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Jason Taylor, la stella dei Miami Dolphins che giocava anche a costo di «mordere un asciugamano»

gennaio 16, 2013 Matteo Rigamonti

Il calvario sportivo e umano di un grande giocatore di football americano, disposto a tutto pur di scendere in campo

Mentre tutto il mondo attende le parole con cui Lance Armstrong racconterà in televisione, ad Oprah Winfrey sulla Abc, la sua versione dei fatti in merito allo scandalo doping che lo vede coinvolto in prima persona e che gli è costato i sette Tour de France vinti tra il 1999 e il 2005, c’è un altro “caso” che ha destato apprensione tra gli amanti dello sport a stelle e strisce e che riguarda una disciplina ancora più amata oltreoceano che non il ciclismo. È il football americano, la Nfl, acronimo di National Football League, di cui, tra pochi giorni, si giocano le fasi finali, i playoff e l’attesissimo Super Bowl.
È la storia di Jason Taylor, linebacker per oltre dieci anni della squadra di Miami, i Dolphins, e che da ormai due stagioni si è ritirato. Intervistato da Dan Le Batard per il The Miami Herald, Taylor ha fatto “coming out”, raccontando le atroci sofferenze, causate dall’abuso di antidolorifici e punture, cui l’atleta si è sistematicamente sottoposto, contro il parere dei medici, lungo tutta la sua carriera sportiva, con il solo scopo di lenire il dolore causato da una infiammazione cronica al tallone d’Achille; una patologia che, altrimenti, gli avrebbe impedito di giocare, ma la cui “cura” estrema decisa da Taylor, ha portato nella sua vita, dentro e fuori dal campo, nuove sofferenze fisiche e la dipendenza dagli antidolorifici e i sonniferi, una “cura” che, per un soffio, non gli è costata persino l’amputazione di una gamba.

«BE A PLAYER, NOT A PATIENT». «Sii un giocatore, non un paziente», così recitava la citazione dell’idolo di Jason Taylor, il leggendario Dan Marino, anch’egli giocatore dei Miami Dolphins, inserito nel 2005 nella Hall of Fame della Nfl. E questa è stata la luce che Taylor, miglior Defensive player nel 2006, ha inseguito nel buio di una stanza privata all’interno dello stadio dei Dolphins dove, prima di ogni partita, si faceva fare delle infiltrazioni in entrambi i piedi, per evitare di sentire il dolore provocato dai tessuti e i legamenti lesionati nelle piante delle sue estremità. “Tallone del poliziotto” chiamavano una volta questa patologia che impedirebbe a chiunque di giocare a Football a quei livelli. Ma Taylor non ha voluto sentire ragioni: «Se lo rifarei? Certo». Ma funzionava? «Non giocavo bene, ma giocavo meglio del mio sostituto». Anche se, durante le sedute di infiltrazioni, il giocatore era costretto a «mordere un asciugamano» per non urlare dal dolore, che era «straziante».

EPIDURALI E CATETERE. Ma non è tutto. Taylor, che per risparmiare energie per giocare, a volte, nemmeno si allenava, prima della partita, ha provato a farsi fare anche iniezioni di Toradol, una medicina utilizzata per lenire il dolore post operazione. L’unica volta che ha temuto per la sua incolumità è stato quando, durante la sua migliore stagione, dopo una partita, per sopportare i dolori di un’ernia al disco, si è fatto fare una puntura epidurale, una di quelle che si fanno alle donne per partorire con meno dolore. Quella volta, uscendo dalla stanza, è crollato a terra, tanto che sua moglie ha dovuto soccorrerlo e sollevarlo, per aiutarlo a tornare dal dottore a fare una seconda puntura. A un certo punto, un’infezione, ha anche reso indispensabile l’uso di un catetere per ripulire il sangue con gli antibiotici. Taylor ha accettato anche questo e l’ha impiantato: andava dal cuore, fino sotto all’ascella, doveva farlo funzionare per mezz’ora al giorno per drenare il sangue, poi lo copriva con un bendaggio, per non svelarlo, in campo, agli avversari. Perché «agli avversari non devi rivelare le tue debolezze, potrebbero ricordarselo nei placcaggi».

EPILOGO. Ma se è vero che in campo Taylor era «come un guerriero» e non sentiva dolore, fuori, era tutta un’altra storia. I dolori riprendevano ancora più acuti, tanto da non farlo dormire e da non riuscire nemmeno a mettere a letto i suoi tre bambini: «Avrei dovuto piegarmi per farlo, ma non riuscivo a sopportare il loro peso; potevo solo abbassarmi un po’ e lanciarli e loro rimbalzavano sul letto». Una notte che Taylor non riusciva a prendere sonno per i dolori a un polpaccio, dopo aver realizzato che solo stando in piedi non sentiva nulla, si è messo a camminare a lungo in casa, fino a che si è appoggiato alla scala e si è addormentato in piedi. Ma il sollievo è durato poco, il dolore è ripreso più forte di prima. Taylor ha chiamato il suo medico che l’ha costretto a recarsi d’urgenza in ospedale. Lui non voleva, ha preferito prima chiamare il suo agente, che l’ha convinto. In ospedale l’hanno operato d’urgenza: aveva venti centimetri di nervi danneggiati, perché il sangue era stato pompato dal muscolo nelle cavità della gamba e non verso il cuore. Ancora due ore e probabilmente avrebbero dovuto amputargli la gamba.

«SIAMO GIOCATORI E GIOCHIAMO». Taylor non è il primo atleta della Nfl ad attraversare simili esperienze, c’era già passato Keith McCants, e forse non sarà nemmeno l’ultimo. Aperta, tra gli amanti del Football americano, poi, è ancora la ferita per la prematura scomparsa, nel maggio 2012, di Junior Seau. «Cose che capitano – ha spiegato all’intervistatore Taylor parlando della sua storia – siamo giocatori e giochiamo. È questo che siamo. Pensiamo sempre di potercela fare». E poi ha aggiunto: «Quella notte ero preoccupato soltanto perché avrei dovuto stare fuori dal campo per tre settimane». A tanto è arrivato Jason Taylor, stella dei Miami Dolphins, pur di giocare la sua partita. Questi sono gli estremi cui un atleta può giungere per volontà di competere, per raggiungere gli obiettivi che una folle lucidità, un giorno, si è prefissati. E non è solo questione di vincere.

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