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La prodigiosa risurrezione delle mie orchidee (allora neanche io sono finito)

febbraio 27, 2014 Piero Gheddo

In autunno sono sfiorite e sono rimasti tre bastoncini verde scuro. Suor Franca continuava a bagnarli e io le dicevo di buttarli via, ma lei: «No, questi bastoni rifioriranno»

Sono nato nel 1929 a Tronzano vercellese, da bambino e adolescente, con i miei fratelli Franco e Mario e gli amici dell’oratorio, facevamo le nostre scorribande nella campagna, per prendere pesci di risaia e rane (nella notte con la lampada ad acetilene), cogliere fiori per la chiesa, nuotare in un ruscello abbastanza ampio e profondo, monitorare negli orti fichi e peschi per coglierne al momento opportuno i frutti deliziosi; andare nella stalla vicina a casa quando mungevano le vacche per bere un buon bicchiere di latte schiumoso, non pastorizzato. Insomma, la campagna e le stalle avevano per noi pochi segreti. Era una vita nella natura e con la natura.

La risaia, vista in fotografia, non ispira. Invece, vissuta da ragazzi avidi di scoperte e di avventure, la grassa terra del riso, intersecata da canali e da fossi, con i solenni aironi dal lungo collo e le ampie ali, che planavano come piccoli aerei sulla terra appena arata e preparata per accogliere le acque della seminagione, era la nostra scuola e il nostro campo di apprendimento per la vita. Conoscevamo i nomi degli alberi (pioppi, conifere, robinie, pini, platani), dei fiori (mughetti, ciclamini, rose, margherite, ortensie, viole, papaveri, crisantemi, gigli, fiordalisi, garofani) e degli animali; eravamo presenti quando si svuotavano le risaie delle acque, mettendo grossi cesti al bocchetto per raccogliere carpe e tinche, rane e bisce acquatiche.

Tutto questo scompare, quando, dopo il seminario diocesano di Moncrivello anch’esso in piena campagna, nel settembre 1945 sono venuto a Milano per entrare nel Pime. Da allora, ho fatto vita cittadina. Ho avuto ancora esperienze rurali, e molte, visitando le missioni in quattro continenti, ma in Italia sono sempre vissuto in città, il ricordo della campagna a poco a poco è svanito.

Un anno fa, ricevo in dono un vaso di orchidee fiorite nel loro vaso, con una scheda per custodirle. La mia solerte segretaria, suor Franca Nava, missionaria dell’Immacolata e infermiera tra i lebbrosi in Bangladesh e in India, che è con me dal 1974 (e quest’anno compie i 93 anni, ma tutte le mattine viene al lavoro!), mi mette il vaso delle orchidee su un trespolo d’appoggio davanti al mio tavolo di lavoro. Ho sempre avuto altri fiori precari, le orchidee durano mesi, rallegrandomi la vita. Ma nell’autunno scorso, anche le orchidee sfioriscono, cadono i rametti e rimangono tre bastoncini verde scuro. Suor Franca continua a bagnarli e io le dico di buttarli via, ma lei mi dice: «No, questi bastoni rifioriranno ancora».

Viene l’inverno, la pioggia, il gelo, la neve, le lunghe giornate senza sole, i bastoncini mi rimangono davanti e solo per non dare un dispiacere a suor Franca mi sono trattenuto dal buttarli nel cestino della carta straccia. Ebbene, oggi, 23 febbraio 2014, a Milano è una giornata luminosa, primaverile, tiepida. I bastoncini dell’orchidea sono sempre al loro posto, in pieno sole dalle nove alle dodici. Prima di andare a pregare e poi a pranzo e al riposino pomeridiano, lo sguardo mi cade sui tre bastoncini e cosa vedo? Le orchidee sono sbocciate! Il sole ha suscitato una vita nuova e quando torno al pomeriggio ci sono sei fiori bianchi, freschi, vivaci, dritti sullo stelo, fieri della loro prodigiosa risurrezione. In quei bastoncini secchi c’era la vita!

Solo nel mio grande studio, all’ultimo raggio di sole che illumina le mie orchidee, guardo e penso. Gesù, il Sole, splende sempre sopra le nubi, il gelo e la neve dell’inverno. Ma poi ritorna ad illuminarmi e a ridarmi nuova vita. Anche noi, credenti in Cristo, abbiamo i nostri alti e bassi, i nostri autunni e inverni, a volte siamo depressi, a volte tentati di pessimismo e di pensare che siamo finiti.

Grazie, Gesù, che ancora una volta, attraverso i segni dei tempi, mi dai un messaggio di fiducia, di speranza, la certezza di poter risorgere e trovare una nuova giovinezza di lavoro e di fatiche, spendendo la mia vita solo per Te, affinché il Tuo Regno di amore e di pace venga nel mondo intero!

tratto dal blog di padre Piero Gheddo

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1 Commenti

  1. Bekka66 says:

    Mannaggia, qui in ufficio sulla mia scrivania le mie orchidee invece non danno segni di vita e il tempo è nuvoloso, ma procedo ed attendo speranzosa! Grazie 🙂

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