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«La crisi tra Egitto e Arabia Saudita non farà scoppiare una nuova rivoluzione»

dicembre 9, 2016 Leone Grotti

Intervista a Tewfik Aclimandos, docente egiziano di Storia contemporanea del mondo arabo: «Ad oggi non c’è alternativa ad Al-Sisi. I sauditi smettano di guardarci come inferiori»

Pubblichiamo l’articolo contenuto nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Se l’Arabia Saudita, complici la crisi e le divergenze in campo internazionale, decidesse di abbandonare definitivamente l’Egitto, che cosa succederebbe al paese guidato da al-Sisi? «Di sicuro avremmo enormi problemi economici, ma nessun cambio al potere perché non ci sono alternative all’attuale presidente», spiega a Tempi Tewfik Aclimandos, docente egiziano di Storia contemporanea del mondo arabo al Collège de France, già ricercatore al Cairo dal 1984 al 2009.

Che cosa unisce i due paesi sunniti più importanti del mondo arabo?
Entrambi vogliono arginare l’Iran, stabilizzare il Medio Oriente e riportare la sicurezza nel Golfo arabo, dove vivono anche molti egiziani.

Dalla Siria allo Yemen fino alla concezione dell’islam, il Cairo e Riyadh sembrano però in disaccordo su tutto.
Il principale problema è che il rapporto di al-Sisi con re Abdullah era migliore di quello col nuovo re Salman. Partiamo dallo Yemen: l’Arabia Saudita ha deciso un intervento militare scatenando una guerra. Poi ha chiesto all’Egitto di inviare truppe in aiuto. Ma doveva consultarlo prima di attaccare, non dopo. L’Egitto è rimasto sorpreso da questa arroganza.

E la Siria? I sauditi sostengono i jihadisti, gli egiziani Assad.
L’Egitto vuole che la guerra finisca e ritiene che il miglior modo sia appoggiare Assad, mentre i sauditi vogliono cacciarlo perché temono che l’Iran aumenti la sua influenza. L’Egitto però ha più paura che jihadisti e gruppi legati ai Fratelli Musulmani prendano il potere in Siria, magari con l’aiuto della Turchia. Abbiamo avuto molti problemi di terrorismo islamico e non vediamo di buon occhio il nuovo espansionismo di Erdogan. L’Arabia Saudita dovrebbe accettare la realtà: per ora è impossibile che Assad se ne vada.

Ad agosto, alla conferenza di Grozny, la corrente saudita wahabita è stata esclusa dal sunnismo. È un brutto tiro dell’università di Al-Azhar agli alleati?
La risoluzione di Grozny ha creato molti problemi. È chiaro che Al-Azhar e wahabiti hanno visioni diverse dell’islam, ma nell’università ci sono tanti professori che sostengono i sauditi. Credo che non esistano problemi insormontabili. Non a caso, Al-Azhar si è scusata.

Gli sceicchi hanno aiutato l’Egitto con più di 30 miliardi in tre anni. E se chiudessero i rubinetti?
Sarebbe un problema enorme. Soprattutto farebbe diminuire gli investimenti stranieri. Le finanze dell’Egitto non sono in una buona situazione e tutti chiedono garanzie. Oggi nessuno, salvo l’Arabia Saudita, può garantire per l’Egitto. Temo che avremo gravi difficoltà, soprattutto perché il Fmi ci ha appena imposto una ricetta durissima di tagli.

La Russia o gli Stati Uniti di Donald Trump non potrebbero prendere il posto dei sauditi?
Non so se Trump appoggerà l’Egitto, anche se di sicuro lui ci dà molte più garanzie della Clinton. Staremo a vedere. La Russia potrebbe anche decidere di aiutare l’Egitto ma non potrà mai essere tanto generosa quanto l’Arabia Saudita.

Circolano molte ipotesi su un riavvicinamento tra Egitto e Iran. Fantascienza?
Sì. Tutto è possibile in linea teorica, ma dubito che l’Egitto sostituirà Riyadh con Teheran. Non ne ha l’interesse.

Se l’economia crolla, non c’è il rischio di una nuova rivoluzione?
Quando l’economia va male, c’è sempre il rischio dell’instabilità politica. Ma bisogna considerare che oggi gli egiziani non hanno un’alternativa ad al-Sisi: non vogliono i Fratelli Musulmani e non esiste un’opposizione credibile. Agli egiziani dunque non resta che aspettare.

Aspettare che cosa?
Che i due paesi trovino un accordo. I sauditi hanno molta influenza sull’Egitto e al-Sisi non può che dialogare. L’obiettivo è che re Salman torni a vedere l’Egitto come un alleato, non come uno Stato inferiore sul quale comandare. Questo per gli egiziani è inaccettabile.

Foto Ansa

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