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La guerra del soldato Eugenio. Dalla ritirata di Russia al mestiere di scrittore «per il Regno» (non per il Nobel)

febbraio 15, 2014 Paola Scaglione

Fu la ritirata di Russia a rivelargli la sua vocazione: raccontare ciò che aveva visto. Per restituire alla vita un paese distrutto. Così Corti si armò di matita e prese parte alla battaglia di civiltà di quegli anni. Fino a oggi

eugenio-corti-soldatoAl lampo dei suoi occhi azzurri da galantuomo non sfuggiva nulla. Eugenio Corti (foto della copertina in basso di Roberto Gandola, ndr) è stato un uomo capace di scrutare lontano e in profondità, appassionato al mondo, alla storia, alla vita. Tempra battagliera di brianteo tenace e solido, il tempo – che pure ha ricevuto con la misura larga – gli stava stretto: mirava all’eternità. Soprattutto negli ultimi anni, combattuti a testa alta nella fedeltà alla propria vocazione di scrittore, il suo sguardo trasparente era sempre più sgranato sull’eterno. A una ragazzina che gli domandava se fosse emozionato all’idea che qualcuno lo avesse proposto per l’assegnazione del Nobel aveva risposto con una risata, scacciando l’idea con la mano: «Tra poco dovrò sostenere l’esame più importante della mia vita, davanti a Domineddio… Ti pare che mi preoccupi di una cosa del genere?!».

Ora suona strano dire di lui al passato, come di uno che non c’è più. Ci eravamo forse un po’ illusi che, varcando il cancello della vecchia casa di Besana in Brianza, lo avremmo sempre trovato in sorridente attesa, con la figura elegante da patriarca, il pizzetto imbiancato dagli anni, lo sguardo vivo e il giudizio solido come roccia. Attraverso le sue opere, Corti ha insegnato a contemplare ogni istante nella prospettiva dell’eterno: per lui non si dà letteratura autentica che non nasca dalla vita, perciò le sue parole hanno un accento di verità che si impone su qualsiasi discorso.

La sua storia di scrittore e saggista trova una svolta decisiva durante la ritirata sul fronte russo. Era la notte di Natale del 1942, il ventunenne Eugenio Corti, disperando di uscire dall’inferno di ghiaccio, di fuoco e di morte in cui si trova immerso, chiede alla Madonna di farlo tornare da sua madre, e promette che avrebbe speso l’esistenza intera a servizio dell’invocazione del Padre nostro: «Venga il tuo Regno». In quella condizione atroce e a occhi umani insensata, il giovane sottotenente di artiglieria si immaginava dedito alla carità, ma proprio l’esperienza in Russia gli rivela che il suo compito è testimoniare ciò che ha visto e vissuto, continuando a cercare le ragioni del dramma collettivo e, più oltre, il senso del male. Si sente chiamato a scrivere con certezza tale che si convince di essere invulnerabile. Lo racconterà nella sua opera prima, il diario I più non ritornano, edito nel 1947, continuamente ristampato e tradotto in tre lingue.

eugenio-corti-copa-tempi«Devo fare lo scrittore»
A quell’impegno ha tenuto fede: per Corti l’esistenza è stata un compito, un talento da scoprire, custodire e far fruttare per l’eterno. Nella sua prospettiva la risposta di ciascuno alla propria vocazione è condizione essenziale di dignità del vivere e via per costruire una società umana: «Sono stato messo al mondo perché facessi lo scrittore e devo fare lo scrittore», spiegava. Per questo, al termine della guerra, non smette di essere un soldato, anche se la battaglia impone armi diverse: impugna la penna, meglio, la matita, una di quelle dalla punta affilatissima. Nascono lì i suoi libri, nella stanza in cui Eugenio è nato il 21 gennaio 1921 e che nel tempo era diventata il suo studio, con la felice postazione di lavoro dalla quale, alzando gli occhi, ti abbraccia a sinistra il giardino di casa e di fronte la cerchia delle Prealpi lombarde.

L’esperienza sul fronte russo, una destinazione che ha scelto per vedere di persona gli esiti del tentativo comunista di costruire un mondo senza Dio, lo porta al cuore dello scontro selvaggio tra due totalitarismi opposti nel volto, ma a suo parere originati dalla medesima disumana utopia; la guerra di liberazione nei ranghi dell’esercito regolare gli conferma l’urgenza di un combattimento più insidioso di quello appena concluso.

La sua è una vocazione che non lascia scampo. Nelle battute conclusive de Gli ultimi soldati del re, accenna alla situazione politica e sociale del Dopoguerra, che impone di continuare a combattere, se non con le armi con le idee: «In quel momento avvertii lo Spirito in me, e compresi che non avevo scampo». Per questo prende parte alla battaglia di civiltà di quegli anni drammatici e ferventi, né mai ha smesso di scrivere in questo tempo di pace inquieta. Così Corti, soldato per scelta e cantastorie per vocazione, affascinato fin da bambino dalla potenza evocativa di Omero, con disarmante naturalezza affida alla scrittura la forza dirompente della testimonianza. E rivela quella stoffa di narratore autentico che trova la più compiuta espressione nel romanzo capolavoro, Il cavallo rosso. L’opera, affresco della vita italiana e del mondo dal 1940, anno dell’entrata in guerra dell’Italia, alla vigilia del referendum popolare che nel 1974 conferma l’introduzione del divorzio nella nostra legislazione, ottiene un successo che supera ogni attesa.

cavallorossoPubblicato nel 1983, il romanzo giunge in questi giorni alla ventinovesima edizione, con traduzioni in otto lingue e numerosi riconoscimenti, tra i quali spicca l’entusiastica approvazione della critica e del pubblico francese. Ma Corti, pur apprezzando tutto questo, aveva a cuore soprattutto un altro successo: quello delle persone che, aiutate a credere e a vivere dai suoi libri, gli scrivevano e andavano a trovarlo per ringraziarlo. Il suo archivio conserva migliaia di testimonianze di lettori che, in diverse lingue, confidano: «È il libro più bello che abbia mai letto!». Alla gratitudine per la bellezza di cui sono intessute le sue pagine si unisce la riconoscenza perché ha saputo rivelare, nella verità della storia e del mondo, la verità del cuore dell’uomo.
Il successo di Corti è di una stoffa che sopravvive al tempo: è quello di un fatto – il bene presente – che accade nella vita di chi legge, che illumina l’esistenza anche a migliaia di chilometri e a decenni di distanza. E non stupisce che proprio la precisione con cui ricostruisce fino all’ultima sfumatura la realtà, sia la cifra dominante della sua narrativa, perché è la tensione a cantare l’universale nel particolare il segreto del suo successo: sapeva che bisogna amare il proprio mondo e il proprio tempo per scoprire nella storia di un singolo il senso della storia e delle storie di tutti. In un panorama letterario di compiaciute brutture, Corti ha l’ardire di riconoscere il male e di guardarne i responsabili con incrollabile fiducia nella misericordia di Dio; ha il candore di denunciare la menzogna dell’ideologia senza riguardi per il suo colore. Addirittura ha il coraggio di rappresentare il bene e l’ardimento di credere che raccontare i fatti e cercarne il senso è tutt’uno, che l’universale è sempre incarnato in uno spazio e in un tempo e non si lascia ridurre al gioco delle sterili dispute intellettuali.

Il tempo della ricompensa
Insomma, a far volare la sua scrittura è una vita intensa, luminosa, vera. Una vita appassionata alla bellezza. Già, la bellezza… Quella femminile cantata nelle indimenticabili figure che vivono nelle sue opere e quella amata della moglie Vanda, modello estetico e conforto fino all’ultimo istante. La bellezza, sapore del vivere nella fatica lieta del lavoro creativo, nelle passeggiate tra il verde della sua Brianza e nella predilezione per il gelato, refrigerio delle sere estive passate in giardino a parlare con gli amici. In una di quelle sere un giovanissimo lettore, preoccupato per la sua amara analisi sulla situazione del mondo cattolico, gli aveva chiesto se considerasse persa ogni speranza di recupero. Lui, come sempre padre e maestro per i ragazzi che gli chiedevano dove guardare, con la freschezza energica e lieve dei suoi novant’anni quasi non gli aveva lasciato finire la frase: «No, no! La speranza è la certezza della presenza di Dio nella storia e nulla mai potrà toglierla».

Quella sera aveva confidato: «Ho la convinzione che Dio mi lascerà qui finché non ho concluso il mio lavoro…». Evidentemente per il soldato cantastorie è giunto il tempo della ricompensa. A chi lo ha amato resta il sapore dolce e dolente dell’ultima pagina del Cavallo rosso, in cui lo scrittore, sulle ali di un volo di angeli, azzarda uno sguardo dal paradiso – appena un istante, ma di luce assoluta – sul «tragico mondo degli uomini». «Finché si è al mondo bisogna assolvere al proprio compito», ricordava con le parole e con la vita. Eugenio Corti ci ha regalato pagine di verità e bellezza che indicano la via e tengono desta la speranza. Il suo successo ha la misura colma e traboccante dell’eterno.

Paola Scaglione è autrice della biografia Parole scolpite. I giorni e l’opera di Eugenio Corti (Edizioni Ares, 2002). Foto in bianco e nero tratte dalla mostra “Dalla Brianza al mondo. Lo scrittore Eugenio Corti” realizzata dalla fondazione Costruiamo il futuro e Fondazione Il cavallo rosso

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