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La pillola contraccettiva dopo lo stupro? Ma il vero rimedio è l’accoglienza

febbraio 25, 2013 Benedetta Frigerio

La storie felici di due bambini nati da incesto e quelle delle suore violentate che diventarono mamme. Da una violenza può nascere un frutto buono.

Alla notizia della presa di posizione della Conferenza episcopale tedesca, che ha sollevato la necessità di rivedere la contrarietà della Chiesa verso i contraccettivi d’emergenza, come la pillola del giorno dopo, nei casi di stupro della donna «solo nel caso in cui non siano abortivi», c’è sicuramente da chiedersi se l’affermazione sia scientifica o meno (è ormai noto che la pillola contraccettiva può provocare l’aborto, ndr). Ma soprattutto vengono in mente i casi reali di bambini nati da violenza. Come Ken, figlio di uno stupro, per cui la vita è «straordinaria», o Sandra che di suo figlio, concepito in un atto da cui la donna ha cercato di sottrarsi, parla come del «sole della mia vita». C’è poi la comunità Amici di Lazzaro, stupita da quanto L., figlio di una mamma violentata, sia un bimbo «pieno di vita e gioia». Da ultimo riaffiora alla memoria il caso estremo di alcune donne, delle suore, che abbandonarono addirittura la propria vocazione per «accudire con amore» i loro figli nati da stupri avvenuti nell’estate del 1993, durante la guerra in Bosnia.

SONO FELICE. La prima storia risale all’ottobre scorso, quando Todd Akin, politico americano, aveva fatto una gaffe parlando di stupro “legitimate”, parola ambigua che può voler dire oltre che “vero e proprio” anche “legittimo”. Alla notizia, un uomo, chiamato Ken, era intervenuto in sua difesa. Ken, cresciuto in una famiglia adottiva, conobbe la madre a 30 anni, scoprendo che a 15 la donna era stata violentata. Aiutata da un’istituzione cattolica di carità lasciò loro il piccolo. «Mi si rivolta lo stomaco quando sento parlare di stupro, perché è qualcosa di orribile», aveva precisato l’uomo. Raccontando che al padre avrebbe «tirato un pugno», che «lo stupro è una cosa spaventosa», ma che anche «da qualcosa di così terribile può nascere il bene. E io ne sono la prova». Di più, l’uomo ora sposato con tre figli, e ha detto che «non si può parlare di questi bambini come di condannati». Perché, come lui, «possono nascere, possono crescere, possono vivere una vita».

«MIO FIGLIO È IL MIO SOLE». Il caso di Sandra e di suo figlio Roman è invece apparso il 27 settembre scorso sul quotidiano tedesco Bild. Lei si chiedeva come avrebbe potuto amare un figlio nato da una violenza ma da quando nacque, ha raccontato, «ogni volta che sorride, l’orrore subito non mi interessa più: mio figlio è il sole della mia vita. Che io riesca a sentirmi così per lui, mi rende incredibilmente felice, perché ho la consapevolezza delle circostanze terribili del suo concepimento».

«FELICE PERCHE’AMATO». L. invece è un piccolo di 6 anni, figlio di una giovane violentata, e da qualche mese ospite della comunità Amici di Lazzaro. Giunto lì dopo l’omicidio della madre è stato descritto così: «È un bambino vivace ma ben educato, intelligente, sveglio, amichevole, affettuoso ma per nulla appiccicoso, pieno di vita, in buona salute, bello e promettente. Sprizza gioia di vivere da tutti i pori, e non lo fa per posa. È proprio così. Appena ti vede ti salta al collo, ma mica ci resta per molto: ti coinvolge in una vorticosa conversazione che spazia ampiamente oltre i confini dei pensieri che occupavano la tua mente un minuto prima». E si intuisce da dove venga tanto bene: di sua madre si sa che era stata lasciata sola, isolata persino dalla famiglia, ma che aveva accettato anche questo pur di accudire quel bambino che amava pur essendo stata violentata. E non parliamo di una madre santa: quella di L. non aveva, come si dice, una vita troppo regolare.

LE SUORE BOSNIACHE. Fu invece nel marzo del 1994 che emerse la notizia delle suore Bosniache che, violentate nel giugno del 1993 durante la guerra, avevano deciso di tenere i loro figli, anche se ciò significava o tornare allo stato laicale, o rimanere in convento dando in adozione i bambini. Durante la guerra in Bosnia furono altre le donne violentate e fece scalpore l’appello del beato Giovanni Paolo II che disse a loro di non abortire. Appello che valse anche per le religiose. Ad alcuni teologi, che già allora parlavano di pillola contraccettiva in casi del genere parve troppo, ma non alle suore stesse che accettarono il fatto che una novizia fosse andata a vivere in città, continuando a sostenere madre e figlio come parte della propria comunità.

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