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La disumanità nell’uccidere col fuoco un inerme clochard

marzo 23, 2017 Renato Farina

I senzatetto rompono le scatole, è il loro lavoro. A Roma ho imparato che sono le persone che forse mi vogliono più bene. Raccontano bugie, che sono le parabole dei poveri

Clochard

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – In passato dinanzi alle decapitazioni di ostaggi abbiamo urlato “civiltà islamica”, ma che roba è questo rogo italiano, se non l’identico rito spaventoso di quando fu bruciato vivo il pilota giordano a Raqqa, o dei falò su cui erano legate, nell’Ucraina occupata dai nazisti, le bambine zingare? Ci sono molti modi per uccidere. Boris non ne conosce di pietosi. La mafia in Sicilia e non solo ha disciolto bambini nell’acido. Lo fa per non lasciare tracce. Ma ci vuole un odio speciale, assoluto, per assassinare col fuoco una persona inerme. In realtà questo rito demoniaco identifica semplicemente il razzismo, il rifiuto di considerare l’altro parte della razza umana. Il caso del signor Marcello di Palermo ci parla di questo. Pare sia stato un delitto fomentato dalla gelosia. Ma i clochard, senzatetto o barboni (come si dice con affetto a Milano grazie a Jannacci) attirano il fuoco come le guglie i fulmini. Ma quelli li scagliava Zeus, questi sono un frutto della mala pianta dei nostri tempi.

Il barbone giace ai nostri piedi, specialmente di notte, magari ha una bottiglia di birra ai piedi, non diffonde profumi soavi, deve andare al gabinetto e non ce n’è intorno. Così il nostro vuoto, infelicità, rabbia – avendo dimenticato il sentimento di pietà fraterna delle nostre madri e nonne – vede questa “razza” in due modi opposti e convergenti: la causa del nostro orrore quotidiano, e l’immagine del futuro nostro e/o dei nostri figli e nipoti. Ed ecco allora la voglia di sancire il nostro rifiuto di una contaminazione, di un contagio: la purificazione delle fiamme. Purificazione e insieme punizione.

«Non sono esseri umani, sono kulaki»
Nel Libro della giungla di Kipling la differenza tra gli uomini e gli abitanti della foresta è il “fiore rosso”, che l’uomo sa maneggiare, e usa contro chi non è della sua razza. Prometeo lo rubò agli dèi, e fa sentire potenti. Dunque marca la differenza. Anche la cremazione praticata oggi per i defunti, più che altro concepita per non aver fastidi, segnala l’abisso tra la vita e la morte, che il cristianesimo con la tumulazione decorosa dei corpi aveva voluto invece pensata come “trapasso”, “dies natalis”, “transito”.

Anche i femminicidi vedono spesso il fuoco come arma di terrore. Separazione, annullamento, inferno. Un’altra razza non umana. Vasilij Grossman, che mi rendo conto sto citando troppo spesso, ma non è un brutto vizio, fa dire in Tutto scorre ad Anna Sergeevna, comunista, che cercava di non inorridire davanti allo sterminio della carestia del terrore staliniano in Ucraina che obbligava le madri al cannibalismo dei figli: «Ciò che all’epoca mi ripetevo era: “Non sono esseri umani, sono kulaki (contadini ricchi, ndr)”. Per massacrarli era necessario proclamare che i kulaki non erano esseri umani. Proprio come i tedeschi proclamarono che non erano esseri umani gli ebrei». Dal razzismo, dal nazionalismo (diverso dall’amor di Patria), dal classismo, non può che derivare la disumanizzazione dell’“altro”, offrendo così una giustificazione razionale per trattare le persone con crudeltà e e assoluto disprezzo. Pensiamoci.

In morte del mio amico Zaccaria
Ho tirato fuori molta roba dalla tremenda morte del signor Marcello. I clochard, i mendicanti rompono le scatole, è il loro santo lavoro. In centro a Roma ho imparato che sono le persone che forse mi vogliono più bene. Li vedo all’alba. Mi chiamano. Raccontano bugie sulla loro vita, che in realtà sono le parabole dei poveri. Bevevo un caffè con Zaccaria, un marocchino dalla barba incolta, vestito bene dalla Caritas. Alcolismo, lontananza da casa. Un islamico che si addossava per dormire al portone della chiesa di Sant’Agostino, poi di Santa Maria in Aquino, quindi vicino all’architettura bramantesca dietro Piazza Navona. Dopo le vacanze natalizie non mi veniva più incontro. Un amico clochard, che sta cambiando vita e abita una roulotte dalle parti del Verano, mi ha detto: «Devo darti una brutta notizia, il tuo amico Zaccaria è morto all’alba della vigilia di Natale. Dicono che è morto di freddo, ma non è così, sputava sangue». La mamma ha voluto fosse benedetto in moschea. Noi gli abbiamo fatto dire una Messa.

Foto Ansa

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