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La croce di Dili

settembre 22, 1999 Esposito Francesco

Dalla colonizzazione portoghese alla tragica cronaca di queste settimane, la storia anomala del popolo di Timor Est cresciuto intorno alle missioni cristiane a dispetto degli interessi politici ed economici delle grandi potenze

Nel 1742 l’isola di Timor è ormai divisa in due parti: quella orientale appartiene ai Portoghesi, mentre quella occidentale – come il resto dell’attuale Indonesia – agli Olandesi.

Un’eccezione chiamata Timor-Est I Portoghesi, in realtà, già arrivati a Timor nel 1511, per la diversa maniera di colonizzazione acuiscono attraverso i secoli le differenze dei loro territori rispetto al resto dell’arcipelago: mentre gli Olandesi sviluppano infatti un sistema di sfruttamento intensivo delle risorse locali, i Portoghesi considerano sempre Timor-Est più che altro un avamposto missionario, né adottano la politica segregazionista preferita invece dai colonizzatori Nord-Europei.

Il risultato è che a livello culturale, religioso e sociale Timor-Est si presenta tuttora come un’eccezione nell’arcipelago indonesiano.

Inoltre, la costituzione di uno stato indonesiano strettamente controllato dalla maggioranza islamica giavanese, non fa che approfondire il divario con Timor-Est e con le altre minoranze sparse per tutto il territorio.

Alla fine della seconda guerra mondiale dunque, dalle ex-colonie olandesi nasce l’Indonesia indipendente, mentre Timor-Est, ancora territorio portoghese, rimane fuori dalla compagine del nuovo stato.

Solo nel 1975, durante il disbando finale del suo impero coloniale, il Portogallo concede l’indipendenza a Timor, con una decisione repentina messa subito in atto: un abbandono di fatto, che lasca la neonata nazione impreparata e con un vuoto di potere. Dopo l’iniziale confusione, emerge come forza portante il fronte di liberazione Fretilin di Xanana Gusmao, sospettato di simpatie comuniste.

La normalizzazione indonesiana Nel dicembre dello stesso anno, pochi giorni dopo la dichiarazione di indipendenza di Timor e 24 ore dopo la visita a Jakarta del presidente Ford e del suo segretario di Stato Kissinger, l’esercito indonesiano invade il territorio timorese con il pretesto di riportare l’ordine e sventare la minaccia comunista. Nel luglio 1976 Jakarta può dichiarare l’unione di Timor-Est alla “Madrepatria”, nonostante l’annessione non sia mai avallata ufficialmente dalle Nazioni Unite (solo l’Australia, in seguito, l’ha riconosciuta). In ogni caso tutti i vari Paesi interessati alla questione trovano ottima soluzione chiudere gli occhi e appoggiare il regime di Suharto. Seguono quindi 25 anni di feroce occupazione. La maggior parte dei timoresi, per le ragioni storiche di cui sopra e per orgoglio nazionale, non accettano di piegarsi all’aggressione di Jakarta e il Fretilin passa alla guerriglia. Le Forze Armate Indonesiane (ABRI) reagiscono allora con la massima violenza: carestia e fame vengono adottate come strumenti terroristici, arresti e processi sommari, aggressioni, stupri, sterilizzazioni forzate e omicidi indiscriminati sono pratiche sistematiche e quotidiane. Mancano a tuttoggi precisi calcoli ufficiali, ma fonti attendibili affermano che oltre 200mila timoresi (un terzo della popolazione al ’75) siano morti in seguito ai 25 anni di campagna di “normalizzazione” condotta dal Governo indonesiano.

Dal referendum al martirio Nel 1996 gli sforzi del movimento di opposizione timorese vengono premiati con il Premio Nobel per la pace a Jose Ramos-Horta e al vescovo Carlos Belo, risvegliando un nuovo seppure limitato interesse internazionale alla questione di Timor.

Finché, l’anno scorso, il regime di Suharto entra in crisi. Con l’indebolimento del potere centrale si fanno più insistenti le richieste dei vari fronti autonomistici. Oltre a Timor, lottano per l’indipendenza Aceh e l’Irian Jaya. Dovunque la reazione dell’ABRI non si fa attendere, rapida e violenta: il timore dello smembramento dello stato indonesiano si fa più acuto tra i ranghi dell’esercito. Nonostante tutto continua però il processo di democratizzazione che porta alle elezioni generali del 7 luglio. Inaspettatamente il presidente Habibie si dichiara disposto a concedere a Timor il referendum per decidere del proprio futuro: indipendenza o autonomia. La notizia gela i militari probabilmente neanche interpellati su tale ipotesi. Secondo il nuovo indirizzo di non intervento nelle faccende politiche, le forze armate non esprimono commenti ufficiali, ma il malcontento viene espresso chiaramente e pubblicamente da molte “opinioni personali”.

Mentre a Timor cominciano i preparativi del voto previsto per l’8 agosto, si fanno consistenti le voci per cui l’ABRI stia materialmente organizzando e rifornendo le locali milizie paramilitari filo-indonesiane in vista del prevedibile voto a favore dell’indipendenza. La tensione cresce e cominciano le prime violenze.

Poi finalmente il voto e l’annuncio dei risultati con il 78% a favore dell’indipendenza. Il resto è cronaca. La regione è fatta precipitare nel caos della violenza dalle fazioni armate filo-indonesiane, che oltre a minacciare giornalisti e ispettori dell’Onu, causano diverse centinaia di morti, senza contare devastazioni e altre aggressioni. Migliaia di persone stanno oggi cercando rifugio dove possono, nelle pochissime zone che offrono un relativo margine di sicurezza oppure a Timor-Ovest e chi può in Australia. È ormai appurato che esercito e polizia indonesiani non si sono semplicemente limitati a lasciar fare alle milizie paramilitari contrarie all’indipendenza, ma in molti casi hanno avuto parte diretta negli episodi di violenza. Dopo le proteste internazionali, il Governo indonesiano ha imposto il coprifuoco, che dà ufficialmente il pieno controllo della zona agli stessi militari.

Date le premesse di cui sopra, non stupisce che le violenze continuino.

A Jakarta è stato liberato Xanana Gusmao, leader del movimento di guerriglia timorese che però ha preferito rifugiarsi all’Ambasciata Britannica nonostante le rassicurazioni del Governo indonesiano di proteggerne l’incolumità, intenzione francamente poco credibile.

Aumentano le richieste internazionali di un intervento militare Onu, ma Jakarta insiste a dire di poter gestire da sola la crisi e avanza poco velate minacce in caso l’intervento fosse messo in atto senza la sua approvazione.

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