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L’11 settembre 2001 ha cambiato tutto, anche il cinema

settembre 8, 2011 Paola D'Antuono

All’indomani dell’11 settembre tutto è cambiato. Anche il cinema ha dovuto fare i conti con una tragedia che ha tracciato nuovi confini. E sullo schermo sono aumentate le paure, le ansie, le fragilità di una nazione colpita nel profondo

«Pensi di traslocare altrove?». «Col cazzo. Per quanto mi riguarda, Bin Laden può venire qui e farlo di nuovo se ne ha il coraggio». A parlare è Frank, uno dei protagonisti de La 25esima ora, di Spike Lee: ha la casa con vista su Ground Zero, dalle sue finestre scorge il vuoto e la lenta ricostruzione che scandisce le sue giornate. Siamo nel 2002, è passato meno di un anno dall’attacco alle Torri Gemelle e la 25esima ora è tra le prime pellicole americane a fare esplicito riferimento alla tragedia. L’America è ancora scossa, come una gazzella ferita da un leone che fatica a correre ma non rinuncia a farlo, potrebbe morire altrimenti. Il cinema, mezzo d’espressione da sempre votato a celebrare la potenza americana,  sta ancora metabolizzando l’evento. E’ forse ancora troppo presto per parlarne esplicitamente, il pubblico ha solo voglia di dimenticare.

 

Ma qualcosa è irrimediabilmente cambiato, inutile negarlo. Le paure sono aumentate, l’altro torna a essere qualcuno da guardare con sospetto, il governo e le forze dell’ordine non sono più così imbattibili, il paese più accogliente del mondo ora ha solo voglia di ricominciare, continuando a piangere i suoi morti ma cercando disperatamente di andare avanti. Sulle colline di Hollywood nessuno ha voglia di mostrare allo spettatore un orrore che non è possibile riprodurre sul set, un dolore che non ha ancora una consolazione. Il mondo è cambiato, la storia è stata scritta su pagine nere e il cinema subisce la sua mutazione di conseguenza. I disaster movie che tanto erano piaciuti negli anni 80 e 90 vengono accantonati: quando la realtà supera di gran lunga la fantasia questa non solo perde il suo fascino ma spaventa, perché diventa un monito per ricordarci che nulla è solo “effetto speciale”. Gli autori di spessore si concentrano su storie in cui i protagonisti vivono sul labile filo che divide il bene dal male, su ciò che l’apparenza suggerisce e la realtà sovverte, e le loro esistenze sono un buco nero nel quale si sentono intrappolati, l’altro sembra qualcosa di misterioso e terrificante e la fiducia non esiste più: film come Crash-Contatto fisico di Paul Haggis del 2004 e A History of Violence di David Cronenberg del 2005 sono un ottimo esempio.

 

Ma il sentimento che pervade maggiormente la produzione americana post attentato è la paura. L’America è spaventata e si chiude a riccio, allontanandosi dal resto del mondo per timore di una nuova, insanabile ferita. Su questa direzione si muovono pellicole come The Village, di M. Night Shyamalan (2004). In un villaggio tra i boschi un gruppo di persone vive serenamente la sua edulcorata esistenza: alcuni di loro sanno di aver mentito al resto della popolazione ma è un inganno a fin di bene, aldilà degli alberi si nasconde il nemico, la società feroce che potrebbe scuotere un difficile equilibrio. Meglio immaginare, forse, che esistano supereroi in grado di salvarci dal nemico che brama alle nostre spalle.

 

Il post 11 settembre non a caso vede tornare al cinema gli eroi con i super poteri che tanto avevano appassionato negli anni precedenti i lettori di fumetti. Spider-Man arriva in sala nel 2002, diretto da Sam Raimi, ambientato nella Grande Mela ma volutamente ripulito di tutte le immagini delle Torri Gemelle. L’uomo ragno è un ragazzino impacciato che per uno strano errore di laboratorio si trasforma nel paladino della giustizia e salva New York dalle violenze quotidiane. Torna anche l’uomo pipistrello nel 2005: Batman Begins, l’origine della saga targata Christopher Nolan, ridà nuova vita al supereroe dal nero mantello, che protegge Gotham City dal male. Il botteghino registra record su record e gli americani escono dalla sala soddisfatti e rincuorati: c’è qualcuno lì fuori pronto a darci una mano. Il cinema di evasione adempie al suo dovere come meglio non potrebbe, mentre i grandi autori americani ancora si mostrano restii a raccontare i fatti così come davvero avvennero. Ci sono stati negli anni alcuni tentativi, non perfettamente riusciti (si pensi a World Trade Center, di Oliver Stone), forse anche a causa di un’eccessiva vicinanza temporale alla tragedia. Oggi, a distanza di un decennio, l’industria cinematografica non sembra più opporsi così ardentemente alla celebrazione del ricordo e le produzioni americane e internazionali sull’argomento cominciano a farsi strada. Il cinema dieci anni dopo è pronto a mutare nuovamente?

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