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La giustizia che vogliamo non è quella dei Savonarola all’amatriciana

settembre 28, 2012 Lodovico Festa

Politicizzazione della magistratura e moralismo peloso non fanno altro che estendere la crisi economica, sociale e istituzionale dell’Italia. Contro la gogna mediatica non chiediamo impunità ma processi veri in tribunale

Pubblichiamo l’intervento di Lodovico Festa, editorialista e commentatore politico, all’incontro promosso da Tempi “Aspettando giustizia”, che si è svolto venerdì 21 settembre alla Sala Congressi della Provincia, Milano.

Discutendo di “aspettando giustizia” trattiamo di fatti che a me paiono per alcuni versi veramente allucinanti. Tutti noi sappiamo che la controffensiva alla mafia, soprattutto la mafia dei corleonesi, cioè quella più sanguinaria, è partita agli inizi degli anni Ottanta quando il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa divenne prefetto di Palermo e andò incontro al suo martirio. Come, dopo questo tragico evento, si possa poi passare a perseguitare gli allievi e i collaboratori più fedeli e capaci del generale stesso per aver trattato con la mafia, è una cosa veramente al limite dell’assurdo. Tutti noi sappiamo che il generale Niccolò Pollari è l’uomo che, da capo del Sismi, ha evitato attentati come quello di Atocha in Spagna, quello della metropolitana di Londra, gli episodi che hanno colpito la Francia. E ora quest’uomo è perseguitato da una catena infinita di processi – questa è una delle caratteristiche di questa nostra Seconda Repubblica: lo stesso processo non finisce mai – che nell’ultima serie si propone addirittura di abolire quello strumento indispensabile per la sicurezza nazionale che è il segreto di Stato. Allarmando perfino quel Nobel per la pace che è il presidente americano Barack Obama.

Quando leggiamo della campagna di linciaggio contro il presidente Roberto Formigoni, il primo nome che ci viene in mente è quello di Ottaviano Del Turco. Tutti noi ricordiamo quell’allucinante estate del 2008 quando da governatore dell’Abruzzo venne arrestato e il consiglio regionale sciolto. I pm dichiararono, con la fanfara dei soliti quotidiani, che c’era una montagna di prove schiaccianti, si parlò della solita casa che era stata acquistata con le solite tangenti a piazza Navona. Sono passati 4 anni, il processo è in corso, e dove sono finite le prove schiaccianti? Le udienze vanno avanti con una lentezza impressionante e senza che mai emerga nessun tipo di prova, anche non schiacciante. La casa si è visto che era piccola e frutto di risparmi a lungo accumulati, le udienze si sono perse e sono uscite le luci della ribalta esattamente come quelle che riguardano Guido Bertolaso e Silvio Scaglia, anche loro massacrati dalla stampa. Scaglia è stato incarcerato per sei mesi tra l’orrore di una business community internazionale ben conscia del valore del manager-imprenditore. Poi, un anno fa mi pare, sono iniziate le udienze e si sono perse in una nebbia assoluta le prove schiaccianti. La logica dietro al massacro si è dissolta.

Si ha la netta sensazione che tutti questi processi vengano ritardati perché non si vuole che quelli che hanno messo in moto il tritacarne debbano rendere conto delle loro azioni almeno presso l’opinione pubblica. Il problema, naturalmente, non è quello dell’intera magistratura a cui va tutto il nostro rispetto: il rispetto di chi sa che solo il dominio della legge garantisce una vita libera e civile. Il problema, secondo me, è prima di tutto politico. Noi viviamo la crisi di uno Stato la cui Costituzione era nata da un compromesso determinato dalla Guerra Fredda e che ha dunque esaurito la sua logica. Questa Costituzione andava rivisitata nel 1992, a partire dalla separazione delle carriere tra giudici e pubblica accusa. Ma un’area delle forze costituenti era stata messa fuori gioco (larga parte del Partito socialista e della Democrazia cristiana moderata), mentre l’area dei costituenti rimasta in sella, cioè gli eredi del Partito comunista e i dossettiani, non volle alla fine cambiare la Carta, come era evidentemente necessario, per difendere le proprie posizioni di rendita. Le nuove formazioni politiche (Forza Italia), o quelle vecchie emerse a un ruolo di governo (Msi e Lega), ma fuori dall’arco costituzionale, non ebbero non solo la capacità ma neanche la forza per cambiare lo Stato come era necessario. È questa, secondo me, la cornice della terrible crisi che viviamo da vent’anni. È la crisi che ha generato mostri: compresi quei magistrati di cui sul Corriere della Sera, Giancarlo Caselli vanta l’eresia perché rifiutano il conformismo dei loro colleghi riluttanti a impegnarsi in politica, invadere le istituzioni e assumere un ruolo non proprio.

Il problema non è dei singoli, siamo di fronte a un vero problema di sistema. Un sistema che si è incagliato e a cui bisogna trovare una via di uscita, ben sapendo che esistono grandi problemi di illegalità nel nostro paese. Non possiamo nasconderci che esistono una diffusa evasione fiscale, una corruzione di rilevanti settori dello Stato e della politica, e l’anomalo peso che in una nazione moderna ha un certo tipo di criminalità organizzata. Però la crisi dello Stato e l’iperpoliticizzazione di settori rilevanti della magistratura sono la via sicura per estendere queste piaghe, non per colpirle, perché impediscono innanzitutto quell’azione politica che solo può fornire un contesto alla necessaria azione penale e repressiva. Contro le aree di evasione di settori del ceto medio non possono funzionare le dichiarazioni di guerra da parte dello Stato. La fondamentale crescita di un senso civico in tutta la società italiana si ottiene facendo entrare la società nello Stato non dandole il senso di essere oppressa. La nuova corruzione di settori della politica e dello Stato è diversa da quella della Prima Repubblica. Allora era centrale il finanziamento illecito, oggi il problema è quello dell’arricchimento personale. Questo fenomeno non si contrasta alla radice se non si passa dal vecchio Stato dei partiti a un nuovo Stato dei cittadini. Se non si è capaci con le informatizzazioni, con l’auditing, con le primarie, con la separazione della politica dall’amministrazione, e degli esecutivi dalle assemblee, di creare le basi materiali per un risanamento. Pensare di risolvere la corruzione della politica solo con l’azione penale e con gli scandali pelosamente pilotati, significa pensare di svuotare il mare con un cucchiaino. Alla mafia e alle altre organizzazioni criminali sono stati dati dei colpi notevoli in questi anni. Sono stati arrestati migliaia di delinquenti in Calabria, in Sicilia e in parte anche in Campania, dove un certo moralismo demagogico dei bassoliniani ha reso più difficile e non favorito l’azione penale.

Però se uno legge un libro come Gomorra, certo si rende conto con orrore di che cos’è la camorra dei casalesi, ma quello che fa veramente scorrere un brivido nella schiena è il controllo da parte dei cinesi di ampi settori del porto di Napoli, simile a quello che hanno anche sul porto di Gioia Tauro. Ed è ben noto che uno Stato, diciamo così, non proprio democratico e liberale come quello cinese non sia alieno dall’utilizzare anche forme d’iniziativa “impropria” come quella fornita dalle organizzazioni criminali per incrementare la propria influenza. In realtà nel nuovo mondo post-Guerra Fredda è impossibile colpire a fondo le radici della criminalità organizzata senza una forza repressiva nazionale che risponda allo Stato italiano. Non c’è soltanto la già terrificante influenza degli Stati mafia crescente in campo internazionale, ma anche gli Stati virtuosi innanzitutto sostengono i propri interessi nazionali e fanno scelte corrispondenti a questi interessi. Peraltro la crisi dello Stato e una certa degenerazione politicizzante di settori della magistratura hanno aperto varchi a forme anomale di influenza internazionale: dalla Finmeccanica all’Ilva, dalla Bnl alla Fiat. Ed è in particolare l’azione di certi settori della magistratura che apre la strada a queste influenze non equilibrate innanzi tutto sul terreno della reciprocità.

Questa è una serata innanzitutto di testimonianza civile, dedicata a un nostro amico, Antonio Simone, che non può essere tra di noi, per il quale sia ben chiaro non chiediamo impunità, bensì un trattamento legale e un vero processo condotto in aula e non sui giornali. Questa serata è di testimonianza per una vera giustizia degna di uno Stato civile. Non dispiacerebbe però a Tempi e ad amici di Tempi come me, che potesse nascere da questo evento anche un’associazione per lo “Stato di diritto”, cioè per combattere l’illegalità, ma anche la giustizia politicizzata, e quei moralisti pelosi che usano le loro denunce per fare i propri affari, o certi Savonarola all’amatriciana che diventano multimilionari in euro pubblicando le carte che gli passano i loro amichetti pm eretici.

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