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La donna che dovette girare 23 ospedali per abortire era una fake news

aprile 25, 2017 Francesca Parodi

Il caso era stato usato dai giornali per attaccare i medici obiettori. Ma era una bufala. Intervista a Costanza Miriano

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La notizia della donna veneta di 41 anni costretta a chiamare 23 ospedali prima di trovare un medico che la facesse abortire è falsa. La fake news del 1° marzo, era stata rilanciata dal noto opinionista Massimo Gramellini, dal Fatto quotidiano e Repubblica, ma recentemente un trafiletto apparso sul Corriere del Veneto ha reso noto che, in base alle indagini condotte da un procuratore aggiunto e il comandante dei Nas, la donna ha abortito meno di un mese dopo aver contattato l’Azienda Ospedaliera e che «le telefonate erano state fatte in preda a una crisi d’ansia». La vicenda era finita su tutte le prime pagine dei quotidiani italiani dopo la denuncia della Cgil, cui la donna si era rivolta.

La scrittrice e blogger Costanza Miriano ha attaccato sul suo blog la mancanza di professionalità dei giornalisti, ma a tempi.it commenta che «può capitare di prendere per buona una fake news. La vicenda era partita da una denuncia della Cgil, dunque nessuno si è preso la briga di verificare». Quello che però «è assurdo è l’aver creato un falso allarme sull’obiezione di coscienza. I dati del ministero della Salute parlano chiaro: in Italia a nessuna donna è mai stato impedito di abortire. Ogni intervento di aborto è sbrigativo, dura circa un quarto d’ora, e nessun medico è costretto agli straordinari. Dire che nel nostro paese prevale l’obiezione di coscienza è malafede».

Questa bufala fa però emergere una constatazione: sostenere che ci siano troppi obiettori «significa ammettere che l’aborto non è un’operazione chirurgica indolore, non è come eliminare un grumo di cellule. Vuol dire ammettere che per un medico equivale a spegnere una vita. Allora si capisce che il problema è eliminare la coscienza, non l’obiezione».

Miriano rileva inoltre la contraddizione di quanti si ergono a difensori della legge 194 ma ne tradiscono inconsapevolmente lo spirito: «Io non la approvo, però questa legge vuole fornire degli strumenti per favorire comunque la scelta della vita. L’aborto dovrebbe essere l’extrema ratio. Quello che invece è passato nella nostra cultura è che non c’è nessun interesse del bambino da difendere e che la donna è totalmente libera nell’autodeterminarsi». Dunque, secondo Miriano «la legge 194 viene disattesa sistematicamente con le pillole del giorno dopo e dei cinque giorni dopo, che sono distribuite con facilità e lasciano le donne ad abortire in casa da sole. Questa legge non viene quindi ostacolata dagli obiettori, ma da quanti promuovono l’aborto senza valutare altre strade».

«Il paradosso poi è che la promozione dell’aborto avvenga in uno dei paesi con il minor tasso al mondo di natalità come l’Italia» sottolinea Miriano, che riconosce un’altra serie di incongruenze: «Una persona che deve essere operata di tumore e che si rivolge a una struttura pubblica deve aspettare mesi prima di poter arrivare in sala operatoria. Non si capisce allora perché l’aborto dovrebbe essere consentito immediatamente, e se una donna deve fare una telefonata in più si grida allo scandalo». Così come è contestabile la gratuità dell’operazione: «Con tutti i metodi contraccettivi che esistono oggi, si rimane incinte solo se lo si vuole o si è del tutto incuranti. E allora non è corretto che sia l’intera comunità a pagare. Se invece l’operazione (che io ritengo andare contro la persona e che comunque potrebbe essere evitata) costasse 2 mila euro, ci si penserebbe bene prima di ricorrervi».

Il problema di base, sostiene Miriano, è che l’aborto è passato «da una dolorosa necessità (per quanto io non condivida questa soluzione) a un diritto inconfutabile. Oggi è troppo facile e veloce abortire e molte donne lo fanno senza quasi rendersene conto. Se invece si ponessero più ostacoli a questa operazione e ci fosse più assistenza, una donna avrebbe più tempo e occasione di riflettere su una scelta che la segnerà per sempre».

Foto Ansa

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