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La mummia della porta accanto

settembre 25, 2017 Caterina Giojelli

Dietro agli slogan sulla solidarietà e la cura dell’altro, si stagliano palazzi abitati da “io” orfani e mutilati. Accecati dal sole dei media e così indifferenti al dirimpettaio da non accorgersi quando muore

morte

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Solo l’odore nauseabondo svignatosi dalle porte di casa ci ha ricordato la loro esistenza. Del signor Giuseppe, 58 anni, non è rimasto che un corpo mummificato, avvolto in un giaccone pesante sotto il piumone, sigillato per mesi in un appartamento di Milano in zona Quarto Cagnino. Sepolto dalle carte, ritagli di giornale e libretti di lirica è stato invece ritrovato il corpo di Claudio, 90 anni, istrionico “professore” conosciuto in tutto il quartiere del Museo Nazionale di Napoli. Morto anche lui, solo e dimenticato perché dimenticare è banale, umano e terribile, ci si dimentica di chi non si conosce, di chi non si ama, ci si dimentica perfino di chi si ama. La mamma di Tatiana era convinta di aver lasciato la sua piccola di 18 mesi nelle braccia delle educatrici: la figlia era invece rimasta in macchina, parcheggiata nella piazza di un comune dell’aretino davanti al posto di lavoro della madre. Quando la donna se ne è accorta per Tatiana era troppo tardi.

In seguito a questo e analoghi episodi le strutture di alcuni comuni italiani, come quello di Empoli o di Gorgonzola o gli istituti associati ad Assonidi, hanno adottato un protocollo che prevede una telefonata ai genitori da parte degli educatori per chiedere conferma dell’assenza del figlio al nido. In molti hanno plaudito all’iniziativa, un gesto banale che “salva la vita” e che dice “stop al fenomeno dei bambini dimenticati in auto”. Sì, perché è già un “fenomeno”: investiti dalla dimenticanza e dal materialismo del mondo intero, l’umano che viene meno, l’umano che sta male, è stabilmente riposizionato nello slogan perché come tale può essere arginato.

Siamo uomini, non monadi
La dimenticanza che inghiotte uomini soli e bimbi in auto non ha la stessa sorgente, ma il formalismo che allontana l’umano dalla responsabilità e dalla coscienza di potere fare il male sì. «Dimenticarsi di un vicino di casa è un segno dei tempi, dimenticare un piccolo in auto no. Lo è però la tendenza a considerare questo secondo evento drammatico un “fenomeno”, la presunzione di poterlo evitare attraverso un sistema di controllo che deresponsabilizza paradossalmente l’umano nei confronti del bene più prezioso rimasto a questa società senza memoria: il bambino». Parlando a Tempi il grande psichiatra Eugenio Borgna insiste sulla differenza dei casi citati, ma anche sul rimbambimento di una società che vuol dirsi adulta, accogliente e solidale, e tuttavia resta inumata nel guscio dell’ego, che si riempie la bocca di slogan e incastra nella burocrazia di un pensiero la possibilità di una vita che sia realmente piena e realizzata nella relazione con l’altro: «Non siamo monadi, siamo fatti per l’incontro. Ma il fiume gelido dell’indifferenza scorre tra i pianerottoli delle nostre case. Viviamo incuranti degli infiniti destini che vanno compiendosi a pochi metri da noi. Non ci curiamo della solidarietà se non per legge o decreto, non trascendiamo mai il guscio delle nostre esigenze, attese e compiti chiedendoci chi è l’altro, non ci interessa chiederci perché da una porta non esca più nessuno».

BorgnaBorgna si sofferma sull’assurdità del morire tumulati in un appartamento, «che dà il senso profondo e sconvolgente di un cambiamento di clima. L’indifferenza intesa come mancanza di familiarità dell’umano, di chi siamo noi stessi e quindi di chi sono gli altri, è andata ad abitare il cuore del singolo, della famiglia e di palazzi interi, così come la solitudine che raccoglie tutti questi nostri sentimenti non è più ricca di vita interiore ed è mutata in isolamento, in insignificanza»: siamo “vicini” che muoiono e che lasciano morire.

In preda agli idola della nuova comunicazione, che hanno fatto del “contatto” un feticcio da iPad, smartphone e cellulari – «che già nel nome portano in sé questo profondo isolamento che caratterizza la vita di ciascuno di noi» –, la società moderna sembra avere evacuato la sua stessa caratteristica fondamentale, che è relazione, solidarietà, domanda di amore verso se stessi e gli altri lasciandola marcire in un appartamento: di questa non rimane che un muto odore nauseabondo, odore di morte appunto.

Città sterminate e indeterminate
«Essere chiusi, isolati nel baccello della propria personalità artefatta dalle suggestioni e dalle apparenze dei nuovi media, significa svuotare la nostra vita di apertura, slancio, speranza. Dimenticandoci che l’unità della persona è data anche da ciò che diamo e realizziamo all’interno di un rapporto». Le grandi città sono andate così popolandosi di “io” orfani e mutilati che si arenano come molluschi sulle secche di un oceano sterminato e indeterminato: del “kodokushi”, letteralmente «morte senza nessuno accanto» e di cui non si accorge nessuno per giorni e settimane, nel grande Giappone dove sono ormai circa trentamila le persone che muoiono per conto loro ogni anno, Tempi vi aveva già parlato (cfr. n. 16, 20 aprile 2017), così come dei tristi record della Svezia, il paese dell’indipendenza e delle libertà individuali dove una persona su quattro muore da sola e il decesso di molti viene scoperto solo parecchio tempo dopo (cfr. n. 37, 21 settembre 2016 sul film La teoria svedese dell’amore di Erik Gandini).

Secondo le ricerche presentate ad agosto al 125° incontro annuale dell’American Psychological Association, la solitudine e l’isolamento sociale possono uccidere più dell’obesità e il loro impatto sta crescendo esponenzialmente. Come in Italia, dove i Giuseppe e i Claudio deceduti nel silenzio di grandi città non sono più casi isolati. «Nei piccoli centri, nelle campagne, la solidarietà ha ancora salde radici e genera frutti», spiega Borgna, riferendosi a una umanità che segue ancora antichi ritmi, perfino ricette, non ha perso la memoria di se stessa.

Eppure è nelle grandi città che sciamano i nuovi “altri”, che la solidarietà è diventata materia di eccellenti intenzioni, virtù mondana per antonomasia, come fosse la realtà sociale a conferire ad ogni uomo sviluppo e dignità e non l’essere creature, «possiamo accogliere la sofferenza dell’altro per editto, legge o moralismo. Ma il gesto meccanico costruisce trame disumane impossibili. Oppure possiamo farlo per umanità ed esigenza, perché il cuore dell’uomo mendica, è mendicante, e nella mendicanza dell’altro riconosciamo non solo la nostra stessa mancanza, ma anche la nostra speranza – che è esigenza metafisica dell’uomo e non pura commozione estetica –, la stessa dignità di creatura. Papa Francesco insiste moltissimo su questo, ogni mendicante è scandalo per la coscienza moderna, ogni incontro è un’occasione offerta dal mistero di Dio alla nostra libertà. Venuta a ricordarci che non siamo monadi senza né porte né finestre, come diceva Leibniz: “Le monadi non hanno finestre, attraverso le quali qualcosa possa entrare o uscire”. Non vedono il dolore del mondo e di conseguenza neanche la gioia».

Niente oggi ci è più atroce
È una ricerca affannosa quella che strappa al sole accecante delle tecnologie che vogliono l’uomo monade e cieco a tutto ciò che è differenza, diverso, altro da sé. Incapace di gesti se non «rimandati a meccanicismi», privi dell’esperienza delle conseguenze causate dal nostro male, dal pagare per il male che la deresponsabilizzazione verso gli altri porta con sé, «l’indifferenza ha in noi sostituito la coscienza fisica del male: niente oggi ci è più atroce, nemmeno la morte di un vicino. Dimentichi dell’altro finiamo per strumentalizzarlo, ridurlo a categoria di un pensiero e approdiamo a soluzioni stravaganti come quella della telefonata dagli asili per prevenire il “fenomeno” dei bimbi, i nostri beni più preziosi, dimenticati in auto. Pensare di poter controllare l’imprevisto, evitare con una telefonata un fatto che non può essere assolutamente generalizzato e attribuito a un andazzo dei tempi, bensì solo a qualcosa di patologico e personale che non ha funzionato nel singolo genitore, la dice lunga sulla speranza mondana, meccanica, qualificante sempre di più questa società autistica, senza solidarietà».

In Giappone ogni volta che un anziano si prepara un tè verde il dispositivo “i-Pot” invia una mail ai familiari, cosicché questi sappiano costantemente che va tutto bene. In Svezia essere online è una garanzia di esistenza. In Italia una telefonata allunga la vita. Ma allora cos’è questo odore nauseabondo?

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