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La confessione di Lance Armstrong? «Deludente, ha detto solo cose che già si sapevano»

gennaio 18, 2013 Matteo Rigamonti

Tony Lo Schiavo, vicedirettore di Bicisport, mensile per appassionati delle due ruote, a tutto campo sul ciclismo, il doping di massa e i responsabili. Che non sono solo i ciclisti, ma anche medici, organizzatori e team manager

«Deludente, ha detto solo cose che già si sapevano e nulla di più». Tranchant è il giudizio con cui Tony Lo Schiavo, vicedirettore del mensile Bicisport, ha commentato a tempi.it l’attesissima prima puntata (la seconda sarà tra qualche giorno) della pubblica confessione con cui Lance Armstrong, ciclista statunitense sette volte vincitore del Tour de France, ha ammesso che ognuna di quelle vittorie, ora revocate, è stata ottenuta grazie anche all’utilizzo sistematico di sostanze dopanti. Da parte sua come pure di molti altri suoi compagni di squadra, alla U.S. Postal prima e alla Discovery Channel poi. E non erano gli unici a farlo.
Stando a quanto dichiarato da Lance a Oprah Winfrey, che per la Abc lo ha intervistato, infatti, «su duecento corridori nei miei Tour forse solo cinque o sei erano puliti. Ho controllato il significato della parola “cheat” sul vocabolario. Vuol dire avvantaggiarsi sugli altri, ma non era il mio caso perché tutti si dopavano».

Come valuta la prima parte della confessione di Lance Armstrong?
Deludente, ha detto solo cose che già si sapevano e nulla di più. Non ha vuotato il sacco, insomma.

Lei cosa si aspettava?
Mi sarei aspettato che un atleta come lui, che ha corso in bici per quindici anni, dicesse chi è stato a dargli i primi consigli sul doping, chi l’ha introdotto e assistito nelle pratiche. Ma non l’ha fatto. Così come, pure, non ha detto chi l’ha protetto e chi gli ha permesso di superare indenne quattrocento e più controlli antidoping durante tutta la sua carriera. E poi, non è stato lui stesso a dire che l’Uci (l’Unione ciclistica internazionale, ndr) gli ha chiesto una donazione? Bene, perché gliel’ha chiesta? A che titolo? Non l’ha spiegato. Mi può star bene che, per solidarietà di gruppo, un ciclista voglia salvaguardare i suoi compagni; ma non che protegga medici e dirigenti. Oggi il doping è così sofisticato che non esiste più il fai-da-te e si combatte non solo punendo gli atleti, ma anche i medici e i dirigenti coinvolti.

Perché è impossibile doparsi da soli?
Perché una volta ad avere “le chiavi dell’armadietto”, era solo il capitano della squadra e il doping erano pasticche di simpamina: una sostanza eccitante, poco più di qualche caffè, un peccato relativamente veniale; ma se ne facevi uso, ti beccavano. Il doping che abbiamo conosciuto dagli anni Novanta ad oggi, invece, è molto più evoluto: ormoni, trasfusioni, Epo e microdosaggi hanno a che fare con le masse muscolari e il sangue; è una tipologia di doping che può incidere persino sulla salute, perché il sangue arricchito di ossigeno è più viscoso. Se prima erano “caramelle”, il doping di oggi è “veleno”, oltretutto che non puoi somministrarti in autonomia senza una dovuta assistenza medica.

E copertura…
Anche. Ma quello che è peggio è che, negli anni Novanta, dirigenti, team manager e organizzatori hanno fatto diventare il doping di massa, l’hanno fatto radicare nella mentalità dei corridori e questo ha reso molto più difficile lo sradicamento. Non è un caso che, nelle indagini, si sia arrivati a misure che sfiorano le misure di polizia. Sono stati anni bui per il ciclismo.

Quanto è diverso il caso di Armstrong dalla vicenda che ha coinvolto Marco Pantani?
Sono figli diversi e simili di una stessa cultura. Armstrong, forse, era inserito in un business così grande che lo faceva sentire invincibile.

Perché si è giunti a tanto?
Perché il quadro è cambiato completamente. Negli anni Novanta il ciclismo era alla mercè del business: gli sponsor volevano i risultati, coi risultati giravano più soldi, ed è stata assecondata una visione perversa delle competizioni, deformata. Per fortuna, però, oggi è diverso: i casi di doping, infatti, riguardano atleti avanti nell’età, atleti che hanno ancora quella mentalità. Ma se guardo alle nuove generazioni di corridori, ai nostri Moreno Moser ed Elia Viviani, vedo che sono figli – grazie a Dio – di un’altra cultura, in termini di impostazione e carriera sportiva: hanno espresso reazioni di stupore nei confronti di Armstrong, quasi di disinteresse; lo vedono come qualcosa che appartiene a un altro periodo, un’altra era.

Non è vero dunque che “i ciclisti sono tutti dopati”?
Armstrong ha detto che senza il doping era impossibile vincere. È una logica che rifiuto categoricamente, un’equazione che non accetto. Perché così diventa un alibi. Forse non ne avrebbe vinti sette, forse solo uno, chissà. Ma fino a che ci sarà anche solo un ciclista che non è dopato – e negli anni dei sette Tour di Armstrong ce n’erano, eccome; pensiamo a quello che è successo con Filippo Simeoni – non è vero che “i ciclisti sono tutti dopati”.

Crede che Armstong sia nella posizione per poter fare ulteriori rivelazioni?
Ormai i canali sono chiari. Tutte le recenti indagini antidoping hanno sollevato indizi. Le piste sono quelle e più o meno si conoscono i “clan” sospetti. Si è parlato tanto del dottor Michele Ferrari ma ce ne sono anche altri e nell’ambiente si conoscono. Solo che le indagini – pensi, per esempio, a quello che è successo già con l’operazione San Remo al Giro d’Italia del 2001 o al filone di Padova – imbastiscono sempre scenari da film dai quali poi non viene fuori mai niente.

Bisogna concluderle?
Chi è trovato colpevole deve essere punito severissimamente; mentre se non ci dovesse essere niente non è giusto sollevare polveroni per nulla. Anche il Coni (il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, ndr) ha messo il ciclismo alla berlina, senza poi però risolvere un granché. Io sono convinto che non sia nell’interesse di nessuno logorare così a lungo uno sport come il ciclismo che ha radici popolari profonde. Soprattutto in Italia e in Europa.

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