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La santa vita e la santa famiglia dei coniugi Martin

ottobre 16, 2015 Antonio Sangalli

«Mio Dio, voi mi onorate troppo». La vicenda dei due sposi che papa Francesco canonizzerà il 18 ottobre

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Articolo tratto dall’Osservatore romano – Il Vangelo della famiglia non è un discorso astratto e i coniugi Martin, con la loro vita di sposi e genitori, lo hanno dimostrato in maniera molto concreta. Per questo motivo la loro canonizzazione assume un significato particolare, incastonata com’è nel pieno dei lavori sinodali dedicati alla vocazione e alla missione della famiglia nel mondo contemporaneo. È stato sottolineato nella conferenza tenutasi venerdì mattina, 16 ottobre, nella Sala stampa della Santa Sede. A ripercorrere con brevi cenni la vita di Maria Azelia e di Ludovico è stato il rettore del santuario a loro dedicato ad Alençon, padre Jean-Marie Simar, mentre il vicepostulatore, padre Antonio Sangalli, ha ricordato le vicende che hanno portato al riconoscimento dei due miracoli che hanno consentito la beatificazione e la canonizzazione dei due sposi: la guarigione completa di due bambini appena nati ai quali i medici non avevano dato alcuna possibilità di sopravvivenza e di vita sana. Il rettore del santuario di Lisieux, padre Olivier Ruffray, ha invece sottolineato il legame di santità tra Teresa e i suoi genitori. Davvero ognuno di loro è stato frutto della vita degli altri due vissuta nell’amore di Dio. È proprio questo, ha detto il postulatore padre Romano Gambalunga, il cuore di quanto il sinodo vuole aiutarci a riscoprire: la bellezza del rapporto tra uomo e donna e tra genitori e figli, la famiglia come luogo dove si impara a comunicare e come occasione di incontro con la grazia di Dio.

Primavera 1858. Maria Azelia Guérin sta attraversando il ponte San Leonardo ad Alençon. Un giovane cammina in senso opposto e passa oltre. Nel cuore, chiara una voce: È lo sposo preparato per te! Lui è Ludovico Martin, orologiaio e gioielliere, ha 35 anni. Lei, provetta ricamatrice del prezioso “Punto d’Alençon”, ne ha 27. Entrambi hanno alle spalle una ricerca vocazionale sofferta. Luigi, dalla Normandia, era sceso fino alle Alpi per diventare canonico del Gran San Bernardo. Non accettato, rientra in famiglia, si dedica alla sua arte e partecipa alla vita parrocchiale attraverso i circoli culturali e caritativi. Maria Azelia, il “no” lo riceve dalle figlie di San Vincenzo: troppo fragile la sua salute. Non si perde d’animo e prega: Signore, poiché non sono degna di essere vostra sposa, entrerò nel matrimonio per compiere la vostra santa volontà, ma datemi molti figli e che vi siano tutti consacrati! Dio sembra accettare: nove figli nasceranno nella famiglia. Ultimogenita, la “piccola Teresa”.

Maria Azelia e Luidovico celebrarono le nozze ad Alençon, nella chiesa di Notre-Dame, tre mesi dopo quell’incontro, a mezzanotte, tra il 12 e il 13 luglio 1858, come allora era in uso. Un amore sponsale, il loro, che è stato luogo privilegiato della crescita spirituale più alta. L’essere ministri del sacramento, per gli sposi, non si esaurisce nell’atto della celebrazione liturgica. Da quel “sì” inizia per i due l’esercizio di un ministero che, nel quotidiano, passando attraverso gesti di tenerezza, è dono reciproco. Maria Azelia e Ludovico all’inizio faticarono a intuirlo, ma presto, con l’aiuto di un confessore illuminato, s’incamminarono sulla via di una santità coniugale esemplare. La quale fu la matrice della consacrazione verginale delle figlie che essi hanno concepito, cresciuto, educato. Una terra santa, questa famiglia, in cui ogni comportamento dei genitori tra loro, verso gli anziani infermi ― i nonni paterni e quello materno ― e verso i figli è vissuto in un’ottica di fede semplice, fatta di affidamento a Dio, di preghiera, di partecipazione all’Eucaristia quotidiana, ai vespri, alla catechesi domenicale, e alle attività caritative.

Per imparare a pregare, mi bastava guardare papà; la sua era la preghiera di un santo, diceva Teresa. Una pratica assidua della confessione, una devozione tenerissima alla Vergine, l’amore verso i santi, s’intrecciavano con una catechesi familiare molto curata da genitori. Attraverso la meditazione del Vangelo, la lettura delle vite dei santi, dell’Année liturigique di Dom Guéranger, dell’Imitazione di Cristo, i genitori introducono le figlie nella profondità dei misteri di Cristo, soprattutto quelli della sua passione: la devozione al volto santo era peculiare in Ludovico. Per Leonia, la terzogenita, cagionevole di salute, che il temperamento caratteriale rende ribelle, sono messe in atto tutte le attenzioni e le delicatezze.
Per ogni nascita che in lei si annuncia, Maria Azelia chiede a Dio che il figlio sia un vero cristiano, un apostolo, un missionario. Quattro volte, straziata, vedrà morire i suoi piccoli. Tre a pochi mesi di vita, Elena, improvvisamente, a cinque anni. Quando chiudevo gli occhi dei miei cari figlioletti e li mettevo nella bara, provavo un dolore fortissimo, ma sempre rassegnato. Molti mi dicevano che sarebbe stato meglio non averli avuti. Non potevo tollerare questo linguaggio. I miei dolori, i miei affanni non possono essere commisurati con la felicità eterna dei miei bambini (Lettera al fratello, 17 ottobre 1871).

Quanto alla carità, racconta Celina che suo padre non poteva vedere nessuna miseria senza soccorrerla. Una mattina incontrò un vecchio sfinito, lo rifornì di viveri e fece inginocchiare ai suoi piedi Teresa e lei perché le benedicesse.

Maria Azelia muore a 45 anni per carcinoma al seno. Dopo dolorose cure, il viaggio a Lourdes come ultima speranza, unito alla promessa: se la Santa Vergine non mi guarisce, la supplicherò di guarire mia figlia [Leonia], di aprire la sua intelligenza, di farne una santa. Farò tutto il possibile per ottenere il miracolo: ma, se non sarò guarita, cercherò di cantare lo stesso al ritorno (Lettera alla cognata, 20 febbraio 1877). Dieci giorni prima, quando la metastasi ha ormai invaso tutto l’organismo, si trascina fino alla chiesa per la messa festiva. L’unzione, il viatico alla presenza di tutta la famiglia (Teresa ha quattro anni e mezzo), segnano il suo commiato il 28 agosto 1877.

«Mio Dio, voi mi onorate troppo»: questo il commento di Ludovico quando le figlie gli manifestano l’intenzione di farsi religiose. L’entrata di Paolina al carmelo era prevista, non quella di Maria, il sostegno di casa. Tuttavia l’eroico padre dice il suo “sì” senza rimpianti a tutte, anche a Celina. Lo dirà pure a Leonia, che per ben due volte lascia la vita religiosa fino a entrare definitivamente alla Visitazione di Caen, dove morì in tarda età. Oggi, la più problematica delle figlie Martin, è serva di Dio. Di Teresa conosciamo la vocazione e il consenso pieno di Ludovico, che l’accompagna a Roma, per ottenere da Leone xiii il permesso di entrare al carmelo a soli 15 anni.

Costretto al ricovero nell’ospedale psichiatrico di Caen a causa di un’arteriosclerosi cerebrale, al medico che si meraviglia della sua serenità e della sua ininterrotta preghiera dice: nella vita ho sempre comandato e mi vedo ridotto a obbedire. È dura, ma so che è per il mio bene. Non avevo mai avuto umiliazioni, me ne occorreva una. Dio sia glorificato.

Poi completamente paralizzato fu accolto nella casa del cognato Isidoro, dove morì il 29 luglio 1894, assistito dalla figlia Celina. Poco dopo la morte, Teresa ricorderà la generosità del padre che aveva offerto l’altare maggiore alla cattedrale di San Pietro di Lisieux.

* Antonio Sangalli, carmelitano scalzo, vicepostulatore


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