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La famiglia come impresa sociale

agosto 27, 2017 Mariarosaria Marchesano

Il presidente dell’Ente nazionale per il microcredito pensa a una proposta di legge per allargare la platea dei soggetti non “bancabili”.

occupazione ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – La famiglia come impresa sociale con un proprio conto corrente e una partita Iva. È questa la proposta che il presidente dell’Ente nazionale per il microcredito, Mario Baccini, vuole portare avanti per dare inizio a una nuova stagione nel sistema di erogazione dei piccoli prestiti in cui il protagonista diventi il nucleo familiare, con i suoi bisogni e le sue esigenze di investimento (dall’abitazione all’istruzione dei figli alle spese sanitarie).

In questo modo, la famiglia si trasforma in soggetto giuridico contribuendo alla formazione del prodotto interno lordo del paese. «Stiamo pensando a una proposta di legge che contribuirebbe a rendere ancora più avanzato il modello italiano del microcredito nel mondo», spiega a Tempi Baccini, che tale modello ha contribuito a fare nascere più di dieci anni fa (quand’era sottosegretario al ministero degli Affari Esteri durante il governo Berlusconi) fondando il Comitato nazionale per il microcredito, antenato dell’attuale Ente nazionale che coordina l’erogazione di microfinanza anche attraverso una rete di sportelli bancari.

«L’Italia ha accolto prima di altri paesi l’appello delle Nazioni Unite per favorire l’accesso al credito di soggetti deboli e ha sviluppato un sistema articolato e capillare di sostegno a iniziative private e di microimpresa che all’estero stanno cercando di imitare. Ma c’è ancora molto da lavorare per arrivare a soddisfare l’intero fabbisogno di microcredito esistente su tutto il territorio nazionale che viene stimato intorno a 700 milioni di euro», dichiara Baccini.

Modello italiano
Allargare la platea dei soggetti cosiddetti “non bancabili” rendendo loro possibile l’accesso a finanziamenti fino a un massimo di 35 mila euro per avviare una gelateria o una sartoria, un negozio di parrucchiere oppure la produzione di birra artigianale – gli esempi di successo finanziati dall’Ente nazionale sono svariati – rappresenta un obiettivo politico raggiungibile anche sulla base di risultati di tipo qualitativo raggiunti finora. Il tasso di default delle attività economiche nate grazie a questo sistema, infatti, è praticamente vicino allo zero grazie ai meccanismi di formazione e tutoraggio che scattano a sostegno dei soggetti finanziati. Il principio che sta funzionando è che se si dà fiducia alle persone, soprattutto ai giovani che molto spesso non dispongono delle garanzie richieste dalle banche, questa fiducia ritorna in termini di produzione di valore di cui beneficia l’intera società.

Il dato più rilevante, e che dovrebbe far riflettere, è, infatti, l’effetto leva sull’occupazione. Per ogni iniziativa di microcredito o microfinanza attivata dall’Ente con il sostegno del Fondo di garanzia finanziato dallo Stato (ma che gode anche di contributi volontari), vengono creati 2,43 posti di lavoro. Il bilancio da quando è stata introdotta in Italia la legge sul microcredito e sono entrati in vigore i decreti attuativi del Mise è presto fatto. Nel periodo che va dal 2011 al 2016 sono stati erogati 155,5 milioni di euro e creati oltre 20 mila posti di lavoro. Ma è negli ultimi tempi che c’è stata un’accelerata con la creazione in soli 20 mesi di 4.685 nuove piccole aziende e una previsione di erogato che dovrebbe arrivare a 200 milioni per fine 2017. «È chiaro che questo modello rappresenta oggi una valida alternativa al libero mercato perché concilia esigenze di tipo sociale con aspettative di profitto. Con il risultato che soggetti che si trovano ai margini della società diventano regolari contribuenti dello Stato e generano sviluppo e benessere intorno al loro. Per il futuro, sono fiducioso nel fatto che la riforma del terzo settore possa rappresentare un ulteriore stimolo alla nascita di nuove iniziative in questo campo», aggiunge il presidente dell’Enm.

Convenzioni con gli sportelli bancari
Insomma, il microcredito cresce e diventa sistema impartendo una lezione di efficienza e sostenibilità in cui non tutti credevano. Le maggiori critiche all’Ente presieduto da Baccini sono state in passato legate alle scarse erogazioni. Ma esiste paradossalmente anche una carenza di richiesta legata a fattori culturali e alla scarsa informazione. «Non ho difficoltà ad ammettere che finora la domanda è stata inferiore all’offerta», dice Baccini.

«Tante persone non conoscono lo strumento e spesso è bassa anche la fiducia nei confronti delle istituzioni che operano in questo settore. Per questo stiamo cercando di diffondere la conoscenza sul sistema del microcredito attraverso campagne di sensibilizzazione ma non è semplice anche a causa della confusione che si fa tra il nostro sistema, che fa riferimento a una legge dello Stato, e le tante iniziative che pullulano a livello regionale, le quali, però, presentano tassi di default molto elevati proprio a causa dell’assenza di servizi di formazione e tutoraggio».

Una delle soluzioni individuate per aumentare e consolidare la distribuzione dei piccoli prestiti è stata l’attivazione di una serie di convenzioni con banche di credito cooperativo e banche popolari le quali, in questo caso, fungono da semplici sportelli erogatori ai sensi dell’articolo 111 del testo unico bancario. In altre parole, il soggetto che richiede il prestito viene sempre valutato secondo parametri non di tipo bancario ma può rivolgersi all’istituto di credito indicato per incassare il dovuto. Attualmente sono circa 1.600 gli sportelli bancari attivati per il microcredito in seguito ad accordi con il sistema delle Bcc, della Bper e delle banche popolari. Grazie all’implementazione di questo modello è nata anche una nuova figura professionale che è quella del tutor che segue i progetti dal business plan fino alla sua realizzazione. L’Ente calcola che con le nuove iniziative in corso entreranno in campo 1.000 tutor che aggiungono valore al risultato complessivo.

Un nuovo fondo per i privati
Per Baccini in questa fase è importante consolidare il modello del microcredito di tipo imprenditoriale e studiare il modo per coinvolgere maggiormente la sfera privata e domestica. «Stiamo studiando un progetto che equipara la famiglia a un’impresa sociale che come tale può essere dotata di personalità giuridica», osserva. «Una famiglia dovrebbe poter accedere come entità unica a piccoli finanziamenti per sostenere tutte le iniziative necessarie a una crescita sana e all’educazione dei figli. Questo è un concetto innovativo che potrebbe rappresentare una grande evoluzione per la nostra società in futuro. Tutto questo, naturalmente, deve passare anche attraverso un’attività di educazione finanziaria che prepari le famiglie a questo nuovo ruolo che comporta senso di responsabilità e capacità di scelta». L’ostacolo più consistente per questo progetto è rappresentato dalla mancanza di un fondo di garanzia dedicato a questo tipo di erogazioni poiché non può essere utilizzato quello destinato alle imprese. Ma esiste una soluzione. «Stiamo valutando un’operazione di fund raising che ci consentirà di raccogliere i fondi necessari tra diversi soggetti pubblici e privati che hanno già manifestato interesse per l’iniziativa», conclude.

Foto Ansa

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