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Karan, Trabelsi e gli altri. Chi sono i calciatori che hanno abbracciato il jihad

dicembre 3, 2013 Redazione

Aumentano i casi di calciatori o ex calciatori che hanno abbandonato il campo di calcio per trasferirsi sui fronti della guerra santa. Si potrebbe quasi fare una formazione

Se Yann Nsaku non si fosse infortunato nel 2009 sarebbe passato dal Cannes al Portsmouth, invece due anni fa ha abbandonato il calcio ed è stato arrestato col sospetto di far parte di una cellula di islamisti che preparava attentati contro comunità ebraiche. In carcere c’è pure Nizar Trabelsi, fermato nel 2001 dopo l’attentato alle Torri Gemelle: era uno dei collegamenti tra Bin Laden e l’Europa, alle spalle un abbozzo di carriera da calciatore al Fortuna Dusseldorf. Kassim Dahher, invece, aveva lasciato i libanesi del Tadamon Sour per imbracciare il fucile con Hezbollah, salvo poi tornare indietro. E poi c’è Burak Karan, il tedesco che nell’Under 17 della Germania aveva giocato con Boateng e Khedira, ma poi ha scelto l’islam radicale e solo qualche settimana fa è morto in Siria, dove era finito a combattere coi ribelli contro Assad.

IN TRE PURE AI MONDIALI. Calcio e jihad, due sfere che più di una volta sono entrate in contatto. Le storie nate da questo connubio sono raccolte oggi da Luigi Guelpa su Il Giornale, che è in grado di schierare un vero e proprio 11 di giocatori noti per i loro legami con terroristi e gruppi armati islamici. Un fenomeno di cui ci sono esempi anche precedenti l’esplosione di Al Qaeda e l’11 settembre. Tornando indietro di trent’anni infatti c’è Fatah Nussayef, portiere dell’Iraq al Mondiale del 1986 e morto nel ’91 durante la Prima guerra del Golfo; due Mondiali dopo, Usa ’94, nell’Arabia Saudita giocava Talal Jabreen, che ha visto anche le prigioni di Guantanamo. E tra i 200 africani più forti del secolo si trova Boba Lobilo, protagonista della Coppa del Mondo dello Zaire del ’74: oggi è a capo di un gruppo di guerriglieri del “Movimento 23 marzo”, in Congo.

«LO SPORT FAVORISCE IL CAMERATISMO». «Ci deve essere qualcosa di complesso nel loro Dna, tipo una bomba a orologeria», è la spiegazione che prova a fornire al Giornale Uli Stielike, ex libero della Nazionale tedesca tra anni Settanta e Ottanta e ora allenatore dell’Al-Arabi, in Qatar: «Esplode prima quella mentale rispetto all’altra che ucciderà per davvero le persone». È strana per lui questa vicinanza tra calcio e guerra santa, ma facilmente spiegabile: «Lo sport favorisce il cameratismo, rafforza la militanza tra coloro che hanno già vissuto un percorso con altre persone per raggiungere il medesimo obbiettivo. Per questo Al Qaeda va a pescare nello sport. Sa di trovare gente mentalmente addestrata». Non stupisce quindi che in Somalia e in altre zone dell’Africa movimenti come Al Shaabab arruolino militanti fuori dalle scuole calcio. Questo sebbene non piaccia ai fondamentalisti islamici la piega milionaria che il calcio sta prendendo sempre di più, di cui i Mondiali in Qatar del 2022 si prospettano essere l’esempio più lampante: «Il calcio si inserisce nel concetto di comunicare col mondo. È un’apertura pericolosa per gli integralisti. Meglio quindi pubblicizzare le immagini di calciatori martiri della guerra santa».

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