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Jobs Act, un compromesso riformista?

dicembre 28, 2014 Silvia Davite

E’ un compromesso parlamentare non popolare che prova a tenere insieme il parere di tutti. Ma è nell’analisi della realtà e nell’effettiva risposta ad essa che iniziano i problemi.

Approvato in Parlamento, leggiamo  i primi decreti attuativi. Una riforma cavallo di battaglia del Premier inizia dunque a prendere forma ed è quindi possibile proporre una lettura della stessa più consapevole. Andiamo con ordine.

Conosco gli ispiratori del testo e si tratta di parlamentari e tecnici di cui ho stima ed in particolare di cui ho sempre apprezzato il coraggio delle idee e il tentativo di guardare in faccia la realtà, tuttavia nel corso degli anni il punto di arrivo a cui essi sono giunti, non mi ha del tutto convinta. Nemmeno in questo caso.

Personalmente definirei il Jobs Act un compromesso parlamentare non popolare. Nel senso che è un tentativo che qualifica positivamente il nostro Parlamento, laddove prova a tenere insieme il parere di tutti, sforzo apprezzabile, per quella che è la mia cultura politica. Un buon lavoro del Ministro Poletti non c’è dubbio.

E’ nell’analisi della realtà e nell’effettiva risposta ad essa che iniziano i problemi.

Il dibattito sul termine riforme lo abbiamo vissuto per anni, piegato all’interesse dell’uno o dell’altro personaggio politico: sarà bene chiarire che le riforme sono vere solo se migliorano le condizioni di vita delle persone. Facciamo un esempio concreto.

Il pacchetto Treu, un compromesso approvato da un’ampia coalizione, rispondeva ad una emergenza che era quella dell’anomalo dato sulla disoccupazione al sud: a fronte sicuramente di un’occupazione in nero che non rientrava in alcuna statistica, vi era tuttavia un picco elevato nella tendenza storica. Con quel provvedimento tamponammo un fenomeno evidente in una fase specifica.

Quello stesso provvedimento scontò poi nel corso degli anni, da un lato, le difficoltà del sindacato italiano a rappresentare i diritti del lavoro in una fase di flessibilità, dall’altro l’ingresso di mano d’opera a basso e bassissimo costo causato da un processo d’integrazione europea doveroso, ma avvenuto senza il giusto accompagnamento politico e sociale, da flussi migratori e da un’economia nel suo complesso orientata più alla finanza e all’allora new economy, che alla dialettica dentro al mercato globale. Il pacchetto Treu ci offre una lezione preziosa: le riforme sono tali se migliorano le condizioni di vita e finchè la realtà non cambia.

Hanno ragione i Popolari a sostenere questo punto e hanno ragione anche quando ci invitano a riflettere sulla storia dei vincitori e su quella di chi ha perso. Entrambe, come scrive Napoleone Colajanni nell’ultimo libro che ci ha lasciato, ad un certo punto si incrociano e tutti siamo chiamati a fare i conti e a scegliere quale direzione prendere: del resto siamo tutti una sola moltitudine.

Torniamo al Jobs Act: il contratto a tutele crescenti? È un’ottima idea, non per l’Italia.

Per i Paesi dell’Est Europa sì. Nel corso del tempo là dobbiamo innalzare il livello dei diritti del lavoro. Fossi nella Confederazione dei Sindacati Europei prenderei la proposta di Ichino e la proporrei alla Commissione Ue, al Comitato delle Regioni e al Parlamento europeo per affiancarla nelle indicazioni ai paesi dell’est Europa che ricevono i fondi comunitari, cioè di tutti noi.

In Italia occorre, invece, riunificare un mondo del lavoro frammentato sanando in positivo la disparità di trattamento tra lavoratori: ha ragione il Presidente Napolitano quando richiama all’unità sindacale, altra grande incompiuta del ventennio.

Quando conobbi Ichino, 18 anni fa, giustamente poneva in alternativa la scelta tra un modello fondato su flessibilità in cambio di retribuzioni più alte o posto fisso in cambio retribuzioni di fatto ferme. Ebbene da allora e nel corso di questi anni abbiamo avuto, salvo alcune eccezioni che ci sono sempre e che confermano la regola, precarietà e retribuzioni di fatto ferme, se non drasticamente ridotte.

Un conto è assumere il punto di vista che giustamente medie e grandi imprese offrono sul sistema: in Italia c’è una cultura che drammatizza la perdita del posto di lavoro, anche perché non ci sono strumenti di welfare adeguati; altro conto è abbassare i diritti. Per tornare all’esempio del pacchetto Treu: c’era e c’è disparità di trattamento tra lavoratori interinali e lavoratori a tempo determinato nei percorsi di stabilizzazione del lavoro.

Fossi nella Ces farei ricorso alla Corte Europea perché la disparità di trattamento nei diritti fondamentali del cittadino, del lavoratore e del consumatore va superata una volta per tutte.

Con lo stesso obiettivo modificherei il Jobs Act in Italia perché sia davvero espressione della migliore tradizione riformista italiana, che storicamente con umiltà tiene insieme culture diverse, affonda le sue radici nel popolo, trasforma il consenso in leggi buone per l’intero Paese e offre un modello all’Europa. La famosa terza via.

Anche qui: un conto sono i diritti fondamentali che ci uniscono, altro le differenze frutto di contrattazione tra le parti  nei diversi contesti, l’omologazione storicamente non ha funzionato.

L’estensione dell’Aspi ai collaboratori: perfetto, ammesso che ci siano le coperture.

Da questo punto di vista ha ragione il sottosegretario Enrico Zanetti: di fronte a situazioni d’ emergenza una comunità è tale quando viene salvaguardato il principio di progressività, chi più ha più paga. In questo caso per alimentare un welfare orientato alla crescita di occupazione.

E delle piccole imprese? Il ritardo nei pagamenti è un problema che non vale solo per le imprese che lavorano con la PA, non vale nemmeno solo per le piccole imprese, ma pure per la partita iva e il lavoratore qualsiasi contratto abbia. Per esempio possiamo decidere che l’IVA si paga effettivamente all’incasso? Che prima vengono le retribuzioni di tutti e poi lo Stato? Perché possiamo elaborare tutte le partite di giro che vogliamo ma il pubblico, fondamentale, non riuscirà mai a fare tutto da solo. Bisogna che ci mettiamo d’accordo su questo.

In sintesi per una proposta popolare, ribalterei l’impostazione del Jobs Act assumendo la filosofia degli emendamenti Popolari depositati in prima lettura della Commissione Lavoro al Senato: elaborerei, come sostenni già nel 2010 con Michela Salvati, lo statuto dei lavori per rafforzare i principi fondamentali del cittadino, lavoratore e consumatore, favorirei la cooperazione tra organizzazioni sociali, pubblico e privato, fondi inter professionali per massimizzare tutti i provvedimenti legati alla formazione e salvaguarderei i diritti individuali, la dialettica tra le parti sociali e la loro autonomia collettiva sempre nell’ottica di ricercare insieme modelli adeguati, non contrapposizioni sterili, inutili per tutti.

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3 Commenti

  1. beppe says:

    poletti STILL STANDING. complimenti. si fosse trattato di un ministro di centrodestra sarebbe già stato silurato. e di alfano non ne parliamo mai . cosa deve combinare ancora per essere fatto fuori? una vergogna nazionale. l’aborto di berlusconi.

  2. recarlos79 says:

    forse la possibilità di fare delle vere riforme renzi l’avrà dopo le prossime elezioni, se gli riesce di ridurre all’angolo (cioè fuori dal partito o dal parlamento) la fronda bersaniana e camussiana. deve riuscire a decidere i nomi dei prossimi parlamentari del pd.

    • beppe says:

      ovviamente quando renzi vincerà le prossime elezioni – sostenuto a spada tratta da famiglia cristiana e dal foglio – nessuno si azzarderà a mettergli i bastoni fra le ruote, nessuno griderà che si sta facendo strame della costituzione, nessuno ficcherà il naso in camera sua …. e vivremo tutti poveri e contenti.

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