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La Catalogna vuole l’indipendenza ma, piena di debiti, chiede aiuto a Madrid

luglio 25, 2012 Chiara Sirianni

Anche se la Generalitat smentisce una «richiesta formale» al governo centrale, la regione è in crisi profonda. Artur Mas rilancia: «Fateci gestire le imposte».

Nel 2010 l’intera Catalogna scese in piazza per difendere il suo statuto di autonomia, messo a rischio dalla Corte costituzionale spagnola. A Barcellona sfilarono due milioni di persone, in testa Jose Montilla, presidente del governo regionale, assieme ai suoi predecessori e a tutti i partiti catalani. I giudici avevano espresso un giudizio di incostituzionalità su alcuni articoli dello statuto (adottato nel 2006), in particolare quello che definiva la Catalogna nazione. E quello che attribuiva alla lingua catalana (che all’epoca della dittatura di Francisco Franco era vietata) un carattere preferenziale rispetto a quella spagnola. La Catalogna si è sempre sentita una nazione, più che una regione. Derubata della sua indipendenza ai tempi di Isabella D’Aragona, l’11 settembre 1714, ogni anno ricorda l’autonomia perduta reclamando il diritto all’autogoverno. Un sentire che è proseguito nei secoli con vari sussulti indipendentisti, passando dalla pesante repressione di Franco (Lluis Companys è l’unico presidente europeo ad essere stato fucilato dalle truppe nazi-fasciste) fino ad arrivare alle forti autonomie di cui fino ad oggi ha goduto quella che era una regione del Regno di Spagna: lingua ufficiale, sistema scolastico, corpo di polizia. Solo lo scorso anno (aprile 2011) si tenne un referendum consultivo, con questa domanda:  “Volete che la Catalogna diventi uno Stato indipendente, sociale e democratico, membro dell’Unione europea?”. Il sì ottenne il 90%.

Colpisce, perciò, sia culturalmente che economicamente la richiesta di aiuti fatta al governo centrale. Soprannominata la “Lombardia spagnola”, infatti, la Catalogna è la seconda regione più ricca per Pil pro capite. Dopo Valencia e Murcia, anche i catalani si sono detti interessati all’intervento del Fondo di liquidità pensato dal governo centrale per aiutare le regioni autonome. Il debito in scadenza delle regioni è di 15,838 miliardi di euro da qui alla fine dell’anno, inclusi prestiti, linee di credito e titoli di debito. E visto l’ammontare delle cifre, la Catalogna rischia di trascinare la Spagna nel baratro. Secondo il quotidiano El Mundo, entro fine anno alla Catalogna servono liquidi per «almeno 7,2 miliardi di euro». Il fondo ne prevede, in totale, 18. Valencia ne ha già chiesti 5. A scatenare il panico è stata un’intervista alla Bbc di Andreu Mas-Colell, responsabile per l’Economia della Generalitat. Che alle telecamere ha dichiarato, laconico: «Al momento non disponiamo di altre banche se non il governo spagnolo».

Il portavoce del governo catalano non ha smentito: la richiesta non è stata ancora formalizzata, ma appare urgente con una tassazione a livelli molto alti, una disoccupazione al 20% e un settore industriale devastato dalla crisi. Oggi il presidente catalano, Artur Mas, ha fatto un appello all’opposizione per raggiungere un accordo unitario sul patto fiscale. Che «non è un capriccio, ma una necessità con la n maiuscola». Nessun riferimento esplicito alla richiesta di aiuti a Madrid. La richiesta di salvataggio, secondo Mas, «è solo un’interpretazione di alcuni». La Catalogna, ha proseguito, non si troverebbe nelle attuali difficoltà se non pagasse tante imposte allo Stato: «Con la metà del patto fiscale la Catalogna non sarebbe in deficit e non avrebbe bisogno delle misure di austerità che stiamo adottando». La sua proposta? Un nuovo sistema di finanziamento, che attribuisca alla Generalitat la gestione di tutte le imposte, così come avviene nel paesi Baschi.

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