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La giovinezza invincibile dell’anima

luglio 26, 2017 Walter Mariotti

Gran Torino. Un mercoledì da leoni. Un libro tonificante e l’avventura di un outsider del giornalismo. Storie di fedeltà all’ideale nell’era degli eterni adolescenti che inseguono solo tempo e potere

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Facile pensare alla giovinezza d’estate. La più intensa, accesa, rimpianta delle stagioni. Forse un po’ troppo facile perché le cose non stanno così. E non c’è bisogno di avere i capelli bianchi per avvertire che la giovinezza non è la stagione più felice, anzi. Spesso è la più amara, difficile se non atroce delle stagioni. Paradosso insoluto, la giovinezza. Mistero sempre sul punto di trasformarsi in incubo, come raccontano i jeans vecchi e le ragazze giovani dei cinquantenni in discoteca. Salvo che approssimandosi al termine biologico si sia disposti ad accedere al suo segreto. Un luogo difficile per la retorica ufficiale, molto distante dal consumo, lo scambio e le categorie a cui lo Zeitgeist chiede sottomissione. Il segreto della giovinezza risiede nell’anima perché la giovinezza non è un periodo transitorio ma uno stato permanente dell’essere. Non una quantità ma una qualità, un’attitudine che può durare fino alla fine.

Solo un militare è riuscito a descriverla con efficacia, fra i molti filosofi, poeti e scienziati che hanno tentato nei secoli. In un memorabile discorso ai cadetti di West Point del 1945, il generale Douglas MacArthur spiegò che cosa fosse quella sensazione che le reclute vivevano senza riuscire a darle un nome. «Giovinezza è uno stato dello spirito, un effetto della volontà, una qualità dell’immaginazione», disse MacArthur fissando ognuno di quei volti imberbi. «Giovinezza è un’intensità emotiva, una vittoria del coraggio sulla timidezza, del gusto dell’avventura sulla vita comoda». Per questo non si perde per aver vissuto un certo numero di anni ma solo quando «si è abbandonato il nostro ideale». Perché gli anni possono aggrinzire la pelle ma solo «la rinuncia al nostro ideale aggrinzisce l’anima».

Tutto finisce sulla soglia del salotto
Niente mi ha ricordato le sensazioni delle parole di MacArthur quanto Un’estate invincibile, l’ultimo libro di Riccardo Paradisi. Pagine che mi hanno redento dal non essere mai riuscito a scriverle perché, come ha scritto Stenio Solinas, «quando qualcuno più bravo di noi mette su carta quello che oscuramente avevamo sempre pensato, dà forma chiara a quanto confusamente messo insieme, ci fa sentire meno soli, fratelli sconosciuti e separati di una stessa visione del mondo, dove il tempo è un accidente e la giovinezza è la sostanza, uno stato di tensione, una vocazione».

Facendo i conti con la sua generazione, che poi è anche la mia, la prima uscita dalla violenza degli opposti estremismi del Novecento, Paradisi accede alla sorgente dell’eterna giovinezza. Quel luogo dove il mito greco incontra i sentieri interrotti di Heidegger, le gesta dei cavalieri medievali tornano sulle note di Novalis, il dàimon di Jung ispira la Comunità sognata da Olivetti. Accostando immagini di rara forza evocativa, Un’estate invincibile compone la sinfonia di una condizione non fisica ma metafisica della vita. Spiegando che la stagione più bella non è appunto una stagione ma uno stato permanente. Non appartiene al chrònos ma a quello che i Greci chiamavano kairòs: un “tempo giusto” o meglio un “tempo fuori dal tempo” dove tutto è possibile. Il momento perfetto in cui ognuno può diventare Achille e scoccare il dardo decisivo. Trionfo del sale dell’avventura sul miele del conforto, la giovinezza non finisce dopo una manciata di primavere ma quando si abbandona quello che MacArthur chiamava “il proprio ideale”. Anche se per motivi comprensibili come obbedire al principio di realtà che Freud contrappone al principio di piacere, che spesso è solo il cacciavite con cui iniziamo a stringere le viti della nostra bara.

Oggi più di ieri la giovinezza finisce in un punto preciso dell’esistenza: quando inizia la ricerca del potere attraverso il conformismo autoassolutorio che baratta la mediocrità con l’invito nei salotti buoni. È allora che nasce l’esaltazione del puer contro il senex, del soggetto che forte della biologia si scaglia contro chi accetta lo scorrere del tempo. Nella sua foga egotistica il puer non sa che il senex è solo il custode del puer aeternus, colui che condurrà alla salvezza perché sa intravedere oltre le spighe d’acciaio dove tutti vedono solo pericolo. Ecco perché oggi la vera giovinezza è l’opposto dello storytelling giovanilista che pretende di riscrivere le regole del gioco, salvo cambiarle quando fa più comodo. La vera giovinezza se ne frega delle regole e molto spesso anche del gioco. Giovane è chi ha le proprie regole e chi fa il proprio gioco. Come i personaggi che scorrono in Un’estate invincibile: Matt, il protagonista di Un mercoledì da leoni, o Walt, il Clint Eastwood di Gran Torino. Gente che chiama codice il proprio sistema di regole e con quello desidera morire. Giusto o sbagliato che sia.

A19_front_stampa_economicaL’estate nel cuore dell’inverno
Non potrei concludere senza raccontare perché sono particolarmente legato a Un’estate invincibile. I primi nuclei del libro presero forma in una rubrica del giornale che Ferruccio de Bortoli mi chiamò a immaginare quasi dieci anni fa come allegato al Sole 24 Ore. Il giornale si chiamò IL e la rubrica che affidai a Paradisi “Pensieri fuoricorso”. Fu l’unica ad apparire fin dal numero zero, con un profilo di Silvius Gesell e la sua teoria del “denaro a scadenza”. Incaricando un outsider del giornalismo di un progetto centrale del quotidiano di Confindustria, Ferruccio de Bortoli compiva un gesto che usciva dalle logiche di potere per entrare in quelle che potremmo definire estetiche. Un gesto che riaffermava la sua cifra di uomo, prima che di direttore: l’indipendenza di pensiero, la capacità d’interpretare l’establishment con una rara miscela di professionalità, autorevolezza e gravitas. Fu un gesto di stile da parte di un maestro di stile, oltre che di giornalismo.

Grazie alla benevolenza e all’assoluta libertà concessami, il supplemento del Sole destò interesse ovunque e nei corsivi di Paradisi trovò un centro di gravità permanente. Più che un magazine di vocazione maschile si rivelò un modo diverso di guardare e raccontare la realtà, un filtro dove si decrittavano i segnali deboli in interpretazioni forti grazie a percorsi laterali e protagonisti inaspettati, distanti dal mainstream che piace alla gente che piace. La riscoperta della fotografia e della grafica in una chiave pretelevisiva, il ricorso all’anafora, al viaggio e alla mitologia fuori dal coro traducevano il tentativo di fare giornalismo culturale e di costume attraverso le categorie della giovinezza. Affidandosi solo alla forza delle idee e rivendicando la voglia di esser seri senza prendersi sul serio.

Finché Ferruccio de Bortoli rimase alla direzione del Sole, i giorni di IL passarono sospesi nel tempo senza tempo della sua invincibile estate. Ma dal giorno in cui fu chiamato di nuovo al Corriere della Sera l’incantesimo si ruppe e Camelot sparì in un rapido volger di mesi. Dall’empireo del kairòs iniziammo a precipitare nelle spire d’acciaio del chrònos. All’orizzonte si profilava un’altra gioventù: quella di Dorian Gray, che rimanda l’attraversamento della linea d’ombra celebrando il monologo dell’ordine esistente. Primus inter pares, toccò a me di salvare l’onore. E al tepore della poltrona preferii il vento fresco che scompiglia i capelli. Ma il vento si mutò presto in tempesta e al fulgore dell’estate seguirono lunghi anni di cupo inverno. Fu qui che mi venne in aiuto il segreto della giovinezza, che prima era stata una convinzione e poi divenne un’esperienza. Come ha scritto Albert Camus, la vera estate è invincibile perché riposa nell’anima. Per questo non scompare mai: intraprende percorsi sempre nuovi che a volte sono carsici ma la portano infine a risplendere, magari su orizzonti impensati. Per questi motivi, e per molti altri che sarebbe lungo dire, sarò sempre grato a Riccardo Paradisi e a Ferruccio de Bortoli. Per aver dato una voce a quello che non sapevo dire, insegnandomi ad apprezzare l’estate nel cuore dell’inverno. Quando diventa buio e tutto appare perduto.

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