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La politica dei rancori avvelena anche te

febbraio 20, 2017 Alessandro Giuli

Per quanto infragiliti e mediamente impopolari, i partiti sono tornati protagonisti dopo il 4 dicembre. Lo scirocco neo proporzionalista offre molteplici combinazioni possibili

vignetta-vincino-salvini-grilloArticolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Non sempre bisogna amarsi per convolare a nozze. A maggior ragione in politica. E nuove coppie, e ritorni di timida fiamma, s’annunciano infatti in questa specie di grande hotel rigopiano (tutto minuscolo, per rispetto all’originale) che è diventata l’Italia post referendaria e pre elettorale; o anche meta-renziana, se volete.

Guardiamo al magico mondo berlusconiano, per esempio. Di là dalle baruffe lessicali, dalle sbruffonate reciproche, dagli arabeschi riluttanti tessuti nell’attesa di capire con quale sistema di voto si andrà alle urne, è verosimile che il Cav. prodigo e il suo delfino rinnegato Angelino Alfano torneranno alleati. Prove generali: le prossime amministrative, in modo speciale nel laboratorio di rimescolamenti politici chiamato Sicilia (a Palermo urne aperte in primavera, per la regione in autunno). Stesso discorso dovrebbe valere per la Lega delle destre guidata da Matteo Salvini e Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia.

I due populisti autoproclamati hanno scarse possibilità d’intesa con il Movimento Cinque Stelle, la cui fobia verso le contaminazioni esterne è al tempo stesso un ostacolo sulla via del governo e un destino di minoranza a vocazione maggioritaria. Oltretutto, sia Meloni sia Salvini sono espressione di culture o sottoculture regionalistiche ma, queste sì, di governo. La Lega non vendemmia al di sotto del Tevere, i FdI zoppicano al di fuori del raccordo anulare: entrambi però hanno esperienza di potere locale e nazionale interna all’orizzonte del centrodestra, Alfano compreso.

Dice: ma non vedi come litigano ogni giorno fra di loro? Un tintinnar di stoviglie che non preclude affatto la riorganizzazione di un disegno comune in vista delle politiche 2018, sopra tutto considerando il simmetrico movimento di riaggregazione sulla sponda della sinistra post renziana, nella quale il mito dell’autarchia bullesca sta lasciando spazio a una renaissance tardo ulivista.

Azzardiamo. Più che le impolitiche mozioni degli affetti e della nostalgia o del rancore, sarà la categoria politica del “Realismo anaffettivo” a orientare le scelte dei partiti nell’immediato futuro: per quanto infragiliti e mediamente impopolari nella percezione pubblica, sono tornati protagonisti dopo la bocciatura delle riforme costituzionali renziane. Lo scirocco neo proporzionalista che soffia a Palazzo offre molteplici possibilità combinatorie, ovviamente.

Ma prima dell’ordalia elettorale è lecito auspicare un ritorno alla aristotelica teoria dei luoghi naturali: popolari e sovranisti da una parte, democratici e liberal dall’altra, grillini con sé stessi (e malvolentieri perfino così). Tripolarismo biodegradabile. Dopodiché, liberi tutti di darsi alla pazza danza grancoalizionista o di menar le mani alla cieca.

Vignetta Vincino

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