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La maestà degli sfollati

febbraio 5, 2017 Antonella Nina Onori

L’albanese di Amatrice, la ragazza infreddolita, i fratellini inconsolabili. Due mesi tra i terremotati, tra tachipirine, scarpe e polvere di macerie

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Pubblichiamo un’anticipazione del libro Lo sportello degli addii. Quattro mesi con i terremotati di Amatrice e Accumoli, La Lepre Edizioni, che sarà in libreria alla fine di marzo. L’autrice lavora con la Regione Lazio e si occupa dell’assistenza ai terremotati del 24 agosto sfollati da settembre negli alberghi della costa marchigiana.

Al nostro arrivo ci sono già persone in attesa, sedute e in piedi. Tutte con l’aria smarrita di chi è stato trascinato lì, in un luogo molto diverso da quello a cui era abituato, riva del mare invece delle altitudini montane da capogiro e degli sguardi sulle vallate. Aspettano che si facciano le otto e mezza, ora in cui apre lo sportello dedicato agli sfollati laziali del terremoto del 24 agosto. Siamo nella ex scuola media “Curzi”, a San Benedetto del Tronto, e da due mesi lavoro lì.

Ci chiedono di tutto, hanno bisogno di tutto. Alcuni vorrebbero togliersi il peso di essere sopravvissuti a un parente, a un compaesano, a un vicino di casa, al bambino del vicolo accanto. Occhi terrorizzati e cuore ferito. Oggi una ragazza mi guardava. Aspettava e mi guardava, giuro che mi ha chiamato con gli occhi. Chi sei, le chiedo, da dove vieni? «Sono di Amatrice, ma in realtà sono di Albania». Come mai non ti ho visto prima? «Perché sono in una casa prestata». Cosa ti serve? «Ho mia sorella in sedia a rotelle, mio cognato è morto e le figlie di sorella sono molto spaventate e piangono, piangono. Che faccio?».

Cerco di spiegarle che possiamo risolvere tutto, tranne che ridare il padre alle bambine. Ha in mano un modello da compilare e da inoltrare alla Cassa edile della provincia dell’Aquila. Scopro che c’era una scadenza: «Entro 90 giorni dalla data del decesso». Ma oggi è il 16 novembre! Leggo e capisco che serve un decreto del giudice tutelare del Tribunale di Rieti per riscuotere le spettanze per le bambine orfane, Giulia e Flavia. Le chiedo come mai solo oggi ha portato questo foglio e lei mi spiega che ha dovuto assistere la sorella che è stata in rianimazione e solo ora è uscita dall’ospedale. Scrivo una richiesta per avere un decreto del giudice, parlo con il Tribunale per segnalare l’urgenza del caso, mando una richiesta di interruzione dei termini alla Cassa edile della provincia dell’Aquila… Sospiro di sollievo, forse a dicembre arriveranno i primi soldi. La donna mi abbraccia, mi bacia, mi vuole bene. Io non dimenticherò mai la luce della riconoscenza in quegli occhi. Sono riuscita almeno in parte a ricacciare in un angolo il senso d’impotenza che qui ti aggredisce e ti si appiccica addosso dalla mattina alla sera.

C’è una famiglia di persone buone che ogni tanto viene a chiedere aiuto per varie incombenze. Il figlio è un po’ claudicante, lavorava felicemente presso un grossista di prosciutti e salami della zona di Amatrice, descritto da molti come un benefattore. Lui stava alla vendita. Anche il padre è un uomo buono. Cammina bene, ma sembra piegato dalla fatica di sostenere la sua famiglia. La madre non parla mai. Un giorno finalmente mi dice: «Nina, tu che sei tanto brava, riportami viva mia figlia da sotto le macerie». La abbraccio forte, sapendo che niente le scalderà mai più il cuore.

Le persone arrivano a tutte le ore, le richieste alimentari si mescolano con le incombenze amministrative, chi vuole la carta d’identità («ma ora che ci dovranno fare?», penso, ma subito mi rispondo che è un piccolo brandello di normalità, è provare a se stessi che si è ancora qui, su questa terra), chi vuole le scarpe, «mi raccomando, bone per le persone anziane», che tanto qui hai voglia a camminare e all’orizzonte la strada è ancora lunga.

Frivolezza necessaria
Altro che scarpe. Vorresti mettere le ali a quei piedi che hanno camminato in mezzo a tanto dolore. La Regione offre a tutti una tessera gratuita di trasporto per Roma, che diventa all’improvviso imperdibile, e non capisci come avranno campato prima. È la possibilità di andare a Roma, che da quelle montagne è stata sempre una meta lontana. «Nella speranza che mi torni la voglia di vivere, ci vorrei proprio andare», sentenzia uno, e allora vai con il titolo di viaggio. Arrivano in vestiti accroccati alla meno peggio, con certi colori che mai si sarebbero frequentati così da vicino, gonne marroni e pullover blu. Che importa, tanto è tutto sbiadito e se anche i colori stridono loro non li vedono e neanche noi, perché ancora non si posa la polvere delle macerie. Sempre queste maledette macerie.

Giorni fa è arrivata una ragazza tutta infreddolita, gli occhi lucidi di febbre. Ci racconta di essere rimasta chiusa in macchina per tre giorni dopo la scossa di fine ottobre e di aver perso la casa. Gli abiti erano sporchi e si sentiva, gli occhi erano quelli di tutti i suoi compaesani, perché la paura e il dolore ci rende tutti simili nello sguardo. Per prima cosa le ho cercato una tachipirina, poi dei vestiti puliti e delle scarpe. Gliele ho scelte con i brillantini. Dobbiamo sempre ringraziare di essere vivi e lei, molto bella, merita un po’ di luce e di frivolezza per il proprio corpo.

Non si è più vista, forse inghiottita chissà dove, non lo so. Di lei ho perso le tracce ma non il ricordo, che ancora mi dà pena. E qua stiamo, sempre su un podio che è anche il gradino più basso, in attesa di renderci utili, di dare consiglio e sostegno. E poi ci sono i bambini, li tocco e li abbraccio tutti e per tutti c’è un buffetto, per tutti un giocattolino.

Tutte queste belle signore
Un giorno una mamma e un papà hanno lasciato il bambino di un anno e mezzo col fratellino di otto in custodia a una signora anziana del loro paese. Il piccolo ha avuto una grande crisi di pianto, terribile e irrimediabile. Il fratellino ha tentato di consolarlo, ma lui era disperato. A turno abbiamo provato tutti a strapparlo alla sua paura, a tirarlo su dal buco nero in cui l’aveva scaraventato in un attimo l’assenza dalla sua mamma. Solo quando ha incrociato di nuovo lo sguardo materno si è calmato. E solo allora il fratellino più grande si è potuto concedere il lusso di prendersi un po’ di posto vicino alla madre e di piangere a dirotto, lui sì con consapevolezza, lui sì che aveva capito quanto terrore c’era nelle lacrime del fratellino. Aveva otto anni, ma il suo era il pianto di un adulto.

Le terremotate io le abbraccio tutte, abbraccio tutte queste belle signore. Le abbraccio come fosse un piccolo risarcimento da parte mia, da parte di una che viene dalla capitale e che ha tralasciato per un po’ la vita solita, amore fratelli amici. Le consolo nel solo modo che conosco, le abbraccio forte, cercando di spremere dalla loro pancia e dal loro cuore quella tristezza smarrita. Sono belle. Anche se hanno negli occhi il gelo della paura, la loro eleganza e leggerezza ti attira. Sono belle e incredibilmente eleganti nei loro vestisti raffazzonati dai volontari della Protezione civile di San Benedetto del Tronto. Non si tratta di vanità femminile, ma di tenere la schiena dritta, il portamento sicuro. Se pure è andato tutto giù, bisogna camminare dritti e andare avanti. Quindi le abbraccio. Che altro posso fare, altrimenti?

Foto Ansa

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