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Italia. «Le conseguenze della denatalità sono più forti oggi rispetto alla Prima guerra mondiale»

giugno 16, 2015 Redazione

Desolante il nuovo rapporto Istat sul bilancio demografico del 2014: 503 mila nascite (12 mila in meno rispetto al 2013) e 598 mila decessi. Neanche gli immigrati bastano più

italia-demografia-culla-vuota-shutterstock

In oltre 150 anni di unità nazionale non c’era mai stato un bilancio demografico così negativo. Nel 2014 l’Italia ha registrato un nuovo “record” di denatalità: secondo l’Istat l’anno scorso ci sono stati 503 mila nascite (12 mila in meno rispetto al 2013) e 598 mila decessi. Solo nel 1917-1918 il bilancio era stato ancora peggiore, con la differenza che in quel biennio si è combattuta la Prima guerra mondiale.

IMMIGRAZIONE NON BASTA. Anche l’anno scorso, è stato importante il contributo della popolazione straniera, che rappresenta il 7,7 per cento circa della popolazione italiana ma a cui si deve la nascita di 75 mila bambini, ben il 15 per cento del totale. Anche l’immigrazione, però, non è più sufficiente a salvare l’Italia dal crollo demografico: nel 2013 erano 78 mila i nati da coppie straniere, 80 mila nel 2012. Anche i figli degli immigrati, dunque, sono in costante calo in linea con il trend nazionale. «Gli stranieri sono diventati come noi», spiega ad Avvenire Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano. «Se possibile, oggi, per loro trovare un impiego e comprare casa è ancora più difficile rispetto a una coppia italiana».

PEGGIO DEL 1915-18. Il declino, dunque, continua senza sosta. È dal 1977 che in Italia il numero medio di figli per donna è inferiore ai 2, soglia minima per mantenere il livello della popolazione. L’età media è salita a 44,4 anni e gli over 65 (21,7%) battono nettamente gli under 15 (13,8%). Ma il problema più grave, al di là dei numeri, è un altro: «Le conseguenze della denatalità sono più forti oggi rispetto al 1915-18», continua Rosina. «Dopo le grandi epidemie e i conflitti mondiali, infatti, si registrava almeno una reazione popolare forte, in termini di ricostruzione e di speranza verso il futuro. Gli ultimi dati Istat invece confermano che è in atto un ridimensionamento continuo e strutturale e che quella capacità di reazione, purtroppo, non c’è più».

NIENTE FIGLI, NIENTE CRESCITA. Anche se il «numero desiderato di figli» non è mai sceso sotto le due unità, «la crisi economica ha interrotto tutto». Si parte ancora «con attese elevate» al momento di formare una famiglia, «poi il confronto con le difficoltà legate al percorso della vita adulta blocca tutto». E purtroppo, «senza più figli, si pregiudica per il paese anche la possibilità di avere una crescita sostenibile».

«SITUAZIONE DRAMMATICA». La soluzione? Sempre la stessa, che viene ripetuta da anni: servono «politiche» a favore della famiglia «che aiutino i nostri giovani a realizzare i loro obiettivi di vita». Il premier Matteo Renzi dovrebbe pensarci bene, perché «la situazione è drammatica ed è sotto gli occhi di tutti».

Foto culla vuota da Shutterstock


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5 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI scrive:

    Era quello che la cultura della morte (sarebbe meglio dire i sostenitori della cultura della morte) con i suoi falsi valori aveva sempre desiderato:liberi, liberi, liberi, liberi da tutto e da tutti, così liberi e tremendamente…soli, ed infelici: Scoppieranno di tristezza!

  2. EquesFidus scrive:

    Cosa possiamo aspettarci, quando milioni di nuovi italiani sono stati letteralmente soppressi prima ancora di nascere dal 1978 ad oggi? Tutta gente che oggi avrebbe meno di quarant’anni, peraltro. La verità è che le politiche di sostegno della famiglia (che in Italia non esistono, tra l’altro) non bastano a spiegare quanto avvenuto, bensì bisogna ricercare le origini nella crisi umana e morale che affligge l’Occidente: tra aborto e contraccezione liberi, uniti alla promozione dell’omosessualismo, gli italiani sono “in via d’estinzione”, e non da adesso ma dagli anni ’70. Per dire, non è che in Svezia (dove le politiche a sostegno della famiglia sono molto più incisive che da noi) facciano molti più figli, quindi la motivazione non è tanto questa ma è più a monte; che gli aiuti alle famiglie (specie a quelle numerose) e smettere di considerare i figli dei “beni di lusso” (dei “beni”, tanto per cominciare), che interessano solo i singoli nuclei familiari e non tutta la comunità siano necessari per fare dei progressi in tal senso è chiaro, ma finché rimarranno accessibili e, anzi, saranno promossi aborti e contraccezione libera non ci sarà mai una ripresa.

  3. xyzwk scrive:

    Generalmente i cambiamenti demografici vengono presentati come l’inizio della fine: che la popolazione sia in aumento, o in diminuzione, che invecchi o diventi più giovane, se ne parla sempre presentando scenari apocalittici e da fine del mondo. Michael Teitelbaum e Jay Winter, con un articolo sul New York Times, hanno spiegato che dovremmo avere un atteggiamento più cauto rispetto a queste cose e che i cambiamenti demografici raramente sono una tragedia. I timori legati alle variazioni demografiche sono piuttosto diffusi e non sono nuovi: quando la popolazione aumenta si comincia a parlare della scarsità delle risorse e di come questa produrrà scenari apocalittici; quando la popolazione diminuisce, come in questo caso, si teme che le economie dei paesi interessati non siano più sostenibili e che gli effetti siano altrettanto apocalittici. La decrescita della popolazione, storicamente, è stata vista come un problema sia per l’economia – come abbiamo detto, crea uno scompenso tra il numero di pensionati, in aumento, e quello dei lavoratori, in diminuzione – che per la difesa: si è sempre pensato che servano eserciti ampi e numerosi per garantire la sicurezza nazionale. Oggi, tuttavia, le cose sono cambiate: in verità la diminuzione della crescita della popolazione crea enormi possibilità per l’umanità. In un’era di cambiamenti climatici irreversibili e continue minacce di crisi nucleari, l’equazione tra popolazione e potere semplicemente non è più vera, contrariamente a quello che molti leader, nella storia, hanno creduto. La bassa fecondità è interamente una funzione dell’aumento della ricchezza e del secolarismo, ed è quasi universale. In primo luogo, argomentano Teitelbaum e Winter, la diminuzione del tasso di fecondità non significa un’immediata diminuzione della popolazione: salvo in presenza di significativi fattori esterni, come nel caso della Russia post Sovietica dove il crollo delle nascite fu accompagnato da un aumento della mortalità dovuto ad abuso di alcolici, ci vogliono molte decine di anni prima che una popolazione con bassa fecondità cominci a decrescere in modo preoccupante. In secondo luogo la decrescita della popolazione può anche avere degli aspetti positivi, che spesso vengono trascurati per occuparsi dei problemi e degli scenari catastrofici. La diminuzione della fecondità, per esempio, è correlata ovunque con un miglioramento della condizione delle donne: donne più emancipate, libere di decidere cosa fare delle loro vite, studiano e lavorano più a lungo e spesso scelgono di fare meno figli. Momentanei cali della popolazione, inoltre, possono avere effetti positivi anche sull’economia: dover concentrare meno risorse sui neonati significa, per molti paesi, poter spendere di più per l’istruzione di ogni singola persona. Questo spesso si traduce in maggiore produttività economica e in fin dei conti maggiore benessere: Bambini, adolescenti e giovani adulti sono generalmente meno produttivi di lavoratori di mezza età con più esperienza, specialmente ora che aumentano i lavori nel settore dei servizi e diminuiscono i lavori fisici nell’agricoltura e nell’industria. Meno bambini hanno bisogno di educazione primaria e secondaria, più risorse possono essere spese in istruzione di alta qualità e nel miglioramento dell’accesso alla scuola e alle università per adolescenti e giovani adulti che possono avere migliori retribuzioni lavorative.
    Giovani adulti che con un tenore di vita più alto possono pagarsi contributi pensionistici più alti e di conseguenza garantirsi pensioni adeguate pur in presenza di un numero minore di lavoratori che versano contributi. In percentuale inoltre essere in decrescita significa anche piû possibilità di occupazione e sopperire così alle disuguaglianze tra occupazione maschile e femminile. In altre parole ognuno in prospettiva ha la possibilità di avere una pensione in futuro e In età lavorativa, con redditi famigliari più alti, si consuma di piû e questo innesca un circolo virtuoso che favorisce l’economia e la qualità di vita complessiva.

    • giovanna scrive:

      Evvai col copia e incolla selvaggio !
      Carissima, il calo delle nascite non sarà una catastrofe ( sito da cui hai copia e incollato pari pari ),almeno per te, ma essere fuori di capoccia è una bella catastrofe !

  4. Cappelli Nerio scrive:

    Guardate che gli immigrati non hanno mai risolto il problema delle culle vuote, questo per un semplice fatto, “sono vecchi”. Se c’ è la denatalità significa che,ogni ciclo, mancano bambini di età media di un anno, che sono rimpiazzati da immigrati di età media 30 anni(che significa invecchiare un paese). Anzi vista la loro incidenza sul welfare per le famiglie gli immigrati tolgono risorse proprio a chi dovrebbe fare figli senza contare che la loro presenza causa una concorrenza che abbassa i salari.
    Naturalmente si potrebbe ovviare al problema facilitando (a livello internazionale) le adozioni invece di facilitare gli ingressi ma in Italia uno straniero che vuole emigrare è considerato più sfortunato di un orfano del medesimo paese.
    I figli degli immigrati manterranno i loro genitori o i loro nonni arrivati in Italia senza versare un soldo di contributo ma con pensione e sanità gratis
    Cappelli Nerio

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