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La nuova Fed di Trump e il rischio bolla dei paesi emergenti

novembre 2, 2017 Mariarosaria Marchesano

Dalle mosse del futuro presidente della banca centrale, Jerome Powell, dipenderà (anche) la sorte di paesi il cui debito è emesso in dollari

epa05288805 Governors of the Federal Reserve Jerome Powell (L) and Lael Brainard (R) participate in a meeting 'to discuss a proposed rule to establish the Net Stable Funding Ratio, as well as a proposed rule establishing restrictions on qualified financial contracts of systemically important banking organizations.'  at the Federal Reserve in Washington, DC, USA, 03 May 2016.  EPA/SHAWN THEW

Donald Trump ha deciso: il nuovo presidente della Federal Reserve sarà Jerome Powell, che dal prossimo febbraio subentrerà a Janet Yellen. Dopo settimane di indiscrezioni sul rinnovo dei vertici della banca centrale americana e la valutazione di diversi candidati, è arrivata la tanto attesa fumata bianca che ha premiato Powell, l’avvocato-banchiere che era stato nominato nel board della Fed nel 2012 da Barack Obama. Ma perché tanta attenzione su questa nomina? La decisione è particolarmente importante in una fase in cui la politica monetaria Usa è in grado di influenzare l’economia mondiale che sta cercando a fatica di uscire da una grande crisi. Ma il motivo forse più importante che porterà la presidenza Powell sotto i riflettori è rappresentato dagli effetti che potrebbero avere le prossime manovre della Fed sui paesi emergenti in cui si sta registrando un preoccupante aumento del debito pubblico. Ammontano a oltre 400 miliardi di dollari i titoli di debito che arriveranno a scadenza nei prossimi tre anni. Ed il punto è che un rafforzamento del dollaro combinato con un eventuale rialzo dei tassi rischia di renderne complicato il rifinanziamento.

NUOVA CRISI TRAINATA DAL DEBITO? Il tema della vulnerabilità di questi paesi non è nuovo. Sono almeno un paio d’anni che analisti ed economisti ne parlano cercando di smorzare gli eccessi di euforia su questi mercati che per molto tempo hanno rappresentato un asset fondamentale per investitori a caccia di rendimenti. Ma negli ultimi mesi l’attenzione degli osservatori è diventata insistente, quasi allarmante. In un recente report di Pictet Asset Management (ottobre 2017), che analizza lo stato di salute di una trentina di mercati, dall’Egitto alla Turchia, dalla Cina all’Israele e al Brasile, viene sottolineata la significativa crescita che il debito complessivo ha avuto a partire dalla crisi finanziaria del 2008 raggiungendo il picco del 186% del prodotto interno lordo nel primo trimestre del 2017. Tale crescita è stata guidata, in particolare, dal debito corporate (cioè titoli di obbligazioni emesse da grandi aziende) che rappresenta più della metà del debito totale. “Nonostante il rapporto complessivo tra debito e pil nei paesi emergenti sia molto più basso che nei paesi sviluppati, la storia insegna che ciò che conta di più non è il valore assoluto, ma il tasso di variazione”, spiegano gli analisti nella ricerca ponendo una domanda centrale: “Dopo una crescita del debito così consistente e dato l’imminente inasprimento delle politiche monetarie negli Usa, i mercati emergenti si stanno avvicinando ad una crisi trainata dal debito?”.

CONTINUITÀ CON IL PASSATO. Il quesito, dunque, mette implicitamente in connessione le future mosse della banca centrale americana e la stabilità in questi paesi i cui titoli di debito (denominati per lo più in dollari americani) si trovano nelle gestioni dei fund manager di tutto il mondo. Chiunque abbia fatto investimenti finanziari nei paesi emergenti, attraversi fondi o direttamente, dovrebbe seguire con attenzione l’evoluzione di questo quadro. Ma che tipo di politica attuerà Powell? Per quanto si sa, la sua presidenza dovrebbe garantire una certa continuità con il passato. E nel breve futuro della Banca centrale americana ci dovrebbe essere il rialzo dei tassi a dicembre, dopo che proprio in questi giorni la Fed ha deciso di mantenere invariate le politiche monetarie ma sottolineato il rafforzamento dell’economia e del mercato del lavoro. Il solo fatto di avere definito “solida” l’economia a stelle e strisce è stato letto dagli investitori come un segnale che entro fine anno arriverà un’altra stretta monetaria, perché gli Usa hanno le spalle abbastanza larghe per sopportarla.
La prospettiva di un’epoca di manovre restrittive (cioè innalzamento dei tassi d’interesse) viene vista con preoccupazione di chi pensa che questo potrebbe indebolire i titoli di debito dei paesi emergenti. Il rischio sarebbe connesso più al debito societario che a quello emesso dagli stati sovrani che tendono ad accumulare sufficienti riserve per far fronte a eventuali fughe di capitali. Insomma, i timori sono concentrati sui cosiddetti ‘bond’ dei paesi emergenti per lungo tempo visti come la panacea di portafogli di investimenti che puntavano a migliorare le performance.

LA RUSSIA E’ ANCORA UN’OPPORTUNITÀ. In questo quadro non tutti i paesi sono messi allo stesso modo. La Cina, per esempio, pur avendo un livello di indebitamento molto elevato, non desta particolari preoccupazioni, a differenza di Sud Africa, Turchia, Argentina e Messico il cui deficit pubblico è collegato in buona parte al disavanzo delle partite correnti. E c’è anche chi intravede ancora delle opportunità in queste aree. Secondo la ricerca di Pictet, è la Russia lo stato con il più basso livello di indebitamento tra i paesi emergenti, seppure ha ancora un’economia concentrata prevalentemente sul settore energetico. Il paese ha guadagnato il terzo posto all’interno dell’indice della banca d’investimenti posizionandosi bene in termini di contesto economico, finanzia pubblica, finanziamenti e potere estero.

Foto Ansa

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