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La prima politica è vivere di Maurizo Lupi. Video presentazione Milano

novembre 28, 2011 Redazione

Perché lasciare spazio a un governo tecnico è stato un gesto politico. Maurizio Lupi a confronto con il neo ministro Lorenzo Ornaghi, Enrico Letta (Pd) e il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli

Mettete intorno a un tavolo un rettore di un’università cattolica diventato neo ministro, il direttore del maggiore quotidiano nazionale tra i grandi sostenitori del nuovo esecutivo di Mario Monti, il cattolico moderato di centrosinistra che da più parti si dice attivo consigliere del presidente della Repubblica e, infine, il cattolico di centrodestra, berlusconiano senza infingimenti, abile tessitore di rapporti umani e politici (su tutti, l’Intergruppo per la sussidiarietà). Ci sono tutti gli ingredienti per aspettarsi un incontro in cui il cicaleccio del giornalismo pettegolo (“il ritorno del potere cattolico”) possa prendere il sopravvento sul vero tema del riunirsi. Non che l’attualità non abbia fatto capolino alla presentazione milanese del libro La prima politica è vivere del vicepresidente della Camera Maurizio LupiEnrico Letta, per dire, era particolarmente pimpante, ben contento che «negli ultimi dieci giorni quella che era una politica dominata dallo scontro fra eserciti contrapposti» si fosse trasformata come d’incanto «in un campo aperto, in cui conta l’incontro e la persona». E anche Ferruccio De Bortoli non ha rinunciato a qualche riferimento agli ultimi mesi italiani, trovando il modo di complimentarsi con Lupi a scapito del suo partito: «Se avessero mandato sempre lui ai talk show, saremmo qui a raccontare un’altra storia». 
 

 

Battute a margine, si diceva. Perché poi quel che i relatori intervenuti hanno voluto sottolineare è stato il filo rosso che lega l’autobiografia. Per Letta l’immagine di Lupi come «homo relatus, colui che vive di relazioni, di scambi continui, di incontri che ne modificano il rapporto con la realtà». Per Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica di Milano e neo ministro dei Beni culturali, «l’idea del proprio impegno come “professione”» nel senso più “alto” del termine e cioè «servizio e vocazione». Una professione che, ha aggiunto Ornaghi, non sarebbe stata possibile se Lupi non avesse incrociato nella sua esistenza «don Luigi Giussani e l’esperienza di Comunione e Liberazione».

 

È toccato all’autore chiarire cosa abbia significato per lui cimentarsi in un’opera che è risposta «a chi mi chiede il senso del mio impegno pubblico. E la mia risposta è che la politica non è solo casta. È incontro, amicizia, stima per l’altro». Facendo suo un esempio di Benedetto XVI al Bundestag, Lupi ha voluto chiarire con un’immagine l’ampiezza della sfida: «Fino ad ora abbiamo vissuto in edifici di cemento armato. Cosa dobbiamo fare ora? Non dobbiamo abbattere gli edifici, ma spalancare porte e finestre per vedere la ricchezza della realtà e dell’altro». Tutte convinzioni che hanno un esplicito travaso anche nelle scelte più recenti: «La decisione di lasciare spazio al governo Monti non è stata un ritiro della politica. Al contrario, è stato un gesto che ne valorizza il cuore: cioè l’anteporre alle proprie analisi e ai propri tornaconti un interesse e un bene più grande».

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