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Krugman, Nobel per l’economia: l’Eurozona viaggia verso la morte

settembre 28, 2011 Rodolfo Casadei

Il Premio Nobel per l’economia 2008 Paul Krugman spiega perché l’attuale politica deflazionistica della Bce combinata con l’austerità delle manovre finanziarie richieste ai paesi membri dell’Eurozona crea le condizioni di una depressione economica permanente. Mentre Italia e Spagna potrebbero farcela, se solo si cambiasse politica

Ieri le Borse europee hanno fatto festa, rincuorate dagli impegni del G20 di venerdì scorso di fare il possibile e l’impossibile per garantire la stabilità dei mercati finanziari,Angela Merkel si è lasciata andare a dichiarazioni ottimistiche sulle possibilità della Grecia di farcela, e il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker, insieme al ministro tedesco delle FinanzeWolfgang Schäuble, hanno bacchettato niente meno che il presidente Barack Obama per aver osato impartire lezioni di politica sociale e industriale all’Europa. Ma intanto sul New York Times appariva un editoriale delPremio Nobel per l’economia 2008 Paul Krugman sotto un titolo massimamente inquietante: “Euro zone death trip”, cioè il viaggio della morte dell’Eurozona.

Krugman, economista neo-keynesiano politicamente liberal, fustigatore delle politiche economiche di G.W. Bush (messe alla gogna nel libro La deriva americanache ha venduto milioni di copie in tutto il mondo), fa un’analisi e formula una diagnosi che non si allontanano molto da quello che sul Financial Times scrive Martin Wolf da tempo e dalle considerazioni dei commentatori dei giornali anglosassoni politicamente conservatori come Alen Mattich sul Wall Street Journal e Ambrose Evans-Pritchard sul Daily Telegraph. E cioè che l’attuale politica deflazionistica della Bce combinata con l’austerità delle manovre finanziarie richieste ai paesi membri dell’Eurozona crea le condizioni di una depressione economica permanente. In particolare Krugman sostiene che Spagna e Italia sono potenzialmente in grado di riprendersi dalle loro difficoltà, ma la politica degli alti di tassi di credito della Bce e della bassa inflazione tedesca le farà sprofondare nei loro debiti.

«La risposta dell’Europa (alla crisi economica e fiscale, ndt) è stata esigere una severaausterità fiscale, soprattutto tagli alla spesa pubblica, ai paesi debitori, mettendo nel frattempo a disposizione finanziamenti temporanei in attesa del ritorno della fiducia degli investotiri privati» scrive. «Può funzionare questa strategia? Non per la Grecia, effettivamente colpevole di prodigalità fiscale durante gli anni del boom, e che ora deve più di quanto può ripagare. Probabilmente non per l’Irlanda e il Portogallo, che per ragioni differenti pure presentano pesanti debiti. Ma se ci fosse un ambiente esterno favorevole – precisamente, un’economia europea forte con moderata inflazione – la Spagna, che anche ora presenta un debito relativamente basso, e l’Italia, che ha un alto debito ma deficit sorprendentemente bassi, potrebbero forse tirarsi fuori. Sfortunatamente coloro che decidono la politica europea appaiono determinati a negare ai paesi debitori l’ambiente di cui hanno bisogno. Vediamo perché».

«La domanda privata» continua «nei paesi debitori è crollata con la fine del boom favorito dal denaro facile. Nel frattempo, anche la spesa pubblica è in via di netta flessione a causa dei programmi di austerità. Ma allora da dove dovrebbero venire lacrescita e i posti di lavoro? La risposta è: dalle esportazioni, principalmente verso gli altri paesi europei. Ma le esportazioni non possono conoscere un boom se anche i paesi creditori attuano politiche di austerità, spingendo probabilmente l’intera Europa verso la recessione. Inoltre, le nazioni debitrici hanno bisogno di ridurre i prezzi e i costi relativi ai paesi creditori come la Germania; cosa che non sarebbe troppo difficile se la Germania avesse un tasso di inflazione del 3-4 per cento: questo permetterebbe ai paesi debitori di recuperare terreno grazie a un’inflazione più bassa o pari a zero. Ma la Bce ha un orientamento deflazionista, ha fatto il terribile errore di alzare i tassi d’interesse nel 2008 proprio quando la crisi finanziaria stava guadagnando terreno, e ha mostrato di non aver imparato nulla, ripetendo lo stesso errore quest’anno. Di conseguenza, i mercati ora si attendono un’inflazione molto bassa in Germania – circa l’1 per cento nei prossimi cinque anni – che avrà un significativo effetto deflazionistico sui paesi debitori. Ciò approfondirà la loro depressione e aumenterà il peso reale del loro debito, più o meno facendo sì che tutti gli sforzi di salvataggio falliscano. E io non vedo nessun segno che le élites europee siano disposte a ripensare i loro dogmi basati sulla stretta monetaria e sull’austerità».

Secondo Krugman, l’Europa non riesce a liberarsi dell’ossessione tedesca per l’eccesso di inflazione sperimentato ai tempi della repubblica di Weimar. Fa notare però che l’ultimo cancelliere prima di Hitler, Heinrich Brüning, era un adepto dell’equilibrio di bilancio e del sistema aureo. Un antenato della Merkel, pare di capire.

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