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La generazione che non regge le parolacce e quella che resistette sotto le bombe

luglio 5, 2016 Pier Giacomo Ghirardini

Dopo l’intervista a Claire Fox mi viene da pensare ai nati fra il 1926 e il 1929 sbalzati dalla guerra, a 16 anni, in uno dei posti meno consigliabili al mondo

bombaradamenti-ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Ogni giorno se ne impara una nuova. Dall’intervista a Claire Fox sull’ultimo Tempi apprendiamo della “Snowflake-Generation”, la generazione “fiocco di neve”: ventenni americani e britannici incapaci di affrontare tutto ciò che si pone come problematico o che viene percepito come offensivo, solo perché contrasta con il loro modo di pensare, che poi è quello del mainstream. A queste animulae vagulae blandulae basta fargli “bu!” e chiamano subito la mamma, anzi, pardon, il “genitore 1” o il “genitore 2” – perché, Dio non voglia, se uno dice “mamma” fa poi piangere il compagno che magari c’ha solo due babbi biker che girano in Harley vestiti di cuoio e borchie.

Allora, perdonatemi, ma mi viene da pensare, per assonanza, a tutt’altra generazione di giovanetti. La “Flakhelfer-Generation”, la generazione degli ausiliari (Helfer) della contraerea (la micidiale Flak), i nati fra il 1926 e il 1929 sbalzati dalla guerra, quindicenni e sedicenni, volenti o nolenti, in uno dei posti meno consigliabili al mondo: le batterie antiaeree che dovevano contrastare le quotidiane incursioni di mille e più quadrimotori da bombardamento.

Parliamo ovviamente, prima di tutto, degli adolescenti tedeschi di allora. Ne voglio ricordare qualcuno, fra quelli sopravvissuti ai mitragliamenti dei cacciabombardieri: Hans-Dietrich Genscher (futuro ministro degli Esteri), Günter Grass (artista e scrittore), Jürgen Habermas (sociologo e filosofo), Dieter Hildebrandt (cabarettista), Niklas Luhmann (l’ideatore della teoria dei sistemi), Manfred Rommel (figlio del famoso generale e sindaco di Stoccarda), Walter Sedlmayr (attore), Wilhelm Volkert (storico), Paul Wunderlich (pittore e scultore) e infine un tale chiamato Joseph Aloisius Ratzinger. Il Papa e mio papà erano entrambi sedicenni in guerra, entrambi dalla parte sbagliata della storia, entrambi serventi all’antiaerea – mio padre su una nave. Ma non si contano i minorenni che facevano i mitraglieri di coda sui Lancaster inglesi: sopravvivevano in media a quattro missioni.

Ai bambini “fiocco di neve” dico: continuate pure a svenire se uno dice “negro” o “finocchio”. Neanche mio papà diceva mai parolacce. E pare che il futuro Papa sopportasse l’orrore dei mitragliamenti, componendo mentalmente poesie in greco. L’unica volta che ho sentito dire “cazzo” da mio padre è quando mi ha raccontato di quei “cazzi di razzi” da cinque pollici che i Bristol Beaufighter lanciavano, a salve di otto, contro il suo cacciatorpediniere. Quando non ti crivellavano con i loro quattro cannoncini Hispano e le sei mitragliatrici Browning, riducendo una giovane vita a qualcosa che dovrebbe fare forse più inorridire di una frase politicamente scorretta.

Foto Ansa

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5 Commenti

  1. Fabio Pellizzoni scrive:

    A proposito di ridere, ti rileggi mai? Se non esistessi dovrebbero inventarti…

  2. uber scrive:

    Magari non resistessero alle parolacce! Resistono solo a quelle che il pc indica come tali. Per il resto, le hanno sostituite completamente con le bestemmie, cioè con altri (lo ammettano o no) manifesti ideologici verbali.

  3. Menelik scrive:

    Tranquilli, che questa generazione ben poca strada farà.
    Speriamo solo che quando verrà l’avvicendamento, il jihadismo sia già stato sconfitto militarmente, altrimenti questi saranno sottomessi quasi senza colpo ferire: non avranno nemmeno il coraggio di uccidere un solo jihadista, se ce l’hanno a portata d’arma, probabilmente perché la vista dello schizzo di sangue gli dà disturbo.

  4. matteo scrive:

    Grazie, un capolavoro.
    Quello che per te è tuo padre, per me lo sono stati i nonni. In guerra per dovere, non per divertirsi. Mai una parolaccia, se mai un grugnito, uno sguardo in tralice. E son tornati dai lager. Altro che noi mezzeseghe da pc…

    • giulia scrive:

      Quanto è vero! l’altro giorno a Voyager parlavano di persone dei secoli scorsi in prigione per 40 anni e che riuscivano a resistere perché sapevano che finché c’è vita c’è speranza; i carcerati nelle prigioni di oggi “leggermente” diverse dal passato se non hanno televisione, permessi premio, attività ricreative dopo qualche mese cadono già in depressione e dan di matto e vengono ricoverati in ospedale

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