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La missione «prima che per arrecar bene agli infedeli» è per «convertire le loro anime»

giugno 11, 2015 Piero Gheddo

Quando papa Francesco invita le Pontificie Opere Missionarie a preoccuparsi dell’annuncio più che dei soldi, richiama alla mente l’ideale del grande beato padre Paolo Manna, «il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria»

paolo_mannaIl 5 giugno 2015 papa Francesco ha ricevuto i partecipanti all’Assemblea generale delle Pontificie Opere Missionarie (Pom), ringraziandoli cordialmente per il servizio che rendono alla Chiesa nel «realizzare il mandato missionario di evangelizzare le genti fino agli estremi confini della terra». L’annuncio del Vangelo è «la prima e costante preoccupazione della Chiesa», «il suo impegno essenziale», «la sua sfida maggiore, e la fonte del suo rinnovamento».

Poi Francesco continua: «Davanti ad un compito così bello e importante, la fede e l’amore di Cristo hanno la capacità di spingerci ovunque per annunciare il Vangelo dell’amore, della fraternità e della giustizia. E questo si fa con la preghiera, con il coraggio evangelico e con la testimonianza delle beatitudini».

«Per favore, state attenti a non cadere nella tentazione di diventare una Ong, un ufficio di distribuzione di sussidi ordinari e straordinari. I soldi sono di aiuto ma possono diventare anche la rovina della Missione… Per favore, con tanti piani e programmi non togliete Gesù Cristo dall’Opera Missionaria, che è opera sua. Una Chiesa che si riduca all’efficientismo degli apparati è già morta». Parole brevi ma dure di papa Francesco e il suo richiamo non riguarda solo le Pom, ma anche tutta la cosiddetta «animazione missionaria», i Centri missionari diocesani, gli Istituti missionari, le associazioni di laicato missionario.

Per capire bene la situazione attuale e le parole di papa Francesco, occorre ricordare il beato padre Paolo Manna (1872-1952), che Giovanni XXIII definiva “il Cristoforo Colombo della cooperazione missionaria” (nel Congresso missionario dei seminaristi, novembre 1960). Missionario in Birmania e poi direttore di Le missioni cattoliche, padre Manna ha dato una svolta all’animazione missionaria con la sua Unione missionaria del Clero fondata nel 1916 e assunta da san Guido Maria Conforti, vescovo di Parma e fondatore dei missionari saveriani, che ha presentato l’associazione a Benedetto XV. Nel gennaio 1917 gli “Acta Apostolicae Sedis” pubblicano l’approvazione del Papa e i giornali ne danno notizia. Nasce così l’Unione missionaria del Clero (Conforti presidente e Manna segretario), che ha subito un ottimo successo in Italia e all’estero. Nel dicembre 1917 i soci erano 1.254, fra i quali Achille Ratti (Pio XI) e Angelo Roncalli (Giovanni XXIII); 4.035 nel 1919, 10.255 nel 1920 e 23.000 nel 1924.

Delle quattro Pontificie Opere Missionarie, tre delle quali nate nell’Ottocento francese (Propagazione della Fede 1822, Sant’Infanzia 1843 e Clero Indigeno 1889), l’Unione missionaria del Clero (1916) è la più attuale. A quasi un secolo dalla sua fondazione, siamo ancora ben lontani dall’ideale di padre Manna, che la missione alle genti sia sentita come propria da tutte le persone consacrate e quindi da diocesi, parrocchie, seminari, ordini religiosi. Per questo l’Unione è stata così definita da Paolo VI nella Lettera apostolica Graves et increscentes (5 giugno 1966, nel 50esimo di fondazione): «La Pontificia Unione Missionaria ha un ruolo di primaria importanza fra le Opere Pontificie. Se è l’ultima in ordine di tempo, non è l’ultima per il suo valore spirituale. Essa dev’essere considerata come l’anima delle Pontificie Opere».

Manna voleva un’associazione che trasmettesse ai sacerdoti l’entusiasmo per l’ideale missionario; animando il clero si sarebbe raggiunto tutto il popolo cristiano. In Birmania aveva sperimentato quanto fosse necessario il denaro per l’opera missionaria, ma sul rapporto fra “propaganda missionaria” e denaro scriveva in due articoli mentre stava iniziando l’Unione missionaria del Clero:

«Oggi parlare di missioni è quasi come parlare di denaro. Se prendiamo in mano qualsiasi periodico missionario non vi troviamo che appelli per avere denaro; si escogitano mille industrie per tirar su soldi… Non diamo troppo valore al denaro come mezzo di apostolato… La cooperazione missionaria non è solo questione di denaro: è una questione squisitamente, sovranamente spirituale… è soprattutto questione di personale. La più urgente forma di cooperazione è di favorire le vocazioni all’apostolato, di dare operai alla Chiesa».

Un altro suo articolo è un accorato invito alla preghiera:

«Non tutti possono sempre mandare soccorsi di elemosine, tutti però possono pregare e tutti ne hanno il dovere. La preghiera per la conversione degli infedeli è anche più importante e necessaria dell’elemosina, in affare tanto spirituale e soprannaturale quale è quello della conversione delle anime… Preghiamo e invitiamo tutti i nostri parenti, conoscenti e dipendenti a pregare per questa santissima causa di Dio e della Chiesa».

Nel 1934 Il pensiero missionario pubblica uno studio di padre Manna intitolato: “La cooperazione cristiana alla conversione del mondo e l’Unione missionaria del Clero”. È il testo fondamentale per comprendere il suo pensiero e la sua passione missionaria. Se i preti non vivono la passione di portare Cristo a tutti gli uomini, anche il mondo cristiano non potrà fare miracoli:

«Quale triste spettacolo offriamo noi sacerdoti quando, sfiduciati, lamentiamo impotenti la deplorevole condizione di gran parte del mondo e dei nostri stessi paesi cristiani, quasi per piangere il fallimento del nostro ministero, il fallimento di Dio! Ma Dio non fallisce mai e non può venir meno la Chiesa; può però fallire un ministero di uomini deboli e inetti per un’opera sì soprannaturale e divina…».

L’Unione missionaria del Clero è nata sulla base di questa convinzione: la cooperazione dei fedeli alla missione della Chiesa è in rapporto alla fede e alla passione missionaria dei preti. Manna grida con forza:

«Una diocesi, una parrocchia in cui si coltivino nelle anime queste divine idealità, non perderà mai la fede e avrà l’intelligenza di ogni opera buona… Teniamo come assioma indiscutibile – suffragato dalla prova dei fatti – che tutto quanto si fa per le missioni, prima di arrecar bene agli infedeli, cade in benedizioni sulle nostre cristianità; mentre al contrario, una fede che non si propaga, o è morta o è destinata a morire… Il risveglio missionario in tutta la Chiesa è oggi più che mai urgente».

Manna continua:

«L’Unione non ha mantenuto il suo carattere originale di associazione altamente spirituale e apostolicamente educativa, quale deve essere secondo l’ispirazione che ne diede il Signore… Per parlare bene e utilmente delle missioni bisogna parlarne da apostoli, da uomini che amano molto Dio e le anime, come ne parlano i santi missionari. Il frutto vero, sostanziale che l’Unione missionaria trarrà dai suoi corsi di studi, dalle sue conferenze, sarà proporzionato allo spirito con cui tale propaganda sarà fatta. Parlerà lo Spirito di Dio? Si avranno infallibilmente frutti di vita. Parlerà lo spirito dell’uomo? Si avrà del fracasso, ma gli interessi che si vogliono favorire non progrediranno di un passo».

Il beato Paolo Manna è convinto che «Bisogna spiritualizzare la propaganda… La missione è opera di fede e di grazia dello Spirito Santo, è la Pentecoste che si perpetua attraverso i tempi… L’Unione missionaria deve essere vivificata dallo stesso Spirito. Solo animata da Esso deve operare e produrre frutti di salute e di vita. Guai se nell’Unione missionaria si insinua lo spirito umano… Le missioni fanno appello al cuore dei fedeli e li spronano a pregare ed a sacrificarsi per esse, solo se sono presentate quale cosa del tutto divina… Nella nostra predicazione facciamo parlare l’amore che ha avuto Dio per il mondo, facciamo parlare il Sangue che Gesù Cristo ha sparso per le anime, facciamo parlare la miserevole condizione degli infedeli… sono le voci che il nostro popolo comprende meglio di ogni altro parlare».

tratto dal blog di Piero Gheddo


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