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Jannone: «Perché a Brindisi si è privilegiata l’ipotesi di un attentato solitario»

maggio 21, 2012 Chiara Rizzo

Attentato di Brindisi. Ex ufficiale del Ros e criminologo spiega perché alcune ipotesi investigative, come quella del gesto isolato, siano più attendibili di altre.

Le notizie in tempo reale, sull’autore (o gli autori) della strage di Brindisi si inseguono, affastellandosi l’una sull’altra. Tempi.it con questo articolo non vuole proporre ulteriori retroscena o letture alternative, ma fornire degli elementi che aiutino a capire perché alcune ipotesi investigative sono state ritenute più attendibili di altre, da un punto di vista della storia criminale e del luogo dei fatti, Brindisi e la Puglia: perciò ha chiesto una lettura dei fatti ad Angelo Jannone, ex tenente colonnello del Ros, impegnato in prima linea in indagini sulla criminalità organizzata negli anni Novanta, culminate anche in dettagliati rapporti che hanno ricostruito le strutture mafiose in Sicilia e Calabria. Oggi Jannone è docente di Criminologia all’Università La Sapienza. E conosce molto bene la Puglia, sua terra d’origine.

Qual è stato il suo primo pensiero alla notizia dell’attentato a Brindisi? Perché l’ipotesi della criminalità organizzata è stata inizialmente ventilata e poi accantonata?
Il primissimo pensiero che ho avuto non è stato da investigatore, ma da uomo: mi sono dispiaciuto per i giovani adolescenti vittime di un attentato. Premetto che le indagini le fanno gli investigatori sul campo, e lanciare ipotesi in assenza di elementi oggettivi ed esaurienti, sarebbe molto azzardato, sia se lo facessero gli investigatori, figurarsi da chi è estraneo alle indagini. Mi limito a fare una piccola analisi storica delle piste investigative. Un tipo di criminalità organizzata come la Sacra corona unita (Scu, ndr) non è di “pregio”, come mafia, camorra e ‘ndrangheta, ed è stata solo un’esperienza storica di breve durata, finita con l’arresto di Rogoli, il capo fondatore. Ciò che non molti sanno è  che, storicamente, anche nell’ambito della Scu, c’erano alcuni personaggi affiliati a Cosa Nostra, già all’epoca dello storico e primo processo ai Corleonesi. Tuttavia non ho ritenuto attendibile l’ipotesi della criminalità organizzata, perché, a parte i corleonesi che nessuno scrupolo si sono fatti nel coinvolgere minori, le altre organizzazioni mafiose hanno sempre avuto nel loro “codice d’onore” quello di non colpire obiettivi estranei, donne e minori.

E per quanto riguarda le altre piste?
Quasi di riflesso, invece, ho ripercorso con la mente tutti i “bombaroli” d’Italia, pensando all’ipotesi di un gesto solitario: cioè di qualcuno che cercasse per ragioni maniacali un gesto eclatante che lo portasse sui giornali. Lo stesso profilo, per dire, dell’Unabomber italiano, che ha seminato il panico nel Nord Est tra il 1994 ed il 2006 e che, a sua volta, ha voluto imitare le gesta dell’omonimo americano, arrestato nel 1996 in Montana. Mi sembrava plausibile anche l’ipotesi di un gesto della destra eversiva: in una situazione di caos politico ed economico che ricorda quella degli anni 70, essa potrebbe “riaccendersi” mirando con attentati alla destabilizzare del paese. Credo si possa escludere, invece, la pista anarco-insurrezionalista, seppur molto attuale, perché tali gruppi colpiscono obiettivi simbolici per lo Stato e per l’imperialismo capitalista. Insieme alle nuove Brigate rosse il loro obiettivo è cercare il consenso e, in questo caso, l’effetto suscitato sarebbe certamente opposto.

Nell’immediatezza della strage, si è subito parlato di criminalità organizzata. Ieri sera sono stati pubblicati i fermo immagine con il volto del presunto colpevole. In queste ore si legge che il sospettato mancherebbe da casa da due giorni. Tre fatti diversi, ma collegati da uno stesso interrogativo: secondo lei come si stanno gestendo le indagini? La fuga di notizie sta agevolando il colpevole?
A mio avviso, le notizie investigative alla stampa andrebbero date con maggiore cautela, e solo quando c’è assoluta certezza. Non durante le indagini: perciò ho apprezzato molto il procuratore di Lecce Cataldo Motta che si è rifiutato di dare informazioni alla stampa. A mio parere la fuga di notizie può aver anche causato l’allontanamento del colpevole. Mostrare il fotogramma con il volto del principale sospettato, sbatterlo sui giornali, spinge l’indagato a fuggire. Secondo me è stato gravissimo: soprattutto perché non frutto di una strategia investigativa, ma della sciatteria di qualcuno che si è fatto sfuggire l’immagine.

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1 Commenti

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