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La mafia uccide d’estate di Angelino Alfano

gennaio 3, 2012 Mariapia Bruno

Clamoroso in via Arenula: antimafioso, siciliano e berlusconiano. Il pidiellino “impossibile” Angelino Alfano e i suoi tre anni da ministro della Giustizia

«Quello che leggerete è un racconto. È il racconto di mille giorni e di mille episodi». Comincia così la narrazione autobiografica di Angelino Alfano, il più giovane guardasigilli della storia italiana, che ha deciso di ripercorrere in un libro il triennio vissuto da ministro della Giustizia. Attraverso continui flash-back nel suo passato da giovane militante capellone tra banchi di scuola, convegni e assemblee, l’attuale segretario nazionale del Pdl stila un bilancio coerente di successi e sconfitte, facendo saltare l’equazione secondo cui non si può essere antimafioso, siciliano e berlusconiano al tempo stesso. La mafia uccide d’estate è il titolo del libro, scelto perché è proprio nella calda e lunga estate siciliana che si sono compiuti gli omicidi di Falcone, Borsellino, Chinnici, La Torre e di tante altre vittime di Cosa nostra. «Era come se la benedizione di Dio su questi luoghi meravigliosi facesse a pugni con la maledizione degli uomini che hanno rubato un pezzo del nostro futuro», scrive Alfano puntando il dito contro quella mafia che «ci ruba le parole», ma anche l’onore, il rispetto, la famiglia, la dignità e l’amicizia. Attento a non infarcire il testo di fredde teorie giuridiche, l’ex ministro lo arricchisce con il suo lato umano, quello di una persona che crede nella giustizia e nella politica e che prova grande amarezza durante le commemorazioni delle vittime della mafia, così contrastanti con i ricordi di gioia, di sole, di mare e di luce della Sicilia della sua gioventù. Ed è proprio a una di queste vittime che Alfano rivolge il primo pensiero una volta designato ministro: al giudice ragazzino Rosario Livatino, conterraneo e coetaneo. 

Le vittorie e le grandi incompiute
Tracciando il bilancio del suo triennio da guardasigilli, il segretario del Pdl rivendica anche «vittorie» come l’inasprimento del 41 bis, firmato subito dopo l’insediamento in via Arenula, che segna per i mafiosi la fine del “Grand Hotel Ucciardone” e che ad Alfano sembrò il compimento della giovinezza antimafia. Alle note scottanti, quelle del “mascariamento” («la raffinata tecnica utilizzata per distruggere in Sicilia gli avversari politici») e della casta degli intoccabili (quella dei magistrati, per i quali le sedi disagiate sono in realtà sedi «sgradite», quella dove impera il «nonnismo giudiziario», quella protetta da un Csm spesso pronto a chiudere un occhio verso i colleghi, anche quando questi archiviano materiale pedopornografico o intrattengono rapporti coi mafiosi), si accostano le grandi incompiute: la legge sulle intercettazioni e la riforma costituzionale. 
In vista di tempi migliori Alfano conclude con una dedica (ironica ma fino a un certo punto) al ministro della Giustizia del 2033, buttata giù dopo aver appreso che già Mino Martinazzoli in un libro del 1983 affrontava le stesse questioni irrisolte: «Io sono arrivato 25 anni dopo e ho lavorato sugli stessi problemi. Spero con queste 350 pagine di aver dato il mio contributo affinché il ministro che verrà nel 2033, tra 25 anni, possa confrontarsi con questioni differenti». Infine l’appassionato appello ai giovani: «Coltivate le vostre passioni, impegnatevi, non cedete alla rinuncia e al pessimismo. Credete nei vostri ideali, se avete un sogno coltivatelo, non rinunciate ad essere onesti, non siate disaffezionati alle istituzioni e alla politica. Contribuite con la vostra intelligenza, con la vostra creatività, col vostro entusiasmo a migliorare questa nostra Italia che ha bisogno di voi. Insieme sforziamoci di creare una società migliore in cui ci sia spazio per tutti voi».

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