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La Borsa crolla, Pd e Cgil scioperano. Requiem per il riformismo – RS

settembre 8, 2011 Redazione

Piazza Affari ieri ha perso il 4,8 per cento e la Bce ha avvisato l’Italia che non comprerà i titoli nostrani per sempre. Pd e Cgil scioperano proprio quando il governo cerca di mettere mano alla riforma del mercato del lavoro. I democratici erano riformisti, ora sembrano succubi di una specie di cinghia di trasmissione al contrario, che va dalla Cgil al Pd

Ieri Piazza Affari è crollata, perdendo il 4,8 per cento, lo spread tra i Btp decennali e i Bund tedeschi è salito a quota 378,5, dalla Bce fanno sapere all’Italia che il loro aiuto nel comprare i titoli nostrani «non è scontato», il presidente Napolitano fa un appello perché vengano adottate misure «più efficaci e coraggiose», il governo pensa di tornare a mettere mano alle pensioni e all’Iva, Pd e Cgil scioperano.

“Tutti sanno che la disciplina dei licenziamenti italiana è una delle strettoie più pesanti, che rendendo difficilissimo per le imprese ridurre il personale assunto a tempo indeterminato le scoraggia dal farlo anche quando ne avrebbero bisogno. Da  anni i riformisti di ogni parte indicano in questo blocco dei licenziamenti la causa del rallentamento delle assunzioni e propongono soluzioni alternative, basate sull’aumento dell’indennità di licenziamento. Ora che il governo, in una situazione eccezionale, ha deciso di agire su questa materia, lasciando peraltro alla contrattazione aziendale, e quindi alle rappresentanze sindacali di fabbrica, il compito di decidere nel merito, si fatica a sentire l’eco delle posizioni riformiste” (Foglio, p. 3).

“Nel momento in cui la Cgil, tetragona a ogni accordo, scende in piazza in nome di un obiettivo puramente protestatario, è lecito attendersi dai riformisti di sinistra, in particolare da quelli del Partito democratico, un’assunzione di responsabilità. Alcuni già nelle settimane scorse avevano contestato lo sciopero solitario contestandone la tempestività e l’efficacia. Ora il responsabile economico del Pd, Stefano Fassina, che pure in un passato non remoto fu esponente del riformismo, ritorna all’ovile e annuncia la sua adesione alla manifestazione indetta da Susanna Camusso. Altri, che non si sono pentiti tanto rapidamente, non aderiscono, il che è già importante, ma darebbero un contributo culturale più significativo se uscissero dall’equivoco bersaniano secondo cui chiunque attacca il governo, anche se su posizioni antagonistiche, va sostenuto” (Foglio, p. 3).

“Si possono proporre altre modalità, ma a patto di separarsi dal fronte del rifiuto, che non accetta mai, oggi come in passato, di discutere di nessuna riforma del mercato del lavoro. Se dalle file dei democratici non verranno voci dissonanti e chiare, sarà lecito pensare che in quel partito si può dire di tutto, ma all’atto pratico si è tutt’ora succubi di una specie di cinghia di trasmissione al contrario, che va dalla Cgil al Pd. Proprio mentre si creano le condizioni numeriche per un’alternativa, affossarla dal punto di vista dell’autonomia programmatica sarebbe davvero un errore” (Foglio, p. 3).

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