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La fattoria degli animali

maggio 12, 1999 Stein Robert A.

Berlingueriani e ministre degli affari sociali italiani ne predicano l’avvento
come il più progressivo dei mondi dell’educazione possibili. Un mondo
di adolescenti cittadini formati dallo Stato, sottratti alla famiglia, multiculturali, politicamente corretti, liberati dalla tradizione, educati alla legalità
(e alla sessualità). Ma negli Stati Uniti questa omologazione richiesta dall’economia e diffusa dai mass media è in crisi. E riempie di clienti gli psicoanalisti.
Come si narra in questa corrispondenza da New York

L’idea che l’infanzia non sia altro che un’invenzione è difficile da accettare. Dopotutto possiamo facilmente constatare che gli esseri umani, come buona parte del genere animale, attraversano varie fasi di sviluppo, e che ognuna di queste fasi è decisamente diversa dalle altre. Eppure per molti versi l’infanzia è un’invenzione culturale che definisce il modo in cui i bambini crescono, e il modo in cui ciascuna cultura li vorrebbe vedere.

Corto circuito in famiglia Noi esseri umani inventiamo e sperimentiamo le infanzie dei nostri figli. A New York i figli degli europei, dei sudamericani, degli asiatici, degli africani e dei nord americani ogni giorno giocano l’un con l’altro. Le differenze culturali sono vastissime, e i genitori di svariate religioni e nazionalità a volte si scontrano con un ideale americano dell’infanzia assai diverso da quello del loro paese d’origine. E quando le diverse culture si scontrano nell’ambito di alcune generazioni di una stessa famiglia, molti equilibri s’incrinano pericolosamente, soprattutto nei meccanismi di punizioni e di disciplina che si formano all’interno di ogni nucleo famigliare. Prendiamo ad esempio la famiglia Q., che mi è stata affidata da un funzionario scolastico addetto ai problemi domestici. Il padre era cresciuto tra la Germania e la Turchia, ed era venuto a New York a lavorare per suo zio a 18 anni. La madre era messicana ed era arrivata a New York per frequentare l’università. C’erano poi due figli: Janina a 14 anni stava per essere affidata ad una famiglia adottiva perchè si rifiutava di alzarsi al mattino e di andare a scuola per la prima lezione, che comincia alle 7 e 30. Janina era obesa, piena di livore e verbalmente abusiva nei confronti di sua madre. Michael a 11 anni veniva descritto dai genitori come ‘il figlio perfetto’: aiutava sempre in casa e aveva ottimi voti. Janina invece sosteneva che Michael era sadico, e che in assenza dei genitori la picchiava. Le scuole americane, allo scattare del diciottesimo giorno d’assenza, chiamano in causa gli assistenti sociali affinché visitino la famiglia e Janina aveva accumulato 38 ritardi. Invece d’incontrarla da sola ho optato per un incontro con l’intera famiglia, chiedendo ai genitori di venire all’appuntamento con i figli. All’inizio della prima visita la madre si è sfogata lamentandosi della cattiveria di sua figlia, che l’insultava quando lei cerca di svegliarla; a quel punto il padre è scoppiato a ridere definendo la figlia “una balena arenata”. Janina ha lanciato uno sguardo al padre e Michael le ha detto immediatamente di star zitta, anche se lei non aveva aperto bocca. Quando l’ho fatto notare Janina ha esultato: “Vede che è cattivo…”. “ Hai fatto una smorfia a papà! “È intervenuto Michael. Quando i due fratelli si sono messi a litigare, la madre si è voltata verso di me: “ Ma li vede, è lei che comincia sempre tutto…”. Beh, io la vedevo in maniera diversa, ma riuscivo ad immaginare molte cose. Come dev’essere per una ragazzina sentirsi così sovrappeso? E perchè la famiglia la trasformava nel capro espiatorio? Cosa succedeva veramente in quella casa quando Janina si rifiutava di alzarsi? Ho suggerito che la famiglia si comportava come una gang e che aveva trasformato la figlia nel nemico. Ho detto anche che la ragazza doveva essere molto intelligente se era riuscita a coinvolgere gli assistenti sociali, e ho domandato loro perchè insistessero a farla alzare ogni mattino: forse una famiglia adottiva avrebbe risolto i problemi di ognuno di loro. E a quel punto la madre ha esclamato: “Ma è inconcepibile! “ al che è intervenuto il padre, guardandomi sospettoso: “ Se lei non riesce a farla obbedire perchè siamo venuti? E perché la devo pagare?” Poi è stato il turno di Janina che è intervenuta dicendo che non le importava dove sarebbe finita: “Tra un paio d’anni me ne vado comunque di casa, e non mi vedrete mai più”. “Bene!” ha esclamato il fratello e la madre ha preso la palla al balzo:” Mio padre non mi avrebbe mai permesso di parlargli in questo modo: mi avrebbe preso a sberle.” Ma suo marito ha alzato le spalle: “Se le metto le mani addosso gli assistenti sociali mi arrestano..”. Janina ha sorriso e con voce seducente ha sussurrato: “ Certo, e ti ficcherebbero in prigione.”
La perdita del centro Si era formato un quadro piuttosto chiaro della dinamica di quella famiglia: nessuno aveva alcun potere e tutti, ad un certo livello, si sentivano impotenti. Ma dov’era cominciata la spirale? Era colpa dei genitori, di un figlio disturbato, o di qualcos’altro di irreparabile? Certo un pezzo del puzzle era contenuto nella storia dei genitori, un altro nelle stigmate che l’America pone sull’adolescenza e un altro ancora nei rapporti personali dei vari componenti. Ma dovete sapere che i Q. possiedono un ristorante e che ognuno di loro vi partecipa: in quel mondo i conflitti scompaiono e ognuno esegue il suo dovere. Al ristorante ognuno sentiva di valere qualcosa e le regole non venivano mai messe in discussione. Gliel’ho fatto notare, cercando una metafora per stabilire un dialogo diverso anche in casa. Dopo svariate sedute la signora Q. ha ammesso di essere furiosa nei confronti del marito perché è un padre passivo. Lei, al contrario di sua madre, doveva disciplinare da sola i figli, ma quand’era bambina, se i figli sbagliavano era il padre a disciplinarli, picchiandoli ed educandoli con la forza. Lei non voleva picchiare i suoi figli perchè portava ancora in sé la paura per suo padre. Il signor Q. aveva invece una visione opposta dell’infanzia: sua madre l’aveva idolatrato e lui non aveva mai osato risponderle: obbediva sempre, anche quando si trattava di cambiare paese e di andare a vivere a casa di altri parenti. Janina era invece profondamente imbarazzata dal modo ‘non americano’ dei suoi genitori: voleva vestirsi in modo che loro non accettavano, guardava troppa televisione e bestemmiava. Michael cercava di controllare a distanza la famiglia facendo il ‘troppo buono’. E quando la sua posizione vacillava, faceva in modo che la colpa di qualcosa ricadesse sulla sorella: teneva in mano il ritratto di perfezione della famiglia, mentre sua sorella ne rappresentava tutte le disfunzioni. L’autorità scolastica aveva preso le veci di ‘super controllore’, ma nessuno l’accettava. Dopo alcune visite fu evidente che Janina sperava che suo padre prendesse in mano le redini della famiglia, perchè aveva profondamente paura della rabbia di sua madre. E solo col tempo la madre ha capito che la sua rabbia non doveva sfociare nella violenza di suo padre e che doveva aiutare il marito ad amare la figlia, a non vederla come una balena arenata. Io da parte mia ho dovuto spiegargli come doveva essere difficile per Janina essere così obesa, tra i compagni di scuola e gli amici. Ma la famiglia Q. riuscirà veramente a colmare la distanza tra tre culture, quella americana, turca e ispanica? Ognuno di loro ha una visione precisa dell’infanzia e non vuole adattarsi all’ideale americano.

Il frutto dell’omologazione Negli Stati Uniti una nuova sensibilità verso il multiculturalismo ha infiammato il clima politico degli anni Novanta. E soprattutto nel modo di trattare i bambini affiorano oggi insistenti le divergenze culturali di questo grande paese. Qual è l’immagine di bambino ideale che Janina e i suoi genitori cercano di emulare? E chi l’ha inventata? Come è stata creata? Come molte altre cose è semplicemente un prodotto dell’economia e dei media, un comune denominatore al quale neppure l’infanzia si sottrae, mentre la famiglia continua a cambiare: famiglie estese, le chiamano, frutto del divorzio, fenomeno delle nuove generazioni. Quasi il 40 per cento dei bambini americani ad un certo punto vivrà con un solo genitore, e così l’amicizia tra bambini diventa più profonda del loro rapporto coi genitori.

Tutti i periodi storici hanno portato con sè un quadro dell’infanzia e della struttura famigliare. Prima del diciottesimo secolo i bambini venivano visti come piccoli adulti che avevano bisogno solo di disciplina. L’innocenza infantile non è apparsa quale tema predominante in Europa fin dopo il Rinascimento, corrispondendo all’idea di Jean Jacques Rousseau che i bambini fossero corrotti dalla società e che avrebbero dovuto essere cresciuti ‘in modo naturale’. Prima del medioevo i bambini non erano mai stati raffigurati in alcuna iconografia, facendo credere a molti storici che l’infanzia non fosse affatto considerata separata dall’età adulta. Anche se questa visione può apparire estrema, non è difficile capire che l’infanzia nell’era vittoriana non era la stessa di quella americana dei nostri giorni. Il motto “i bambini vanno visti ma non ascoltati” ci dimostra l’assurdità della mentalità di quell’epoca: ma naturalmente ai vittoriani l’immagine dei nostri figli che urlano liberamente oggi farebbe orrore… La psicologia è stata ovviamente incolpata d’aver causato la perdita dell’innocenza dell’infanzia. Fin dall’inizio Freud ha lasciato intendere che i bambini erano creature sensuali, e che se non fossero stati fermati da alcune limitazioni biologiche sarebbero corsi da tutte le parti come ninfette ubriache. I maschi desideravano la madre, le femmine il padre: una sana repressione sublimava il tutto, erompendo poi nell’adolescenza, creando un…“sanissimo adulto”. Ma purtroppo non tutti gli adulti trattano i bambini come creature innocenti: basti pensare al crescente mercato della pornografia minorile su Internet.

Ma gli adulti dove sono?

La rappresentazione dell’infanzia quale mondo di creature sensuali e seducenti non si limita comunque al mondo underground e delle perversioni e negli USA i bambini vengono trasformati anche dai media in creature sensuali: basti vedere le pubblicità della Calvin Klein per la biancheria intima, mentre nella campagna stampa della ditta Gap i ragazzini sono tutti multiculturali, alla moda e felici. Sono queste le immagini con le quali si scontra puntualmente Janina quando suo padre l’insulta? Ma anche i cartoon televisivi come South Park mostrano asili nido dove i bambini parlano nei minimi dettagli del sesso. E allora cosa vogliamo dai nostri figli? Se dobbiamo giudicare dalle immagini televisive ci rendiamo conto che, in fondo, per sconvolgente che sia, noi americani ci aspettiamo ancora che i nostri figli siano dei piccoli adulti, anche se Kiku Adatto, direttore della facoltà per gli studi sull’infanzia di Harvard la vede in modo diverso e al New York Times ha dichiarato: “ Rimaniamo bambini per molto, molto tempo, e i genitori dei figli che a 30 anni tornano a vivere con loro lo sanno benissimo…”. Ha ragione lui? A New York i baby boomer non vogliono crescere, e non vogliono rinunciare ai giocattoli dell’adolescenza: basti pensare agli accessori sportivi, alle vitamine, alle palestre. Ma gli adulti dove sono? Io credo che nell’America che si avvicina alla fine del secolo sia in atto una nuova definizione dell’infanzia: da un lato c’è un’adolescenza permanente, dall’altro invece un certo realismo ci avverte che l’innocenza ha abbandonato l’infanzia. Anche oggi, come nel passato, i bambini vengono sottoposti alla nozione che il mondo è pericoloso, e che le conseguenze del sesso e della rabbia possono risultare fatali. E con questa consapevolezza i bambini vengono forzati a crescere rapidamente, ad avere timore degli adulti e di quegli atti che per loro sono invece gioiosi ed eccitanti. Il musical ‘West side story’, una storia di classiche lotte tra gang di quartiere, culminava con un colpo di pistola, ma non è più nulla al confronto con le carneficine delle gang newyorchesi o losangelene. Siamo più vicini al film ‘Arancia meccanica’ che al remake romantico di Romeo e Giulietta interpretato da Tony e Maria. La violenza ha una propria voce in America, nelle liriche della musica rap e nell’eroismo dei film d’azione, s’intreccia nel tessuto dell’identità culturale americana e ci ha abituato alla sua presenza: il machismo oggi è violenza e pericolo.

Bambini sex pistols Il sesso, quello è un altro capitolo: la realtà che il sesso può essere uguale alla morte ha completamente sovvertito la nozione, impartita ai bambini, di ‘non fare cosacce’. Non solo non se ne parla più con eufemismi, ma se ne spiegano ai bambini i particolari più intimi, mentre l’educazione sessuale fa parte del curriculum scolastico americano. Con quale effetto? Che i bambini, ancor troppo giovani per capire il concetto d’intimità, scambiano oggi il sesso per un bizzarro miscuglio di biologia, tentazione e pericolo, certamente non come un processo naturale. Un mio paziente dodicenne ne riassume il risultato quando mi dice: “L’anno prossimo forse proverò a fare del sesso. Mi sembra una buona idea, ma dopo la prima volta non so se vorrò continuare a farlo… dicono che più lo fai e più rischi.”. Quando gli ho domandato come avrebbe scelto un partner ha risposto: “ Ma che importanza ha: è solo sesso…” Perchè insegnamo ai nostri figli che l’amore fisico è così distaccato, così impersonale? Così concludo dicendo che in America la barriera tra adulti e bambini è confusa. Cerchiamo di proteggere l’ideale dell’infanzia, ma poi da loro vogliamo che siano saggi e sospettosi di qualsiasi pericolo. Vedo sempre più bambini terrorizzati dagli sconosciuti, e come potrebbero non esserlo in un mondo che li bombarda di notizie di rapimenti e violenze carnali? E come spiegare loro che invece, secondo le statistiche, la maggior parte dei rapimenti avviene per mano di chi conosce il bimbo in questione? Forse proteggiamo i nostri bambini dal lupo cattivo, ma dobbiamo anche analizzare attentamente i nostri motivi personali, quelle idee che noi stessi non abbiamo il coraggio di affrontare. L’infanzia non è mai stata ideale, ma ha diritto ad essere protetta. La mia lista comincia con l’immaginazione e con il gioco. Il resto cambia, da una generazione all’altra.

*Psicanalista, lavora privatamente a New York e a East Hampton. Ha soggiornato in Gran Bretagna, dove è stato psicoanalista dell’ambasciata americana a Londra e direttore della Family Day Unit dell’ospedale di Marlborough. Ha partecipato al primo progetto inglese per la realizzazione di un progetto per adulti autistici alternativo alle lunghe degenze cliniche. In America ha pubblicato saggi sulla pittrice Kiki Smith, sul pittore Jackson Pollock e sull’analista di Samuel Beckett, W.R. Bion. Stein sta per pubblicare un saggio sui problemi del sonno nell’infanzia e sui loro effetti nell’ambito familiare.

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