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La rivoluzione di Cecco Bill, dalle Brigate Rosse al recupero dei detenuti. «Se non cambio io, il mondo non cambierà mai»

aprile 22, 2014 Emmanuele Michela

Ha assaltato banche, smistato armi, collaborato con le Br. Poi l’arresto, la galera, l’incontro con l’umanità di certi galeotti. Storia del compagno Bellosi

cecco-bill-gabbiano-potere-operaioLa camicia a quadri parla di un’epoca che non c’è più. Va bene tanto per le manifestazioni di piazza degli anni Settanta quanto per la vita di provincia trascorsa in riva al Lario. La faccia stagionata è quella di chi ne ha viste tante nei suoi sessantasei anni di vita, tra volantinaggi fuori dalle fabbriche, corse al confine svizzero e anni dietro le sbarre dei carceri. Ma da quando nel 1992 Francesco Bellosi (foto a fianco), detto Cecco, ha lasciato San Vittore, la sua espressione ha trovato qualcosa di nuovo per cui impegnarsi ancora, abbandonando la lotta armata tra le fila di Potere Operaio e dedicando la maturità della sua vita all’accoglienza di tossicodipendenti, persone con problemi di alcol e droga, ex detenuti.

Ed è a Olgiasca, sponda est del Lago di Como, che Bellosi ha messo la sua casa. Qui il rigurgito del Lario contro i sassi smussati dalla Breva è il solo rumore che infrange il silenzio di questa piccola penisola. Per il resto è solo verde e pace, la stessa che nel Medioevo portò alcuni monaci a scegliere queste terre come luogo per la loro contemplazione: vi edificarono l’Abbazia di Piona. Ma appena prima che la via tortuosa s’incammini verso il complesso religioso sulla sinistra c’è una strada: la chiamano Malpensata, ma a guardare il concerto di orti e vigneti che circondano lo sterrato si direbbe che chi vi ha costruito una villa settecentesca abbia fatto le scelte giuste. Giuste come la decisione di chi vi ha poi portato, trent’anni fa, la Comunità Il Gabbiano, fondata da un padre somasco, fratel Attilio Tavola, per dare ospitalità ai più disperati.

E proprio grazie a un sacerdote Bellosi è arrivato al Gabbiano per scontare gli anni di semilibertà, e ora che ha finito di scontare la sua pena è coordinatore della struttura organizzativa. Tiene insieme le attività delle sei case d’accoglienza che l’opera ha aperto tra le province di Pavia, Lecco e Sondrio. «Qui a Piona ci sono 24 ospiti, con le altre strutture serviamo in tutto 150 persone». E di queste, «circa 60 sono detenuti in misura alternativa. È una delle peculiarità del nostro lavoro: siamo molto attenti ai carcerati. Altre opere fanno più fatica ad ospitarli, perché un detenuto arriva con una logica coatta e non sempre ha voglia di seguire un percorso educativo. Noi, invece, ci siamo detti: perché non provarci?». E ad ascoltare la vita di Bellosi si capisce il perché di quest’occhio di riguardo verso il carcere.

Cecco dietro alle sbarre ci è stato per 12 anni, dopo un decennio da militante di Potere Operaio, movimento di sinistra estrema tra i più noti degli Anni di Piombo. «Pot.Op. era diventato la mia vita dal 1969, quando arrivai a Milano per fare l’università. Prima, a Como, ero nelle file dei giovani comunisti: mio padre era socialista, ma io volevo andare più a sinistra di lui». Dopo la Seconda Guerra Mondiale quelli sono stati gli anni più violenti dell’Italia: l’epoca delle stragi di Stato e delle manifestazioni, dei picchetti fuori dalle scuole e delle azioni terroristiche, degli scontri rossi contro neri e dell’eskimo in redazione. Per Bellosi l’ideale era tutto, e ben presto all’attivismo fuori dalle fabbriche affiancò la vita clandestina del terrorista: «Nel 1971 ci fu la svolta del congresso di Roma: a margine di Potere Operaio nacque “Lavoro Illegale”, struttura segreta che sosteneva la lotta armata. Eravamo legati ai Gap di Giangiacomo Feltrinelli e per il nord-ovest del paese il punto di riferimento ero io». All’inizio il gruppo si muoveva con azioni terroristiche di intensità “ridotta”: assaltavano banche e furgoni portavalori per autofinanziarsi, prendevano di mira sedi locali del Movimento sociale italiano (Msi).

Il rogo di Primavalle
Nella bocca di Bellosi i racconti scorrono rapidi, offrendo uno spaccato della storia d’Italia di quegli anni. Nel 1970 è lui che aiuta Feltrinelli a scappare in Svizzera: «Essendo Como città di confine eravamo i referenti per chi voleva espatriare». Tra questi l’editore milanese, che abbandonò il paese per darsi alla clandestinità. Quando, dopo la morte, fu ritrovata la sua agenda con i nomi di tanti militanti, gli inquirenti si interrogarono davanti ai numerosi appuntamenti presi con una persona indicata come Cocco Bill. «Era il mio nome in codice», confessa Bellosi, che di quel nome ha voluto tenere una piccola eredità, trasformandolo in Cecco Bill, nickname con cui ora firma le sue mail.

Poi arrivò il 1973, e Potere Operaio visse le settimane del rogo di Primavalle: tre militanti che non erano stati ammessi nella cellula di Lavoro Illegale cosparsero di benzina la porta di casa di Mario Mattei, segretario della sezione dell’Msi del quartiere popolare di Roma. Il fuoco travolse tutta l’abitazione, la famiglia Mattei fuggì ma due dei suoi figli rimasero intrappolati dalle fiamme e morirono carbonizzati. «Fu un dramma, e di fatto segnò la fine del movimento: a molti fece impressione pensare che un atto intimidatorio poteva uccidere. E oggi mi fa ancora impressione pensare il perché di quell’azione: Grillo, Lollo e Clavo, i tre militanti incriminati, avevano agito perché erano stati esclusi del ramo terroristico del movimento, quasi a voler dimostrare che invece potevano farne parte». I tre andarono avanti a lungo a dichiararsi innocenti: «Ma prima che iniziasse il processo Grillo e Clavo scapparono all’estero, e ancora una volta fui io ad accompagnarli in Svizzera».

Di lì in avanti per Bellosi sarà un camminare sempre più a fondo nella spirale del terrorismo: «Quando Potere Operaio si sciolse, alcuni militanti seguirono Toni Negri e aderirono a Autonomia Operaia. Noi invece ci associammo alle Br». Nel 1977 due compagni vennero arrestati a Parigi assieme ad alcuni membri dell’Olp: Cecco e gli altri capirono che la lotta comunista stava perdendo in maniera inesorabile. «Ma volevamo andare fino in fondo: per questo entrammo nella Colonna Walter Alasia delle Brigate Rosse. Anche qui seguivamo l’organizzazione logistica delle azioni, controllando il passaggio di armi e persone dalla Svizzera e cercando finanziamenti alle attività armate: ogni 15 giorni assaltavamo una banca».

Ma Cecco Bellosi non è soltanto un ex terrorista che fa i conti col suo passato. Da più di vent’anni è tornato libero, e il pane delle sue giornate è diventato l’accoglienza: «Ma non faccio questo lavoro per riscattarmi a livello sociale, semmai per qualcosa di più personale: sarebbe strumentale stare con questa gente perché ho un debito da pagare. Io faccio questo lavoro perché mi piace». Al Gabbiano le attività per gli ospiti si moltiplicano: c’è chi viene mandato a fare lavori di mantenimento del verde nei comuni, si instaurano rapporti lavorativi con alcuni artigiani della zona, ci sono laboratori e orti interni alla casa. «Dietro a ciò vedo una possibilità di cambiamento che ho sperimentato prima di tutto io, su di me. Negli anni Settanta pensavamo di cambiare il mondo per cambiare gli uomini, ma questa idea era sbagliata. Ora sono convinto che se prima di tutto non cambio io, il mondo non cambierà mai».

gabbiano-cecco-bill«Vogliamo tutto»
Parole che a Bellosi sono diventate care negli anni trascorsi in carcere. Ne ha girati tanti in quei dieci anni spesi tra le maglie della giustizia: «Fossombrone, Trani, Novara, Cuneo, Nuoro… Erano le galere più dure: più eri fastidioso e più ti mandavano in strutture rigide. Poi gli ultimi anni li ho passati a San Vittore». E dietro alle sbarre ha incontrato qualcosa che mai si sarebbe aspettato di trovare in un mondo tanto complesso: «L’umanità. Ricordo il mio primo giorno di carcere: ero in cella con alcuni contrabbandieri bergamaschi. Sono arrivato e due di loro mi hanno fatto il letto, poi mi hanno preparato un piatto di spaghetti».

Per questo quando parla dei carcerati, anche di quelli più violenti, come alcuni protagonisti della mala milanese che ha incontrato di persona, continua a riconoscervi una virtù: l’autenticità. «Tra detenuti si genera un sistema di solidarietà unico. Spesso quando una persona entra in carcere crede di essere persa: si chiude un cancello dietro alle sue spalle e si sente solo. Ma invece non lo sei: tantissime volte puoi trovare persone che ti danno una mano. E questo stupisce chi crede che la galera sia soltanto un luogo per criminali, e non per uomini».
Tra gli amici che Bellosi ha aiutato c’è, ad esempio, Rossano Cochis, ex braccio destro di Renato Vallanzasca ai tempi della banda della Comasina, che in carcere ha scontato una pena di 27 anni per omicidio e oggi collabora col Gabbiano. «E nella sede di Calolziocorte ogni domenica viene a fare attività di volontariato lo stesso Vallanzasca».

Poi torna a parlare di quella stagione di Piombo, del desiderio impazzito ereditato dal Sessantotto, di quel “Vogliamo tutto” che ha dato il nome a uno dei testi programmatici del periodo, un grido potente e deciso, disperato nel suo affidarsi alla vita politica. E accusa la risposta rigida e inadeguata che secondo lui il sistema offrì: le stragi di Stato, il compromesso storico e la democrazia limitata. Eppure, avverte un senso di colpa, anche se in quell’escalation di violenza non uccise mai nessuno: «Io non sono stato condannato per fatti di sangue, ma sono arrivato alla convinzione che se entri in un’organizzazione che ha come programma la violenza e l’omicidio, non è diverso se uccidi o meno. Le responsabilità giuridiche saranno anche differenti, ma quelle morali sono identiche».
E incalza: «Eravamo convinti che il nostro compito fosse quello di prendere in mano la Resistenza tradita. Abbiamo sbagliato, portando fino in fondo il nostro progetto, ma a pagare non siamo stati solo noi». Ma ora che ha pagato il suo debito, Cecco ha trovato un nuovo modo di fare la rivoluzione.

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