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Perché il Kenya non potrà mai più essere il paese dell’«hakuna matata»

aprile 12, 2015 Anna Bono

Dopo la strage di Garissa il “paese senza problemi” non esiste più. È iniziata una guerra «lunga e terribile» contro tutto ciò che non è islamico. Parola di al Shabaab

Kenya red cross team gather for a candlelight vigil to mourn the 148 people killed in Garissa attack

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Università di Garissa, Kenya. All’alba del 2 aprile quattro combattenti al Shabaab, un gruppo jihadista somalo legato ad al Qaeda, hanno raggiunto il campus a bordo di due auto Toyota, vi hanno fatto irruzione sparando a raffica e vi si sono insediati per tutta la giornata, prendendo in ostaggio alcune centinaia di studenti. Alle 11.40 il ministro dell’Interno kenyano, Joseph Nkaissery, dichiarava alla stampa che solo 280 degli 815 studenti presenti nell’ateneo si trovavano sicuramente in salvo e che si stava tentando di capire che cosa ne fosse stato degli altri 535. Quasi alla stessa ora il portavoce di al Shabaab, Ali Mohamud Tage, dopo aver rivendicato in precedenza l’azione, diceva che i miliziani stavano separando gli studenti cristiani da quelli musulmani con l’intenzione di tenere in ostaggio i primi e lasciare andare i secondi.

«I kenyani – aveva aggiunto – saranno scioccati quando alla fine entreranno nell’università di Garissa». Le sue parole avrebbero trovato una tremenda conferma poche ore dopo. Quando, quasi al tramonto, le unità speciali, dopo aver ucciso tutti i terroristi, sono entrate nelle aree del campus in cui si erano asserragliati, hanno trovato cadaveri di studenti dappertutto: in parte sgozzati, in parte uccisi a colpi di arma da fuoco. Il bilancio è di 147 morti e 79 feriti.

Alcuni dettagli, forniti dagli studenti superstiti, hanno aiutato a capire meglio l’accaduto. I primi a morire sono stati quelli che, sentendo delle esplosioni, sono corsi verso l’uscita del campus, andando proprio nella direzione da cui provenivano i terroristi. «Li ho scambiati per poliziotti – ha raccontato una studentessa sopravvissuta –, ma improvvisamente li ho visti lanciare esplosivi nel punto in cui i membri dell’Unione degli studenti cristiani stavano pregando». Un altro studente, Collins Wetangula, stava per fare la doccia quando i terroristi sono entrati nel suo ostello. Si è salvato insieme a tre compagni chiudendosi a chiave in una stanza e poi buttandosi da una finestra. «Li ho sentiti aprire tutte le porte una dopo l’altra – ha detto poco dopo essere uscito dal campus –, gridavano “siamo al Shabaab” e poi domandavano alla gente nascosta nelle stanze se erano musulmani o cristiani. I cristiani li uccidevano sul posto. A ogni colpo di fucile ho pensato che stavo per morire anch’io. Nessuno gridava, per paura di far sapere dove si trovava».

Altri superstiti hanno in seguito confermato la caccia al cristiano: tra gli altri, Cynthia Cheroitich, 19 anni. Sentendo i primi spari Cynthia, che in quel momento stava preparando un esame, è corsa con altre studentesse nel suo dormitorio. Prima si è rifugiata sotto un letto come le altre. Poi però ha deciso di nascondersi in un armadio ed è così che si è salvata mentre le sue compagne di stanza venivano scoperte e catturate. Dal suo nascondiglio, Cynthia ha sentito che i terroristi dividevano quelle di loro che sapevano recitare dei versetti del Corano dalle altre. Non sa dire che cosa ne sia stato di queste ultime, ma si può immaginare.

Dopo l’attentato all’ambasciata americana compiuto da al Qaeda nel 1998, che fece 212 morti e circa 4 mila feriti, quello di Garissa è il più grave dei molti attacchi terroristici verificatisi in Kenya, l’ultimo di una serie dalle modalità tutte uguali: i jihadisti individuano i musulmani, li risparmiano e fanno strage dei cristiani. La prima volta è successo nel settembre del 2013 nel centro commerciale Westagate nella capitale Nairobi, dove le vittime sono state 67. Si erano salvati gli ostaggi in grado di recitare versetti del Corano e di rispondere correttamente a domande relative alla fede islamica. Nel 2014 altri quattro attentati particolarmente gravi per numero di vittime sono stati commessi procedendo allo stesso modo. Sono morti così, uccisi con un colpo a bruciapelo e qualcuno decapitato, 48 cristiani di una cittadina, Mpeketoni, attaccata lo scorso giugno; altri 29 residenti in due villaggi vicini, Darsen e Hindi, colpiti tre settimane dopo; 28 che viaggiavano su un pullman fermato dai terroristi a novembre nei pressi della città di Mandera, vicino al confine con la Somalia; 36 che lavoravano come manovali in una cava di pietra a pochi chilometri da quella stessa città.

Le origini del terrore
Autori di tutti gli attentati sono gli al Shabaab, “i giovani”, un gruppo antigovernativo fondato da integralisti islamici nel 2006 in Somalia dopo la dissoluzione delle Corti islamiche che a loro volta, per anni, avevano combattuto contro il governo somalo, riuscendo a conquistare intere regioni e la capitale Mogadiscio. Nel 2011 gli al Shabaab hanno perso diverse città e parte dei territori fino ad allora controllati, sconfitti dalle truppe africane dell’Amisom, una missione di peacekeeping creata dall’Unione Africana nel 2007. Questo non ha impedito loro di continuare e anzi di intensificare le azioni terroristiche in Somalia, nel vicino Kenya e in Tanzania, due paesi in cui il movimento fa proseliti e arruola reclute tra i giovani delle minoranze islamiche locali e, in Kenya, tra i molti somali profughi. Si è scoperto che uno degli autori della strage di Garissa è un giovane kenyano laureato in legge, figlio di un funzionario governativo; e l’organizzatore dell’attacco all’università potrebbe essere Mohamed Kuno, somalo-kenyano, maestro in una scuola coranica di Garissa fino al 2007, anno in cui ha lasciato il Kenya per unirsi ai jihadisti somali. Si ritiene che Kuno sia responsabile di altre azioni terroristiche in Kenya. Si dice anche che sia lui ad addestrare gli attentatori suicidi che spesso colpiscono Mogadiscio e altre città somale, molti dei quali sarebbero donne tra cui figurerebbero persino una delle sue mogli e una sua figlia.

I legami con il Califfato
Dal 2012 il leader di al Shabaab, Ahmed Abdi Godane, aveva consolidato i rapporti del gruppo con al Qaeda. Dopo la sua morte per opera di un drone statunitense, avvenuta l’1 settembre 2014, sembra che a guidare al Shabaab sia il leader stesso di al Qaeda, Ayman al-Zawahiri. Da alcuni mesi tuttavia corre voce di una possibile affiliazione del gruppo all’Is, il Califfato di Al Baghdadi.

Nel 2011 il Kenya ha inviato truppe nel sud della Somalia contro al Shabaab, prima come forza militare autonoma e poi nell’ambito della Amisom. Da allora i jihadisti considerano il Kenya paese nemico dell’islam, hanno giurato vendetta e hanno mantenuto la promessa mettendo a segno numerosi attentati. Oltre alle perdite umane, stanno infliggendo al paese gravi danni economici. Il turismo in Kenya è la seconda maggiore fonte di valuta straniera. A causa di al Shabaab si è avuto un notevole calo di turisti in seguito agli attentati messi a segno nella capitale e nella città portuale di Mombasa, a pochi chilometri dalle bianche spiagge coralline che, insieme ai parchi naturali, costituiscono la principale attrazione turistica del paese. Come se non bastasse, gli al Shabaab sono uno dei gruppi terroristici che si finanziano con il bracconaggio che, decimando la fauna selvatica, contribuisce a ridurre le presenze turistiche. Fino al 40 per cento dei fondi del gruppo derivano dal traffico di zanne di elefante. Perciò lo slogan della Maisha Consulting, un’organizzazione kenyana in lotta contro il bracconaggio, è: “jihad africano: incomincia con il massacro di animali innocenti e finisce nel massacro di persone innocenti”.

Dopo Garissa, i terroristi minacciano altri attentati. In un comunicato inviato il 4 aprile all’agenzia di stampa Reuters hanno detto che le città del Kenya diventeranno «rosse di sangue»: «Non ci sono precauzioni o misure di sicurezza che valgano a garantire la vostra sicurezza, a sventare altri attacchi o a impedire altri bagni di sangue. Sarà una lunga, terribile guerra di cui i cittadini kenyani saranno i primi a farne le spese». Ma ormai, scegliendo così di frequente le vittime tra i cristiani, gli al Shabaab vanno oltre alla vendetta contro un paese nemico. Come i loro compagni in Nigeria, Libia, Egitto e Tunisia, il jihad, la guerra santa a oltranza a cui dedicano la vita, li impegna a uccidere gli infedeli e a tentare di costituire un califfato anche in territorio kenyano, cacciandone i cristiani o assoggettandoli allo status di dimmi. Mentre l’attacco al campus universitario era in corso, il portavoce dei terroristi, in un messaggio alla Bbc, ha spiegato che al Shabaab considera l’università di Garissa una istituzione non islamica in territorio musulmano e per questo ha deciso di attaccarla. Il governo del Kenya ha proclamato tre giorni di lutto per le vittime della strage. Intanto, con l’annuncio di raid aerei sulle basi di al Shabaab nel sud della Somalia, cerca di far dimenticare il ritardo – ben sette ore dall’inizio dell’attacco – con cui le unità speciali sono arrivate a Garissa il 2 aprile. Le autorità militari hanno assicurato di aver distrutto due basi dei jiahdisti nella regione di Gedo. Tuttavia, alcuni testimoni hanno dichiarato alla Bbc somala che in realtà l’attacco aereo ha ferito tre civili, ucciso del bestiame e distrutto dei pozzi in una zona in cui non vi è traccia di al Shabaab.

Le principali organizzazioni islamiche kenyane, come già in altre occasioni, hanno condannato l’attentato. Tra gli altri, il segretario del Consiglio degli imam e dei predicatori del Kenya ha deprecato «gli atti barbarici» compiuti e l’irresponsabile comportamento di certi kenyani che tramite i social «diffondo immagini disgustose e messaggi che istigano all’odio». Mettere pace e placare la popolazione può essere arduo. Nel nord-est l’appartenenza religiosa si associa a quella tribale: c’è tensione da sempre tra le etnie contadine cristiane e quelle di fede islamica dedite alla pastorizia, a causa anche delle sistematiche razzie di mandrie e raccolti. Nel resto del paese, soprattutto nei maggiori centri urbani, la situazione è ancora più critica. Le popolazioni islamiche arabo-swahili della costa si ritengono discriminate e umiliate dalle potenti tribù dell’interno che dominano la scena politica. La popolazione musulmana di origine asiatica, per quanto ormai alla terza e quarta generazione autoctona, continua a essere considerata estranea al paese, accusata di arricchirsi a spese del resto della popolazione per il fatto di essere ben rappresentata nelle libere professioni e nel settore del commercio. Non hanno migliorato la situazione la brutalità e l’arbitrarietà con cui la polizia ha agito finora nella lotta al terrorismo, meritando il risentimento delle comunità islamiche della capitale e della costa.

«Un nemico spietato»
Sostegno al paese è stato promesso da Stati Uniti e Unione Europea. Ma sono mancate del tutto a livello internazionale espressioni collettive di sdegno e solidarietà come quelle organizzate, ad esempio, a gennaio, dopo l’attacco terroristico alla redazione della rivista Charlie Hebdo, che hanno visto l’adesione di migliaia di persone e la partecipazione di decine di capi di Stato e di governo, alcuni dei quali africani. Soprattutto, meraviglia la quasi totale assenza di reazioni da parte del mondo accademico, eppure ferito a morte. Ci si aspettavano milioni di candele accese negli atenei, veglie organizzate da docenti e studenti in ogni campus universitario. Nulla di tutto ciò è stato fatto. Nella classifica dei 50 paesi in cui i cristiani sono più perseguitati, pubblicata ogni anno dall’organizzazione internazionale Open Doors, il Kenya quest’anno compare al 19esimo posto tra gli stati in cui la persecuzione è definita “grave”, mentre in quella precedente era al 40esimo. Qualcosa deve cambiare, si legge in un editoriale del principale quotidiano kenyano, The Nation: «Il Kenya non è più il paese “senza problemi” – “hakuna matata”, come si insegna a dire ai turisti –. Qui è in corso una guerra contro un nemico spietato».

Foto Ansa

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5 Commenti

  1. Sebastiano scrive:

    Intanto, per soprammercato, il pittibimbo e tutto il codazzo dei difensori dei diritti a corrente alternata non ritengono opportuno spendere una sola parola sulla questione del genocidio armeno. Non sia mai che un paese islamico moderato come la Turchia si offenda…
    Buffoni.

  2. AlBunduqy scrive:

    Se non curi un cancro esso prima o poi va in metastasi. inutile fingere: la Somalia è stata abbandonata in uno stato miserevole con gran parte del paese sotto il controllo di queste “shebaab” come prima del “corti islamiche”. Una guerra si combatte fino in fondo, fino alla resa senza condizioni del nemico o al suo annientamento!

  3. AlBunduqy scrive:

    Ed è giusto sottolineare come fa l’articolo la mancanza di solidarietà a differenza del charlie hebdo. Come vedete gran parte di quello che sembra “spontaneo” le veglie, i tweet, i flash mob non lo è affatto, è pilotato dai media, dalle lobby dalla massoneria. In questo caso non hanno “mobilitato” l’apparato di propaganda mediatica che inizia queste “proteste spontanee” e suggerisce agli occidentali quando dove e come indignarsi.
    Perché in questo caso si tratta di neri e pure cristiani non di bianchi atei progressisti!

    • Cisco scrive:

      @al Bunduqi

      Sono d’accordo: basta osservare la realtà per capire come i massmedia cerchino di dominare all’unisono il comportamento umano. Quando poi le vittime sono giornalisti, e’ d’obbligo la lacrimuccia di coccodrillo e lo sdegno istituzionale. Ma alla fine falliranno perché, anche se sotto attacco, l’uomo resta ultimamente libero. Perfino i pennivendoli.

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