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La Fiom contesta Landini. «Se il sindacato diventa un partito la ribellione è scontata»

febbraio 1, 2012 Carlo Candiani

Sono giorni difficili per il segretario della Fiom. I dirigenti del sindacato minacciano le dimissioni e la base sta migrando soprattutto verso la Cisl. «Con il caso Fiat Landini ha creato il sindacato del “no”» – spiega Fiorenzo Colombo, direttore di Bibliolavoro – «da allora i dirigenti e delegati si sentono in un limbo insostenibile»

Sugli schermi televisivi, specialmente nei talk santoriani, è icona e leader acclamato del sindacalismo italiano più arrembante. Ma in questi giorni Maurizio Landini, segretario della Fiom, il sindacato dei metalmeccanici della Cgil, è messo sotto accusa dai suoi stessi dirigenti, che minacciano le dimissioni da un sindacato sempre più emarginato dalle trattative con gli imprenditori. E anche la base sta attuando un esodo verso gli altri sindacati, soprattutto la Cisl. Landini, quindi, vittima illustre dell’effetto Marchionne? «In parte si, soprattutto per le contraddizioni sia all’interno della Fiom, sia con la casa madre Cgil e sia con le altre sigle sindacali». A parlare a tempi.it è Fiorenzo Colombo, direttore di Bibliolavoro, istituto culturale della Cisl Lombardia che forma i quadri sindacali della regione. «Sicuramente la vicenda Fiat è un colpo importante perché limita l’agibilità sindacale all’interno della fabbrica. I delegati della Fiom, che sono prima di tutto lavoratori e poi sindacalisti, si trovano a non avere permessi sindacali retribuiti, a non poter fare assemblee, a essere limitati nel loro spazio d’iniziativa perciò si sentono in una specie di limbo insostenibile».

Per Landini è una bella gatta da pelare
Prima o poi i nodi vengono al pettine: se decidi di dare un’organizzazione politica al tuo sindacato è scontato che si manifesti un disagio crescente all’interno della tua base.

Ciò che sorprende è il passaggio dei lavoratori dall’intransigenza della Fiom alla “moderazione” della Cisl.
Non so se la Cisl sia il sindacato più moderato. Certamente è stata capace di coniugare correttamente, in questi ultimi anni di crisi, il termine responsabilità all’interno dell’azione sindacale, operando con autonomia e serietà. Ci terrei però a precisare che gli esodi che documentano i giornali, alla Fiat di Melfi e all’Ilva di Taranto, dipendono da situazioni locali.

Non c’è un po’ di “opportunismo” in questo esodo? In qualunque sindacato, purchè dentro la fabbrica.
Non parlerei di opportunismo, ma di opportunità e di voglia di partecipare a un’esperienza associativa che innanzitutto tuteli il lavoratore. E un sindacato che non fa gli accordi, che non incide nei processi decisionali sul luogo di lavoro e nelle trattative con le singole direzioni aziendali, insomma che fa del “no” la sua bandiera è un sindacato che non tutela in alcun modo i suoi associati.

Le critiche per Landini però provengono dai quadri dirigenti.
Perché la stessa Fiom è sempre meno monolitica e la Cgil è in grado di influenzare le Fiom locali.

Landini rappresenta l’immagine un po’ sentimentale e classista del “Cipputi”. Qual è il suo errore?
Sbaglia nel momento in cui nega la possibilità di fare trattative, anche difficili, con i Marchionne di turno che si presentano dall’altra parte del tavolo, buttando via così tutta la centenaria tradizione sindacale a favore di una presa di posizione tutta di sinistra. Il sindacato per definizione si sporca le mani e cerca i compromessi migliori, sia in tempi di vacche grasse sia nei tempi di crisi, come quello che stiamo vivendo.

Come si sta muovendo la Cisl nell’affrontare questa crisi?
In generale c’è una convergenza tra i sindacati molto concreta, che ha fatto abbandonare diffidenze e ideologie del passato: la crisi morde.

E sull’attivismo del ministro Fornero, cosa mi può dire?
Da parte della Cisl nessun pregiudizio, come del resto non l’avevamo per il precedente ministro Sacconi. Siamo perplessi sulla modalità, un po’accademica, di voler eliminare alcuni meccanismi senza presentare però possibili alternative.

Sarà una lunga trattativa?
Si rischia che la montagna partorisca il topolino. Le leggi che regolano il lavoro sono molto complesse e quando si tende a uniformare tutto non si tiene conto della realtà. Prendiamo per esempio la Cassa integrazione: se si afferma di volerla eliminare bisogna anche specificare quale ente la sostituirà e in che misura. Questi sono strumenti che agiscono su base assicurativa, i lavoratori e le imprese versano dei fondi per poter usufruire delle risorse nel momento del bisogno, che non sono a carico dello Stato ma dell’Istituto Previdenziale.
 

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