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La guerra che ha diviso l’Ucraina. «È come vivere in una famiglia tagliata in due»

aprile 15, 2016 Leone Grotti

L’autoproclamata Repubblica del popolo di Donetsk si comporta come uno Stato indipendente: rilascia passaporti, ha un suo inno e si paga in rubli, come in Russia

ucraina-guerra-mappa-bbc

«È difficile quando giorno dopo giorno cadono le bombe e volano i proiettili, è davvero difficile. Ma continuiamo a vivere qui». Così vivono in tanti a Krasnohorivka, città nell’est dell’Ucraina sulla linea di confine tra la Repubblica del popolo di Donetsk, autoproclamata dai ribelli separatisti, e la parte controllata dal governo di Kiev. Krasnohorivka è in territorio governativo per questione di poche centinaia di metri. Ma essere da una parte o dall’altra conta poco: «Come mi sento?», racconta un residente alla Bbc. «È come vivere in una famiglia tagliata in due, come mi devo sentire? Mi manca l’altra metà. Vogliamo vivere insieme».

GUERRA CIVILE. La guerra civile in Ucraina va avanti dall’aprile del 2014. Dopo due anni sono morte più di 9 mila persone, mentre 3,5 milioni necessitano di aiuti alimentari e sanitari per sopravvivere. L’Occidente, che prima ha soffiato sul fuoco e poi ha favorito una riconciliazione tra Mosca e Kiev solo quando la situazione era ormai degenerata, ha promosso gli accordi di pace di Minsk II: firmati nel febbraio del 2015, non sono mai stati davvero implementati.

IL RUBLO. A Donetsk nei mercati non si paga più con la moneta ucraina, la grivnia. A circolare di mano in mano sono solo rubli, la moneta ufficiale della Russia e della Repubblica separatista. Valentina gira tra le bancarelle del mercato in cerca della verdura giusta: «Mia madre è russa e la mia anima è sempre stata più vicina alla Russia». Lei preferisce il rublo alla grivnia.

INNO E PASSAPORTI. Donetsk si comporta come un vero Stato indipendente. Durante cerimonie pubbliche, vengono consegnati ai giovani dei passaporti che possono essere usati per entrare in territorio russo. Agli eventi culturali organizzati dalle autorità, si suona un inno nazionale diverso da quello ucraino, appositamente composto, e si consegnano medaglie al valore ai lavoratori migliori.

«FOLLIA». A prescindere dalle propensioni personali, tutti sono stufi della guerra, perché «continuano a cadere le bombe e non c’è futuro». A Oleksandrivka, territorio ribelle, ad appena 800 metri dal confine dove si spara ancora, c’è una scuola. All’entrata una cartello emblematico: «Sono vietate le armi all’interno». L’insegnante, Valentina Cherkas, ha una sola parola per descrivere quello che sta succedendo: «Follia. Io sono ucraina ma il Donbass (la parte orientale del paese, ndr) è la mia terra. È come se mi avessero tagliato a metà».

Foto Ansa


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