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La lezione per tutti i cristiani del viaggio di papa Francesco in Corea

agosto 19, 2014 Emanuela Campanile

Il punto non è che i cristiani europei “si sono seduti”, ma è rievangelizzare l’Europa, in un Europa in cui però ci sono tanti cristiani che donano se stessi. E il bello della festa di Seoul è stata proprio la spinta verso questa direzione

Ad Haemi per la Messa conclusiva della VI Giornata della gioventù asiatica, in 40.000 si sono stretti intorno al Papa. «Armatevi della virtù, dell’amore e della speranza(…) Non può essere felice una persona che dorme». Il gruppo dei 123 martiri canonizzati dal Papa, costituiscono la prima generazione di cattolici coreani. Tutti laici tranne uno, padre James Ju Mun-mo. Sacerdote cinese, fu il primo a celebrare una Messa in Corea. «Ci sono più cristiani perseguitati oggi che nei primi secoli». È con questa frase di papa Francesco che guardavo alle immagini di una lontanissima Seoul accogliente e festante per l’arrivo e le parole del Vicario di Cristo. «Non siamo due Paesi distinti ma uno stesso popolo separato» ha gridato e ripetuto quasi fino allo sfinimento chiunque venisse intervistato o avesse la possibilità di parlare con un giornalista occidentale. La Chiesa coreana è una chiesa giovane con ferite ancora profonde per le feroci persecuzioni subite e per quelle ancora perpetrate nel Nord.
Così il pensiero va alla Nigeria di oggi, dove la setta Boko Haram sta facendo strage di cristiani, o ai gruppi jihadisti dell’Isis che perseguitano ed imperversano in Iraq, Siria, Somalia, Libia. Che dire poi delle violenze e discriminazioni presenti in India e Pakistan? Eppure, quella gioia incontenibile dei coreani di cui siamo stati tutti testimoni, non ha mai contrastato con il dolore e il pianto dei nuovi martiri, di tutti quei cristiani chiamati oggi, XXI secolo, a dare la propria vita.

La gioia che abbiamo visto, non era frutto di una allucinazione collettiva, ma di un senso profondo di appartenenza, capace allo stesso tempo di non dimenticare l’altro che soffre. Alla Messa conclusiva della Giornata della gioventù asiatica, celebrata nel piazzale del Castello di Haemi, a 100 chilometri da Seoul, il Papa ha dato voce a questa eredità: «”La gloria dei martiri brilla su di voi!”. Queste parole, che fanno parte del tema della VI Giornata Asiatica della Gioventù, consolano tutti noi e ci danno forza. Giovani dell’Asia, voi siete eredi di una grande testimonianza, di una preziosa confessione di fede in Cristo».
Allo stesso modo, se è vero che la Chiesa di Roma «è diventata, subito, spontaneamente il punto di riferimento per tutte le Chiese sparse nel mondo, non per il potere dell’Impero, ma per la forza del martirio, della testimonianza resa a Cristo» (sempre per citare Francesco, l’occasione è stata la festa degli apostoli Pietro e Paolo) perché l’Europa continua ad ignorare e a non riconoscere le proprie radici giudaico-cristiane?

Nelle radici cristiane c’è l’affermazione della libertà, della democrazia, la costruzione della storia comune, del vero umanesimo. Il cristianesimo è il telaio su cui l’Europa si è tessuta. Adenauer, De Gasperi erano cristiani ed è proprio in questi valori che hanno trovato fonte di ispirazione per la loro azione politica. Schuman, altro padre fondatore dell’Europa, è beato e fu lui che il 9 maggio 1950 propose agli Stati che si erano combattuti durante la Seconda Guerra Mondiale di mettere in comune la produzione del carbone e dell’acciaio: un passo importante verso la futura Ue.
Come dice l’economista Stefano Zamagni: «Venendo meno la componente spirituale, è ovvio che il progetto europeo si riduca solo al progetto mercantile», con tutto ciò che questo comporta: numeri al posto delle persone. Un’Europa che punta tutto sull’economia, che punta sulla finanza, la moneta, l’efficientismo come uniche forze di unità, di azione, come unici motivi di esistenza e coesione. Un’Europa che continua, appunto, ad ignorare e a non riconoscere le proprie radici ed ecco quindi le distorsioni, come il parlare di perdita di lavoro esclusivamente in termini percentuali ignorando la realtà dell’uomo, della famiglia o, più in generale, dell’altro.

In Corea del Sud (e non solo) questa lettura della realtà porta ogni anno un numero immenso di persone al suicidio, tanto da far ribattezzare il Mapo Bridge, uno dei ponti sopra lo Han (il fiume che scorre attraverso Seoul) il ponte della morte. Nota noir: per ovviare a questo “problema”, la fantasiosa amministrazione locale ha fatto installare fotografie di persone sorridenti e dei dissuasori vocali che ripetono frasi incoraggianti a chi si ferma per farla finita.
«Il popolo coreano voleva consolazione e speranza in una società in cui i valori sono profondamente in crisi. Il popolo coreano voleva un messaggio forte e convincente dal Papa – ripete e ripete ancora al microfono del nostro inviato una giovane coreana – noi siamo una famiglia divisa, non due Coree». Ci si potrebbe allora chiedere se quella gioia sentita e vista dai collegamenti satellitari non sia come uno specchio in cui percepirsi sconfitti. Ma come rassegnarsi?

Uno sguardo più attento, capace di scrutare tra le pieghe di un’Europa stanca e appesantita, riesce a cogliere il volto sempre nuovo del Vecchio Continente, ed è quello del cristianesimo bello e vivo tracciato dalle GMG di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco. Dell’azione politica, spesso silenziata, in favore della vita e contro le politiche eutanasiche e di manipolazione genetica combattuta con coraggio in sede europea dai cristiani. Di quella misericordiosa e viva delle tante Caritas in Europa e nel mondo, di cui nessuno parla ma che in maniera concreta e silenziosa operano e aiutano, salvano e sostengono.

C’è un’Europa che non si rassegna alla logica del profitto e dell’efficienza ma che lotta perché si affermi altro così come, ricordando le parole del Papa ai Vescovi coreani, «quando guardiamo al grande Continente asiatico, con la sua vasta estensione di terre, le sue antiche culture e tradizioni, siamo consapevoli che, nel piano di Dio, le vostre comunità cristiane sono davvero un pusillus grex, un piccolo gregge, al quale tuttavia è stata affidata la missione di portare la luce del Vangelo fino ai confini della terra».

E non è forse questa la storia dei cristiani? Di tutti i cristiani? Non esistono cristiani europei, cristiani asiatici, cristiani africani, o cristiani americani. Esistono i cristiani che camminano nel solco tracciato da Cristo affrontando le sfide del tempo. Il punto non è che i cristiani europei “si sono seduti”, ma è rievangelizzare l’Europa, in un Europa in cui però ci sono tanti cristiani che donano se stessi. E il bello della festa di Seoul è stata proprio la spinta verso questa direzione: un coro a cui unirsi, non uno specchio in cui vedersi sconfitti, come in molti vogliono farci credere. Insomma, una festa dello spirito che infiamma i cuori di tutto il mondo, come in una GMG o come quando i Papi chiamano a raccolta per pregare insieme a Piazza San Pietro. In queste occasioni la Chiesa universale diventa così ancora più visibile, non come monito o, peggio ancora, come giudice e metro della fede, ma come faro.

* L’autrice di questo articolo è una giornalista di Radio Vaticana

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1 Commenti

  1. Filippo81 scrive:

    Una Unione Europea che è in mano al potere finanziario può essere solo strumento di oppressione per i popoli che ne fanno parte.

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