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La libertà che ci auguriamo

giugno 9, 1999 Tempi

Taz&bao

Pasternak rise parecchio quando gli raccontai di un mio conoscente di Mosca, estimatore e grande esperto della poesia di Pasternak, liberale di stampo occidentale, che vedeva nelle poesie del Dottor Zivago solo delle ben riuscite stilizzazioni letterarie, e non poteva assolutamente ammettere che un poeta come Pasternak, un ingegno così sottile e colto, credesse davvero in Dio, come una stupida vecchia. Per lui, per il mio conoscente, che Dio non esistesse era un assioma, pacifico fin dall’infanzia per ogni uomo del nostro tempo. “Ma questo Dio, davvero ha la barba?” chiedeva quel mio conoscente inorridendo all’idea che Pasternak, proprio Pasternak, potesse davvero pensare e scrivere di Dio, di Cristo.

“Passerà! Passerà!” mi ripeteva ridendo Pasternak come se si fosse trattato di qualche assurda malattia infantile.

E cominciò a parlare di Cristo, che viene a noi da laggiù, dal profondo della storia, come se quelle lontananze fossero il giorno che viviamo, e insieme al giorno si facessero trasparenti e declinassero nella sera, congiungendosi a un domani senza fine. Nelle parole di Pasternak, come mi parve, non v’era neppure l’ombra di un’aspettativa apocalittica. Cristo veniva oggi perché la nuova storia tutta iniziava da Cristo e dal Vangelo, compresa la nostra giornata e Cristo era di questa giornata la realtà più naturale e familiare…

La storia con il suo passato, il suo presente, il suo futuro era come un campo, un unico campo, uno spazio che s’apriva ininterrotto allo sguardo. Guardando dalla finestrella i campi e i declivi nevosi, Pasternak parlava di Cristo che viene a noi da laggiù, e parlava senza affettazione, né enfasi, senza pompa alcuna, ma con semplicità quotidiana, come se “là” e “laggiù” fossero stati gli orti contigui e la fila dei campi biancheggianti che s’allargavano attorno. Ed era la sua, come mi parve, proprio quella spiritualità – quella libertà – per la quale la morte stessa sembra diventare nient’altro che una forma vuota, una vecchia forma alla quale non val la pena d’afferrarsi più di tanto.

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