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«La discografia è in crisi: chi vendeva un milione di copie, oggi non supera le 250 mila»

marzo 20, 2012 Carlo Candiani

Silvio Crippa, storico produttore di Enrico Ruggeri da quasi quarant’anni e profondo conoscitore delle strategie della case discografiche: «I cd non hanno idee forti perché nessuno investe più su contratti di cinque anni almeno. E nessuno lo fa perché non ci sono i soldi, che mancano perché la gente non compra. Al massimo scarica due canzoni da iTunes».

Nel suo “Inchiostro antipatico – Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa”, il giornalista Paolo Bianchi documenta con statistiche ed esempi come in Italia i libri pubblicati siano tanti, troppi, così che la stragrande maggioranza rimangono invenduti. Insomma ci sarebbero più scrittori che lettori. Accade anche per l’industria discografica? La crisi del cd è dovuta a mancanza di creatività, di un’idea “forte” o, più banalmente, l’offerta è superiore alla domanda? «Il problema è che non c’è domanda! Mai, come oggi, si consuma musica, però mai come oggi non si compra». È un’analisi spietata quella realizzata per tempi.it da Silvio Crippa, storico produttore di Enrico Ruggeri da quasi quarant’anni e profondo conoscitore delle strategie della case discografiche. «A parte gli errori commessi dall’industria, Internet non ci ha dato una grande mano. Oggi si consuma molta più musica di vent’anni fa, però vent’anni fa c’era un culto della musica: il supporto forse invogliava di più; il long-playing aveva una fascino particolare. Prendere in mano un album di trenta centimetri, aprirlo e accorgersi che dentro la confezione c’era un libro con le foto, i testi leggibili, era un piacere del tatto e della vista».

Ma non c’era anche un’idea forte musicale?
Un’idea forte viene fuori quando si può fare sperimentazione. Oggi è quasi impossibile. I contratti di trent’anni fa funzionavano così: “Sei forte, fammi capire quale sarà il tuo ipotetico sviluppo ma intanto stai qui nell’officina”. Un brano azzeccato nella vita può capitare. “Lisa dagli occhi blu”, per esempio. Poi dopo, se manca l’ispirazione, cosa si fa? Ecco perché funzionava il sistema “dell’officina”: se un cantante superava bene questo periodo di apprendistato si pensava all’album. L’opera prima serviva a capire come poteva posizionarsi l’artista, le vendite passavano in secondo piano, il secondo trentatré doveva dare conferme, il terzo coprire i costi dei precedenti. Un contratto era in media di sei- sette anni.

E oggi?
Dove sono i soldi per poter investire su un contratto di cinque anni?

L’industria discografica non sconta la scomparsa del 45 giri? YouTube non l’ha sostituito?
Personalmente penso che la discografia abbia sbagliato ad accettare un contratto con iTunes: la possibilità, cioè, di scaricare dall’album anche un solo brano. Se io faccio un singolo, vabbè, te lo posso dare, ma dal momento che pubblico un album e quindi ho qualcosa da dire, ma il compratore ha la possibilità di scaricare anche un solo brano, tutto ciò diventa penalizzante. L’errore sta a monte: non bastano due o tre brani forti per fare un intero disco.

Non è stato un boomerang per le case discografiche coinvolgersi nei talent show televisivi, dove il 99,9 per cento delle proposte si perderanno nel giro di poche settimane?
Certo, il problema è la mancanza di investimenti. Ci si è anche illusi che dopo un tot di settimane di esposizione televisiva, il giovane si potesse autopromuovere: una capacità manageriale avrebbe dovuto far riflettere su cosa poi sarebbe accaduto. Spesso c’è una costruzione del personaggio, magari televisivo, dove però la creatività latita.

Può fare il nome di un giovane che rimarrà ben oltre il talent?
Mengoni. X Factor, gli ha permesso di ridurre gli anni di gavetta: speriamo che rimanga sulla cresta dell’onda, è un interprete molto interessante.

La crisi del disco non dipende anche dalla scomparsa del negozio specializzato?
È come parlare della scomparsa delle drogherie. Come accadeva con la scelta del prosciutto, così con i dischi: quando si andava nel negozietto e dall’altra parte del bancone c’era una persona che s’intendeva del prodotto e dava consigli, questo incrementava le vendite. Chi una volta vendeva un milione di dischi ora ne vende duecentocinquantamila, e via a scalare, fino ai debuttanti che rimangono al palo.

E se lanciassimo questa moratoria: basta novità, impegniamoci a vendere l’esistente.
Attenzione. Questo è già realtà: il sessanta per cento del fatturato una casa discografica lo realizza con il catalogo.

Insomma, un artista dovrà accontentarsi di vendere meno copie e un giovane troverà sempre più difficoltà ad imporsi. Non si vede la luce in fondo al tunnel?
No. Gli anni ’70 e ’80 hanno visto una vivacità di etichette sul mercato. Ora si può passare solo da due o tre, che hanno assorbito tutte le altre. Resiste un universo di piccole etichette indipendenti, che non hanno forza di promozione e fanno con gli artisti quello che una volta facevano la grandi etichette. Nella Rca italiana c’era un manager, Ennio Melis, che a Roma alla fine degli anni ’60 realizzò “il Cenacolo”, che fu una vera e propria fucina di talenti che crebbero insieme, in un confronto creativo: le dicono qualcosa i nomi di De Gregori, Venditti, Baglioni, Zero, Cocciante, Gaetano?

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3 Commenti

  1. Pizza e fichi says:

    bla bla bla

  2. Esau Remor says:

    Pizza e Fichi = Leggi e Impara.

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