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La Rocca nella giungla

novembre 29, 2016 Leone Grotti

Viaggio tra le missioni cattoliche del Centrafrica, tra strade dissestate, baobab e ruderi di guerra. Solo dove c’è la Chiesa c’è sviluppo, economico e umano. «C’è bisogno soprattutto del cristianesimo»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti). Qui la prima puntata del reportage

DAL NOSTRO INVIATO A BOZOUM, BOUAR, BAORO (CENTRAFRICA). «Hai paura degli spari? Qui è da due settimane che hanno ricominciato. Sentirai stanotte». L’accoglienza di padre Norberto Pozzi, una vita spesa per il Centrafrica, non è delle più convenzionali. È lui che ci apre le porte della missione cattolica di Bozoum, nel nord-ovest del paese, una delle quattro gestite dai carmelitani scalzi. Raggiungerla è quasi un’impresa ma viaggiare nell’entroterra è l’unico modo per capire davvero il Centrafrica. Le strade sono uno dei tanti motivi di sottosviluppo di questo paese: quelle degne di questo nome si contano sulle dita di una mano e si estendono in buone condizioni per poche decine di chilometri, soprattutto lungo la direttrice che porta in Camerun, da dove arriva tutto ciò che si vende sulle bancarelle.

Il resto della rete viaria è un insieme sconnesso di dune, buche, crepacci, saliscendi, asfalto sbriciolato dalla mancanza di manutenzione, lingue di terra rossa che si inoltrano nella savana. Ecco perché in Centrafrica è inutile chiedere quanto disti una città in chilometri: il loro numero non dice niente del tempo necessario a percorrerli. Le domande importanti sono altre: la strada è asfaltata? Bene o male? Le colonne di camion provenienti dal Camerun sono in viaggio occupando tutta la carreggiata? Piove o c’è il sole? Così, se per percorrere i 300 chilometri che separano Bangui da Bossemptelé ci vogliono quattro ore, gli 80 chilometri da Bossemptelé a Bozoum ne richiedono tre.

Bozoum, Bouar, Baoro: le missioni dei carmelitani scalzi, capitale esclusa, si trovano tutte nel nord-ovest, l’unica zona del paese dove si può ancora viaggiare con relativa sicurezza. Tutto il resto del Centrafrica è occupato dai Seleka, i mercenari islamisti provenienti da Ciad e Sudan che nel 2013 hanno preso il paese con un colpo di Stato e che, dopo essere stati cacciati, non se ne sono mai andati davvero. Il governo lo sa, l’Onu lo sa, ma si fa finta che non costituisca un problema.
Appena superata la dogana che delimita la capitale, l’immensità del Centrafrica colpisce come un pugno nello stomaco. Una distesa di terra non coltivata e selvaggia che si estende fin dove la vista può arrivare. Tra palme di cocco, banani, acacie e sterpaglia fitta e intricata si fanno largo maestosi i baobab, che stanno agli altri alberi come l’elefante agli animali. Ai lati della carreggiata, fin dalle cinque del mattino, camminano colonne di bambini diretti a scuola: gli istituti sono pochi, molto distanti dai villaggi che si intravedono lungo la strada, e per raggiungerli bisogna percorrere molti chilometri a piedi, visto che non esistono autobus. Inoltre, in Centrafrica ci si alza presto, appena sorge il sole, e si vive per strada: le case sono troppo calde, contengono poco o nulla e non c’è nessun motivo per restarvi dentro.

Tra Bangui e Bossemptelé la strada è asfaltata, ma più ci si allontana dalla capitale, più le buche aumentano. A tratti diventa impossibile da percorrere e le poche auto preferiscono uscire dalla carreggiata per rifugiarsi nella terra rossa, mentre i pedoni vi camminano al centro. Anche il senso di marcia è relativo: sono le buche a imporre alle auto quale parte della carreggiata occupare. Il risultato è una perenne processione a zig-zag. La strada che da Bossemptelé porta a Bozoum è un semplice sentiero in terra rossa che si addentra nella savana tropicale tra due muri di erba da elefanti alta tre-quattro metri. È così malmessa che bisogna procedere quasi a passo d’uomo. Il viaggio sembra non finire mai e non solo per le buche: il tragitto è continuamente interrotto da dogane illegali nel mezzo del nulla, create con un bastone issato su due tralicci da comuni cittadini o poliziotti corrotti che vogliono arrotondare lo stipendio a spese della gente. Fenomeni comuni dei quali lo Stato non si occupa.

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Il richiamo del Basara
Ogni dieci chilometri fanno capolino modeste piantagioni di manioca: segno che di lì a poco si troverà un villaggio. Questi piccoli agglomerati nel mezzo della savana sono il simbolo della miseria: casupole in mattoni di fango e tetto di paglia, frotte di bambini dai vestiti laceri, donne che cucinano nell’unica pentola di famiglia e uomini che si guardano intorno inoperosi. Qui la simbiosi tra uomo e natura è completa, come dimostra il caso del Basara. Questo è il nome (“colui che chiama”) che in sango viene dato a un uccello che si nutre di larve di api, ma che da solo non riesce a procurarsele. Il Basara ha capito però che l’uomo può farlo e così, dopo aver individuato un alveare, va a chiamare gli uomini fino a quando non lo seguono e non trovano le api, con reciproco vantaggio di entrambi.

Chi si preoccupa delle persone che abitano sperdute in questi villaggi, dove non passa anima viva, il telefono non prende, la posta non esiste e non ci sono strutture o edifici governativi? Nessuno, tranne i missionari. Padre Norberto, che li visita con altri sacerdoti, ne ha in carico 25, che distano dai 5 ai 90 chilometri dalla missione di Bozoum. Grazie a lui, ogni due mesi circa, i cattolici di questi luoghi possono partecipare a una Messa. Sono sempre i carmelitani scalzi che spesso hanno costruito la chiesa, la scuola, il dispensario e il pozzo di questi villaggi. Capita però che alla loro entrata si vedano enormi cartelli con le sigle di diverse ong in colori vivaci. Si direbbe che abbiano fatto tutto loro, mentre in realtà spesso hanno solo edificato un piccolo muricciolo a protezione del pozzo. Padre Norberto, inconfondibile per via della sua lunga barba bianca da santone, è arrivato in Centrafrica nel 1980 come missionario laico per fare il muratore, anche grazie a don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e Liberazione. È il prete di Desio che un giorno a un raduno disse che un vescovo africano cercava missionari laici meccanici o muratori. E i fratelli di padre Norberto, che partecipavano al raduno, conoscendo il suo desiderio di partire per aiutare le popolazioni più povere, lo avvisarono. Così il giovane Norberto lasciò il lavoro alla mutua, fece un anno nel ramo dell’edilizia e poi partì. E non se n’è ancora andato. Negli anni Ottanta ha anche deciso di farsi prete e ora, dice a Tempi, «lavoro per Gesù».

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In provincia si capisce meglio che cosa abbia fatto scoppiare l’odio tra cristiani e musulmani in questo paese. Arrivati a Bozoum, i ribelli Seleka hanno cominciato a razziare, rubare, depredare, uccidere e torturare i cristiani. Per sapere chi possedeva bestiame, chi aveva armi per cacciare, chi le pallottole, chi le piantagioni migliori, si informavano dai musulmani che facevano nomi e cognomi, condannando alla morte e alla tortura i concittadini citati. «C’era un clima di terrore in quei giorni e l’odio nato verso i musulmani è umanamente comprensibile», continua il missionario di 64 anni. Ecco perché, quando gli anti-balaka si sono ribellati, oltre ai ribelli hanno preso di mira i musulmani. Questi sarebbero sicuramente morti tutti se padre Aurelio Gazzera, altro carmelitano a Bozoum, non avesse preso in mano le redini della città e non fosse riuscito a convincere i musulmani e i Seleka ad andarsene in Camerun, l’Onu a proteggerli durante il percorso e gli anti-balaka a non attaccarli per strada.

In questa città di circa 20 mila abitanti, dove non c’è nulla, spiccano edifici nuovi, belli, colorati, curati. Sono quelli costruiti dai missionari: una chiesa appena ampliata, inaugurata un mese fa, con vetrate e muri decorati, un complesso scolastico dall’asilo fino al liceo, frequentato da oltre mille alunni, un orfanotrofio, una scuola per il lavoro femminile, una falegnameria e una cassa di risparmio e di credito, l’unica della regione e una delle poche in tutto il paese, che ha già duemila clienti e concede microprestiti per aprire attività commerciali e agricole. Ma tutte queste attività non sono quelle principali: «Il mio compito è beneficiare le anime, far conoscere la salvezza alle persone», spiega padre Norberto. «Certo, si beneficia anche il corpo, e lo facciamo meglio di tante altre organizzazioni. Ma il mio lavoro è quello del sacerdote ed è più difficile che costruire una scuola, oltre che più utile. Al di fuori di una maturazione cristiana, infatti, non può esserci maturazione umana e il cambiamento vero arriva solo dall’incontro con Gesù».

Chi ha salvato i musulmani
Da Bozoum a Baoro il viaggio sarebbe breve, passando per Bouar, ma non esistono strade che collegano le due città, tranne una che il governo ha promesso ma non ha mai portato a termine. Così bisogna tornare indietro a Bossemptelé e poi di nuovo verso nord. Poiché viaggi di questo tipo sono difficili e rari, padre Norberto fa salire sulla nostra auto anche due donne (con un bambino) malate «di tubercolosi o di Aids». A Bossemptelé c’è un ospedale di missionari camilliani, l’unico funzionante nel raggio di centinaia di chilometri. Gli altri esistenti sono tutti statali e pericolosi: non solo sono spesso inaccessibili alla popolazione – bisogna pagare tutto, dalle visite alle medicine, dal cibo alla degenza, perfino le siringhe, l’alcol e il cotone – ma non c’è nessuna garanzia che si verrà davvero curati. Così, insieme alle due donne, riprendiamo la strada all’interno della savana, che la pioggia ha trasformato in un mare di melma e pozzanghere.

Ad arrivarci di notte, Baoro, circa 30 mila abitanti, sembra una città fantasma. La luce elettrica non arriva e i pochi che hanno un gruppo elettrogeno lo usano per illuminare un neon davanti al proprio negozietto, nella speranza che qualche cliente lo noti. Anche qui la missione dei carmelitani scalzi è il vero punto di riferimento della popolazione. Per quanto giovane – è stata fondata nel 1974 – in quarant’anni i missionari hanno già costruito nove scuole e cinque asili nei villaggi dentro la savana, un asilo in centro città e un istituto per meccanici ed elettricisti. C’è anche una scuola elementare gestita dalle suore carmelitane di Santa Teresa di Torino. Di fianco all’entrata trionfa un enorme e vistoso cartello con il nome della scuola siglato Unicef. Chiediamo alla direttrice che cosa abbia fatto l’ente Onu per loro. Secca la risposta: «Niente. Non ci hanno dato un soldo, né ci hanno fornito un libro per gli alunni. Hanno solo messo il cartello».

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Nonostante le tante opere, è durante la guerra che tutti si sono accorti di quanto siano importanti i missionari: all’arrivo dei ribelli Seleka le autorità e le forze dell’ordine si sono dileguate, lasciando la gente in balìa degli aguzzini. Gli unici ad essere rimasti sono i religiosi ed è da loro che cinquemila cristiani si sono rifugiati durante le scorrerie dei ribelli. Allo stesso modo, è venendo qui che duemila musulmani sono scampati alla morte dopo la controffensiva degli anti-balaka. I missionari hanno accolto tutti, senza distinzioni, ma non hanno potuto salvare il quartiere islamico, situato dietro la missione. Delle belle case dei musulmani – avevano tutti un gruppo elettrogeno per la luce – restano solo muri anneriti dalle fiamme e scheletri di pareti ormai ricoperte dalla vegetazione della savana. Tra le case in rovina spicca un ammasso di detriti, intonacati di bianco e azzurro: era la moschea, che vantava una bellissima cupola colorata. È stata rasa al suolo.

«Se non ci fosse stata la fede questa crisi avrebbe interamente annientato il Centrafrica», spiega a Tempi padre Maurice Maikane, 45 anni, primo sacerdote centrafricano carmelitano, oggi di stanza a Baoro. «Quel poco di fede che abbiamo ha salvato il paese. Ora però la gente è stufa della guerra e bisogna ricostruire». Questo lavoro possono farlo solo i centrafricani ed è fondamentale che siano stati ordinati i primi sacerdoti locali: «Qui la Chiesa ha avuto tanti problemi, la fede deve essere approfondita, è ancora un po’ superficiale. Del resto siamo una Chiesa giovane, abbiamo appena 100 anni». Padre Maurice ha dovuto lottare contro la sua cultura per farsi sacerdote. Da piccolo desiderava fare il chierichetto, ma la madre non voleva perché «ero un dormiglione». Entrato poi nel seminario diocesano è stato cacciato, perché giudicato «inadeguato». Quando ha scelto la strada carmelitana, molti parenti volevano impedirglielo, perché «ero un maschio, avevo studiato e dovevo aiutare la famiglia e gli altri fratelli. Allora però mia madre si è imposta e mi ha lasciato libero di seguire la mia vocazione». Nel 2002 è stato ordinato sacerdote e il suo percorso l’ha aiutato a capire che «noi centrafricani, conoscendo bene la cultura e la mentalità di questo popolo, siamo fondamentali per aiutare a costruire sia la Chiesa che il paese».

Spesso le due cose vanno insieme perché i fattori di sottosviluppo sono anche legati «a credenze spirituali ancestrali e magiche», confida a Tempi il missionario carmelitano Marcello Bartolomei, in Centrafrica da 34 anni, dal 1982. Oggi si occupa del seminario minore di Yolé, a Bouar, dove 68 ragazzi studiano e imparano a lavorare, gestendo il convento carmelitano che dispone di piantagioni, allevamenti e chiostri. Negli anni ha visto e sentito di tutto, soprattutto ha toccato con mano quanto la comune credenza nella stregoneria danneggi il paese. «Qui si vive alla giornata, i campi si coltivano solo per la sussistenza», racconta. «Ma anche chi si impegna per avere una migliore condizione di vita e progredire viene subito fermato. Se qualcuno, lavorando di più, ottiene un raccolto migliore è accusato di avere costretto gli spiriti degli antenati a lavorare di notte nel suo campo. Quindi o diminuisce la produzione o viene ucciso».

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La legge pro stregoni
Ogni volta che si verifica una morte o una malattia inaspettata, i parenti vanno da uno stregone, un ciarlatano che si fa pagare profumatamente per individuare chi è stato a lanciare il malocchio o il maleficio. Il malcapitato che finisce sul banco degli imputati è giudicato sempre colpevole e tanti vengono uccisi, anche in modi sanguinari e crudeli. Ma la legge non ferma queste pratiche? «No, anzi. Qui ci credono tutti, anche i giudici e i politici hanno paura ad opporsi. Nei codici civile e penale di derivazione francese c’è una legge contro la ciarlataneria, ma è usata al contrario. Il ciarlatano non è lo stregone, ma colui che viene accusato del maleficio». In un clima così è difficile risolvere i problemi del paese concentrandosi solo sull’aspetto economico: «A questo popolo puoi anche dare somme immense, ma spariscono in breve tempo per la corruzione. Lo Stato non ha mai dato l’impressione di occuparsi della gente. La cosa principale di cui ha bisogno il Centrafrica è la formazione umana e l’approfondimento del cristianesimo».

È quello che i missionari fanno, sempre a Bouar, a Saint Elia, il convento per i novizi. Qui, tra i chiostri curatissimi, dove la natura africana dà il meglio di sé, vivono cinque novizi e sette aspiranti affidati alla supervisione del religioso Voytech Kohut, arrivato dalla Repubblica Ceca. «Si parla sempre di quello che noi missionari diamo a questo paese, all’Africa, e troppo poco del contrario», confida a Tempi. «L’Africa è un’università di vita, ti libera dal superfluo, ti costringe ad andare all’essenziale, a guardare quello che davvero conta nella vita. Qui tutti sono in lotta, vivi, mentre in Europa siamo arrivati a un tale benessere che ci siamo rammolliti e ci stiamo uccidendo da soli. Non è l’Africa che ha bisogno di noi, siamo noi che abbiamo bisogno dell’Africa».

Foto Leone Grotti per Tempi

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