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Kosovo 1999,Tracia 1922

aprile 14, 1999 Hemingway Ernest

Non finire il secolo come è cominciato. Quando alla fine della Grande Guerra, in seguito al conflitto turco-greco, decine di migliaia di profughi si spostarono dalla tracia orientale verso Grecia e Macedonia.
Cronaca di una tragedia del tutto simile a quella del Kosovo
raccontata nelle corrispondenze di un grande inviato dell’epoca

Adrianopoli. La popolazione cristiana della Tracia orientale ingombra le strade che portano in Macedonia. La colonna principale, che attraversa il Maritza ad Adrianopoli (l’attuale Edirne, in Turchia, ndr), è lunga trenta chilometri. Trenta chilometri di carri trainati da mucche, buoi e bufali indiani dai fianchi infangati, con uomini, donne e bambini, esausti e vacillanti, che camminano alla cieca sotto la pioggia, con delle coperte sulla testa, accanto ai loro beni terreni.

Non sanno dove vanno. Hanno lasciato le loro fattorie, i villaggi, i campi bruni e maturi non appena hanno sentito dire che stavano arrivando i Turchi. È una processione muta. Non si sente neanche borbottare. Tutto quello che fanno è andare avanti. I loro vivaci costumi contadini sono fradici e infangati. Le galline penzolano per i piedi dai carri. I vitelli si accostano fiutando le bestie da traino ogni volta che un ingorgo blocca la corrente. Un vecchio cammina piegato in due sotto il peso di un maialino da latte, di una falce e di un fucile, e alla falce è legato un pollo. Un marito stende una coperta sopra una donna che sta per partorire su uno dei carri, per tenere lontana la pioggia incessante. Costei è la sola ad emettere un suono. Nella sola Tracia orientale ci sono 250mila profughi cristiani da evacuare. Per loro la frontiera bulgara è chiusa. Soltanto la Macedonia e la Tracia occidentale sono disposte ad accogliere i frutti del ritorno del turco in Europa.

(“The Toronto Daily Star”, 20 ottobre 1922) Sofia, Bulgaria. L’esodo continua. La stessa Adrianopoli non è un posto allegro. Scendendo dal treno alle undici di sera, scoprii che la stazione era una fangosa spelonca affollata di soldati, fagotti, reti di letti, coperte, macchine da cucire, bambini e carri rotti, il tutto nel fango e nella pioggia insistente. Continuavano ad affluire truppe e non c’erano mezzi per evacuarle. La pensione di Madame Marie, disse il capostazione, era il solo luogo della città dove un uomo potesse andare a dormire. Non aveva stanze, ma io avrei potuto dormire sul pavimento a patto di avere delle coperte. Bussai (…) Dopo di me arrivò una macchina ed entrarono due operatori cinematografici con il loro autista. Avevano tre brande e mi invitarono a stendere su una di esse le mie coperte. L’autista avrebbe dormito in macchina. Sistemammo le brande e il più alto dei cineasti, che veniva chiamato Shorty, mi raccontò che avevano fatto un viaggio spaventoso, dato che arrivavano da Rodosto sul mar di Marmara. “Oggi ho fatto delle belle foto ad un villaggio in fiamme” Shorty si cavò uno stivale. “È un magnifico spettacolo un villaggio che brucia. Come buttar per aria con un calcio un formicaio”, Shorty si cavò l’altro stivale. Due minuti dopo stava già russando.

Madame Marie, una croata grossa e sciatta, ci offrì del caffé e del pane nero e acido in una stanza nuda che serviva da sala da pranzo, da salone, da ufficio e da salotto. “La nostra stanza era piena di pidocchi”, dissi allegramente, tanto per fare conversazione. Lei allargò le braccia. “È sempre meglio che dormire per strada. Eh, monsieur? Non è meglio?”. Ammisi che effettivamente era meglio e ce ne andammo. Fuori piovigginava. In fondo al vicoletto fangoso nel quale ci trovavamo, potevo vedere l’ininterrotta processione umana lentamente in marcia sulla grande strada acciottolata cha da Adrianopoli, attraverso la valle del Maritza, porta a Karaagac, per poi dividersi in varie strade che percorrono quell’ondulato paesaggio sino alla Tracia occidentale e alla Macedonia. Percorsi otto chilometri di quella strada assieme con i profughi (…) Attraversato il ponte sul Maritza voltai a destra per raggiungere, attraverso stradette secondarie, la pensione di madame Marie e preparare un cablogramma per lo “Star”.

“Non m’importa che arrivino i turchi” disse Madame Marie sedendosi a tavola con il suo corpo immenso e grattandosi il mento.

“Perché?”.

“Sono tutti uguali. Greci, turchi e bulgari. Sono tutti uguali. Li ho conosciuti tutti. Sono stati tutti padroni di Karaagac”.

“Chi sono i migliori?” domandai.

“Nessuno. Sono tutti uguali. Adesso dormono qui gli ufficiali greci, poi verranno gli ufficiali turchi. E un giorno torneranno gli ufficiali greci. Tutti mi pagano”.

“Ma quei poveracci che sono lì sulla strada” non potevo dimenticare l’orrore di quei trenta chilometri di corteo, e quel giorno avevo assistito ad episodi davvero atroci.

“Oh be’” Madama Marie alzò le spalle. “È sempre così con la gente. Toujours la même chose. I turchi hanno un proverbio. Ne hanno tanti di bei proverbi. “La colpa non è soltanto della scure, ma anche dell’albero”. È questo il loro proverbio. Mi dispiace per i pidocchi, monsieur. Ma cosa si aspettava? Questa non è Parigi”.

Si alzò grossa, sciatta e saggia come le persone che arrivano alla saggezza nei Balcani. “Addio, monsieur. Lo so che un conto di cento dracme è eccessivo. Ma il mio è il solo albergo della città. Ed è meglio che la strada, no?”.

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