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La corruzione si combatte con formazione e sistemi di compliance

maggio 25, 2017 Francesca Parodi

Il confronti tra importanti manager, legati e magistrati al workshop «Anticorruzione, misure di prevenzione e mercato». I sistemi di anticorruzione possono rivelarsi un virtuoso strumento di business

La corruzione è un peccato punito anche nell’ottavo cerchio dell’Inferno dantesco, dove i barattieri (cioè coloro che hanno usato una carica pubblica per favorire i personaggi che li hanno comprati) sono immersi nella pace bollente e tormentati da diavoli con bastoni uncinati. Da allora la società è sempre più attenta a questo reato e oltre allo studio di una normativa specifica da parte delle istituzioni, le aziende organizzano frequentemente corsi di formazione e dibattiti per creare una maggior consapevolezza sul tema. Un esempio è l’ultimo workshop «Anticorruzione, misure di prevenzione e mercato», svoltosi a Milano il 25 maggio, che ha messo a confronto l’esperienza di manager, legali e magistrati in merito alle funzioni affari legali e societari, compliance, internal audit e risk management. Erano presenti al confronto: il direttore Afge (Alta Formazione Giuridico-Economica) Adriano Travaglia, Andrea Gemma di Gemma & Partners, Luigi Birritteri, Sostituto Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione, Emma Marcegaglia, presidente di Eni, di Business Europe e della Luiss Guido Carli e ancora Louis J. Freeh, chairman Freeh Group International Solutions e Alfredo Robledo, giudice presso la V sezione penale di Torino. L’incontro ha visto inoltre gli interventi di Giulio Fazio, direttore affari legali e societari di Enel, e di Luca Franceschini, direttore Compliance Integrata di Eni.

REGOLE E MENTALITÀ. Quello che è subito emerso chiaramente è che l’anticorruzione si deve basare, prima ancora che su un insieme di regole, su un solido sistema culturale e valoriale. «Non è cambiando le regole che si cambia la mentalità della gente» ha sottolineato Robledo. Un approccio corretto e trasparente deve innanzitutto essere fatto proprio da tutti coloro che lavorano all’interno di un’azienda o di un’istituzione, ed è per questo che la formazione gioca un ruolo fondamentale. Ma non è solo una questione di etica: come ha ricordato Marcegaglia, se un’azienda attiva al proprio interno sistemi di anticorruzione efficienti, aumenterà la fiducia degli investitori nel management e conseguentemente anche la fiducia nel mercato, con riflessi positivi in termini di competitività e di reputazione aziendale. Sulla base dell’etica dunque, la lotta alla corruzione può trasformarsi in uno strumento di business che mette in moto un circolo virtuoso a vantaggio dell’azienda stessa e della società. Per questo, nei cda di grandi aziende come Eni, il tema di compliance, internal audit e risk management è sempre al centro dell’attenzione, e il rischio di reputazione è valutato alla stregua dei rischi di business e geopolitici.

COMPLIANCE. Proprio perché è nell’interesse stesso dell’azienda creare un forte sistema anticorruzione che generi valore per gli stakeholders, molte realtà si sono già spinte in una forma di autoregolamentazione, cioè un insieme di meccanismi di controlli preventivi che l’azienda si autopone. L’obiettivo è quello di allineare il proprio sistema di controllo interno alle best practices di riferimento per creare un corpus normativo anticorruzione aziendale che renda più efficace il decreto 231. Per farlo sono necessari, come ha riassunto Freeh, tre elementi: politiche normative chiare con un programma definito, una formazione costante e aggiornata, e sistemi di controllo efficienti. Una volta stabilito il programma di compliance però, bisogna essere pronti a modificarlo continuamente in base all’insorgere di nuovi rischi, al mutamento del mercato o delle persone.

LE NORMATIVE. Le difficoltà, è emerso nel corso del dibattito, stanno soprattutto nell’incertezza e genericità di alcune normative, che rendono necessario un continuo lavoro di interpretazione. Il decreto 231, per esempio, include al suo interno troppe fattispecie diverse, generando a volte confusione. Le aziende inoltre non vengono incentivate e premiate per il fatto di aver loro stesse evidenziato delle situazioni di corruzione che le hanno danneggiate. I tempi della giustizia infatti sono troppo lunghi e in caso di autodenuncia, l’azienda rischia di subire un grave danno di immagine. «A livello transnazionale invece, è urgente cercare un’armonizzazione delle normative dei vari paesi» spiega a tempi.it Franceschini. «Per quanto un efficace sistema di compliance di un’azienda che opera a livello globale debba attestare i propri standard di controllo su best practice internazionali, uno stesso comportamento rischia di essere oggetto di indagine, e potenzialmente sanzionato,  in più di una giurisdizione, con modalità e sistemi sanzionatori diversi. Con la globalizzazione, anche normativa alla quale assistiamo oggi, il tema del “ne bis in idem” andrebbe affrontato quanto prima».

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