanti ai giornalisti – un atto riparatorio, un parziale risarcimento al fatto che la Scala abbia aperto con Wagner nell’anno del bicentenario di Verdi. La nostra più importante istituzione musicale, il Teatro alla Scala, deve celebrare in maniera più attenta la straordinaria storia lirica italiana». Non poteva passare inosservato il fatto che a usare espressioni così forti fosse l’ad di Eni, uno di quei soci fondatori che per sedere nel Consiglio di amministrazione del teatro La Scala sborsano qualcosa come circa 3 milioni all’anno. Si dice che quell’uscita di Paolo Scaroni sia stata oggetto, poche ore dopo, di una telefonata infuocata da parte del sovrintendente Stéphane Lissner. Forse si tratta dell’ennesimo pettegolezzo da foyer, ma è un fatto che la scelta di inaugurare la stagione con Wagner anziché con Verdi nell’anno in cui ricorre il bicentenario della nascita di entrambi abbia dato fuoco alle polveri degli scettici dell’era Lissner. Un’era che sta per volgere al termine, dato che pochi mesi fa il sovrintendente francese (il primo straniero nella storia del teatro), in carica dal 2005, ha accettato l’incarico per l’Opéra di Parigi e lascerà Milano a metà del 2015 con due anni di anticipo rispetto alla scadenza del contratto che gli era stato recentemente rinnovato.

La Scala è il salotto dei milanesi. Lo è per vocazione. Fu costruita nel 1776, negli anni della dominazione austriaca, perché il precedente teatro ducale era stato distrutto da un incendio. Furono i palchettisti del vecchio teatro a finanziare la costruzione affidata all’architetto Piermarini, in cambio di conservare la proprietà dei palchi nella nuova struttura. Curiosamente sta scritto nella storia del teatro quello che è uno degli elementi fondamentali della Scala del nuovo millennio: la partecipazione dei privati al finanziamento. Va in questa direzione anche il Testo unico sulla Lirica licenziato dal governo a fine dicembre e il cui iter legislativo dovrà essere concluso dal nuovo esecutivo. Il testo abolirà ogni legge e decreto redatto in materia dal 1967 ad oggi. Tra le maggiori novità c’è l’autonomia a fronte di determinati requisiti, ma anche un peso maggiore sugli enti locali, che, insieme con privati e Camera di Commercio, dovranno corrispondere una somma non inferiore al contributo statale, pena la “declassazione” a “teatri di tradizione”.

Il nuovo Testo unico suscita diverse perplessità tra le sovrintendenze delle altre 13 Fondazioni liriche italiane. Alla Scala, invece, non viene commentato nel dettaglio, soprattutto perché per il Piermarini è arrivato, nel 2012, un riconoscimento che conferisce maggiore autonomia (in virtù di alcuni obiettivi raggiunti dal teatro, tra cui una serie di bilanci in pareggio) e, tra le altre cose, la facoltà di aumentare i posti per i soci fondatori privati in cda (attualmente sono quattro in rappresentanza del pubblico e quattro del privato). Al momento di soci nuovi non se ne sono visti, ma il reperimento di risorse private non preoccupa da queste parti, come assicura a Tempi il capo ufficio stampa scaligero Carlo Maria Cella numeri alla mano. Cella spiega infatti che nel 2012, su un budget di 115,9 milioni di euro, il contributo dello Stato ha pesato per 30,150 milioni (il 26 per cento del totale), l’insieme dei contributi pubblici (Stato, Comune, Regione e Provincia) per 43,294 milioni (37,3 per cento). Contributi privati e ricavi propri (cioè abbonamenti, biglietteria, sponsorizzazioni, soci fondatori e così via) 72 milioni, pari al 62,5 per cento. «Per la prima volta – sottolinea – il contributo dello Stato è stato inferiore ai ricavi di biglietteria». Nel 2004, anno in cui la Scala tornava al Piermarini dopo un restauro costato oltre duecento miliardi di lire, biglietteria e abbonamenti valevano poco più di 15 milioni di euro: la metà di oggi.

All’inizio del 2012 si era prospettato un buco di bilancio di circa sette milioni. Il motivo, spiega ancora Cella, è che «sono venuti meno sette milioni di euro di contributi pubblici. Circa quattro sono stati recuperati in corso d’anno e i quattro che rimangono verranno coperti non erogando il contratto integrativo ai lavoratori, previsto solo se il bilancio è in pareggio».

Insomma anche quest’anno, con buona pace dei lavoratori, si chiude in pareggio. E non è certo la prima volta. Vero è, tuttavia, che spesso quei buchi di bilancio sono stati chiusi a fine anno con una chiamata dei soci a mettere mano al portafoglio. Lo specialista nella regia di quelle fasi difficili e cruciali è Bruno Ermolli, grande melomane, vicepresidente del cda del Teatro e presidente di Promos, azienda speciale della Camera di Commercio, ente quest’ultimo che alla Scala fa arrivare circa tre milioni di euro l’anno come socio fondatore.

I virtuosi numeri snocciolati a fine anno non significano però che non ci siano passaggi critici in quella che è a tutti gli effetti un’azienda in termini di giro d’affari, ma per certi versi resta sempre un teatro del Settecento. Un rapporto commissionato alla società di consulenza McKinsey analizza alcune di quelle problematiche, individuando negli elevati costi del personale e nel «potenziale inespresso di crescita delle entrate», alcuni degli elementi che rischiano di rendere «precario» l’equilibrio economico-finanziario del teatro nel periodo 2012-2015.

La gestione Lissner
L’estate scorsa il sovrintendente Lissner fu oggetto di una polemica aspra. Sotto accusa il suo stipendio, che tra benefit e bonus arrivava a più di un milione di euro l’anno di costo. I giornali nemici si sono scatenati sulla “lussuosa berlina” e sulla casa in zona Brera datagli in affitto; lui ha replicato di non aver mai visto tutti quei soldi. Dopo il rinnovo del contratto si è ridotto lo stipendio del 10 per cento, insieme ad altri dirigenti tra cui il maestro Daniel Barenboim, direttore musicale. Un gesto sollecitato da un Giuliano Pisapia quanto mai in imbarazzo. Lissner ha liquidato come pretestuosa la polemica e invitato ad accantonarla per il bene del teatro. Cosa che ha fatto anche con l’ultima polemica, quella relativa alla prima della stagione in corso.

In realtà in questo caso è più difficile liquidare la questione anteponendole il bene dell’istituzione. Scegliere Verdi o Wagner non è un dettaglio. E la decisione di Lissner per il maestro tedesco ha scaldato gli animi di chi già storceva il naso sugli anni della sua gestione. Molte di quelle critiche emergono nel lungo articolo pubblicato in dicembre sulla rivista Opera House (una sorta di bibbia dei melomani) a firma di Harvey Sachs, il maggior biografo di Toscanini vivente. Ricostruendo la storia del teatro, Sachs sostiene che dopo l’addio di Muti nel 2004 la qualità musicale della Scala è precipitata vistosamente, impallina i cast delle opere definendoli di serie B e solleva molti dubbi sulla valorizzazione della tradizione dell’opera italiana, non propriamente il cavallo di battaglia di un Barenboim che, tra l’altro, ricopre anche il ruolo di direttore musicale alla Staatsoper di Berlino.

«Sachs – puntualizza Cella – recepisce solo le opinioni di chi, pur ammettendo che l’aspetto teatrale (regia) è molto più curato e importante, sostiene che quello musicale sarebbe calato di qualità per la mancanza di un direttore stabile. Dimentica che tutti i più grandi direttori di oggi, compreso Claudio Abbado, sono tornati a lavorare alla Scala dopo molti anni di assenza. Ma Sachs vive negli Stati Uniti e non mi risulta che sia mai venuto alla Scala negli ultimi sette anni».

Gli abbonati e la tradizione
Chi di certo alla Scala ci passa molto tempo e lo fa da molti anni è Gianbattista Savini, appassionato di opera e abbonato dal 1967. Manager ora in pensione, viene da una famiglia che ha alle spalle tre generazioni di musicisti professionisti e lui stesso ha ottenuto una laurea tardiva in musicologia. Nella sua vita ha visto qualcosa come più di 3 mila rappresentazioni, a Milano e nel mondo, e ora è tra i promotori del costituendo Comitato Abbonati e Frequentatori della Scala. Obiettivo del Comitato è riunire gli scontenti (eufemismo) di questa gestione e avanzare proposte e collaborazioni per riportare la Scala ad essere un teatro di eccellenza nel senso in cui lo intendeva Paolo Grassi, non «quello che presenta uno spettacolo eccellente nella stagione ma cento spettacoli eccellenti ogni stagione». Confrontando i numeri dei più importanti teatri italiani e nel mondo, Savini contesta il concetto di alzate di sipario, introdotto da Lissner. «Il numero è aumentato (280 nel 2012), ma comprende anche concerti di beneficienza o altre istituzioni in cui la Scala non ha nessun coinvolgimento artistico e organizzativo. In compenso si sta perdendo la caratteristica di “teatro di stagione”: pochi nuovi allestimenti, molte riprese di vecchie produzioni, numero di prove insufficiente e ricorso a coproduzioni con altri teatri che assomigliano più a dei noleggi. Il risultato è che spesso noi abbonati abbiamo già visto in altri teatri 3-4 anni fa quello che la Scala mette in scena».

Tra opera e balletto gli abbonati sono circa 17 mila. Sono i grandi affezionati, quelli che pagano in anticipo (per la stagione lirica sono circa 2.500 euro) e a scatola chiusa. «Purtroppo – spiega Savini – la cultura della tradizione lirica italiana in questa direzione è totalmente assente. E attenzione perché non si tratta solo del vanto e la specialità per cui la Scala è la Scala, ma anche del 70 per cento del repertorio musicale operistico mondiale».

L’altro capitolo problematico è quello di Barenboim, rimproverato di essere troppo poco alla Scala. Ora c’è chi teme che la questione si ripeta con la sovrintendenza, dato che Lissner prenderà servizio a Parigi a metà del 2015, ma sicuramente non potrà aspettare quel momento per iniziare a mettere la testa sull’Opera. Per questo la nomina del successore è quanto mai urgente. Spetterà al sindaco Pisapia trovare la figura adatta. E dovrà farlo in fretta: l’intenzione è di arrivare alla nomina entro metà 2013, per poi inaugurare un periodo di affiancamento. Sembrano tempi lunghi, ma non è così per i tempi del mondo della cultura internazionale.

La Pomigliano della lirica
Uno dei compiti più delicati del sovrintendente è gestire il rapporto coi sindacati e in particolare con la Cgil che rappresenta la stragrande maggioranza dei lavoratori del Piermarini, altrimenti gli spettacoli si fermano. Con conseguente danno economico e di immagine per il teatro. L’ultima volta è successo lo scorso dicembre quando è saltato il Roméo et Juliette con coreografie di Sasha Waltz che avrebbe dovuto inaugurare la stagione del balletto. A incrociare le braccia sono stati i cantanti del coro, che pretendevano indennità straordinarie per alcune prestazioni ritenute speciali, come dover cantare in costume o accompagnare con la testa alcuni movimenti coreografici. Accompagnamenti che il coro fa anche in misura maggiore negli spettacoli d’opera, ma che il contratto non prevede nel balletto. Così Roméo et Juliette è saltato. Niente di nuovo sotto il sole. «Nella storia del teatro – ricorda Savini – ci sono opere saltate perché l’orchestra chiedeva un lavaggio di camicia in più». D’altronde ci sarà un motivo se nell’ambiente il Piermarini viene soprannominato la Pomigliano della lirica.

È lo spettacolo di un tesoro prezioso e dal destino appassionante, in cui troppo spesso vanno in scena beghe di potere o rivendicazioni che sembrano ignorare che il mondo, fuori, è cambiato. Se fosse un’opera il libretto sarebbe scritto in italiano, senza dubbio.

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